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PERSONAGGIO 4 Aprile Apr 2015 1200 04 aprile 2015

I 15 anni di Putin, tra compromessi e mediazioni

Nel 2000 prendeva il potere a Mosca. Dipinto come un despota, in realtà è stato costretto a mediare. Tra militari e oligarchi, veri detentori del potere.

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Vladimir Putin, presidente russo dal 2000 al 2008 e poi di nuovo dal 2012.

Tra la fine di marzo e l’inzio di maggio del 2000 Putin prese ufficialmente il timone della Russia: prima con le elezioni del 26 marzo, vinte al primo turno con il 53% dei consensi, poi il 7 maggio con l’inaugurazione ufficiale al Cremlino.
Da allora Vladimir Vladimirovich gestisce le questioni del Paese più vasto del mondo, descritto spesso e volentieri in Occidente come un potentissimo zar, detentore di un potere illimitato e assoluto, nel bene e soprattutto nel male.
A casa propria il capo di Stato è visto come l’uomo forte che nei passati 15 anni ha risollevato la Russia dal baratro in cui era caduta dopo il crollo del comunismo e l’anarchico decennio sotto Boris Eltsin, anche se l’immagine è più differenziata rispetto alla prospettiva di Bruxelles o di Washington.
PUTIN AL VERTICE DI UNA STRUTTURA COMPLESSA. La verità è che sia “superman” Putin sia la cosiddetta “verticale del potere” costruita partendo dalla poltrona del Cremlino rappresentano solo in parte una realtà più complicata e variegata: se all’esterno ogni mossa della Russia al suo interno e sulla scacchiera internazionale sembra pendere dal volere dello zar, le leve nella stanza dei bottoni non sono in mano a una sola persona, ma il processo decisionale è un po’ più articolato.
L’establishment russo non è una struttura monolitica e granitica, è piuttosto un complesso a più livelli e settori al cui vertice sta naturalmente Vladimir Vladimirovich. La sua funzione è quella dell’arbitro e del moderatore dei vari interessi dei gruppi che gravitano intorno al Cremlino.
DAL KGB ALLA SUCCESSIONE DI ELTSIN. La Russia è gestita insomma da una sorta di Politiburo 2.0 in cui Putin ha in sostanza la parola finale, influenzato a seconda del momento dagli uni o dagli altri, falchi o colombe, militari o tecnici, conservatori o liberali che dir si voglia.
La questione non è certo nuova, ma ha le radici nel periodo antecedente all’arrivo di Putin alla presidenza, quando l’ex agente del Kgb fu di fatto selezionato per il ruolo di primo ministro e poi designato alla successione da Eltsin.

Il ruolo dello zar: mantenere gli equilibri di fondo

Il premier russo Dmitrij Medvedev.

La scelta, concertata nelle stanze del potere con il consenso degli oligarchi di allora, serviva proprio a mediare le correnti che nei lustri successivi hanno continuato a tenere le redini e dividersi la torta, non senza fisiologici screzi.
Se a seconda della situazione ha prevalso un gruppo o l’altro, il ruolo di Putin è stato quello di mantenere gli equilibri di fondo.
L’ultimo esempio è quello della crisi ucraina che da un lato ha mostrato la forza dei siloviki, gli uomini dell’apparato, militare e d’intelligence, a partire dal capo del Consiglio di sicurezza Nikolai Patrushev e quello dell’FSb (i servizi segreti russi) Alexander Bortinikov, e dall’altro ha comunque segnato la tenuta dei moderati, radunati ancora simbolicamente intorno al primo ministro Dmitri Medvedev.
UNA STRATEGIA FRUTTO DEL COMPROMESSO. La strategia zigzagante di Putin con Kiev è anche il risultato del compromesso tra chi ha appoggiato senza troppi problemi l’annessione della Crimea e il sostegno dei separatisti nel Donbass e chi ha consigliato invece prudenza e non vorrebbe vedere una nuova escalation in Ucraina che rischierebbe anche di avere pericolosi risvolti anche a Mosca.
Anche il recente omicidio di Boris Nemtsov si inserisce probabilmente nella cornice dei messaggi trasversali tra gli hardliners. Il quadro generale è sfumato anche perché i confini tra i vari gruppi si incrociano e così nell’Fsb non ci sono solo falchi, c’è chi media e ha mediato tra una fazione l’altra, dal ministro della Difesa Serghei Shoigu al capo dello staff presidenziale Sergei Ivanov, e tra gli oligarchi ci sono quelli più conservatori e quelli più liberali.
IL PUTINISMO? È L'ARTE DELL'ACCOMODAMENTO. Si è anche parlato della nascita di una nuova categoria, quella dei “silogarchi”, cioè siloviki trasformatisi in oligarchi. Le alleanze incrociate sono sempre state all’ordine del giorno e quella tra Putin e Medvedev è la più simbolica di tutte: Vladimir Vladimirovich ha lasciato lo scranno del Cremlino per quattro anni (2008-2012) a Dmitri Anatolevich, che da tre è primo ministro.
Tra presunti ideologi (Alexander Dugin) e pratici consiglieri (Vladislav Surkov) il putinismo non predica il potere assoluto, ma l’arte dell’accomodamento: smussare gli angoli e regolare i conflitti per bilanciare le esigenze di tutti.
Quella che Vladimir Vladimirovich ha costruito non è in definitiva una “verticale”, ma più una “orizzontale del potere”, una ragnatela sottile che ogni tanto ha bisogno di qualche ritocco. In attesa di vedere cosa accadrà nel 2018. E se Putin vorrà continuare a mediare di persona o delegherà la questione al suo successore.

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