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INTERVISTA 5 Aprile Apr 2015 1200 05 aprile 2015

Isis, Veryan Khan: «Così nasce la sua propaganda»

Gli account sensibili. Le tecniche di reclutamento. E di manipolazione dei video. L'analista Khan a L43: «Twitter? Vitale, ma presto il Califfato emigrerà altrove».

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L’Isis ha portato a un livello superiore il modo di comunicare proprio delle organizzazioni terroristiche. Ha saputo modellare la sua propaganda per raggiungere tre obiettivi: diffondere il terrore in Occidente e nei Paesi arabi, convincere nuove “reclute” a unirsi alla jihad e consolidare il suo potere.
Eppure, che l’uso dei mezzi di comunicazione sia fondamentale in guerra, non è una novità. Lo sapeva bene Ayman al-Zawahiri: «Siamo in guerra», scriveva in una lettera datata 2005 l’allora comandante in seconda di al Qaeda, «e più della metà della guerra si combatte sul campo di battaglia dei media».
SULLE ORME DI AL QAEDA. Anche i video delle decapitazioni, di cui l’Isis fa ampio uso, non provengono dal nulla: già la rete di al Zarqawi, nel 2004, ne pubblicò ben 10. E lo Stato islamico, in quanto diretto discendente di al Qaeda in Iraq, ne ha seguito le orme.
Parte del materiale di propaganda che inneggia al Califfo e punta a 'convertire' alla jihad migliaia di internauti non è divulgato dai vertici dell'organizzazione terroristica. Tuttavia, avverte Veryan Khan, questo non lo rende meno pericoloso: «Ha importanza che sia o no un documento ufficiale dell’Isis?», dice a Lettera43.it la direttrice editoriale del Trac, il Consorzio di ricerca e analisi sul terrorismo con sede negli Usa. «Lo Stato islamico incoraggia questo genere di reclutamento fatto da privati cittadini. Il messaggio che sta dietro il Califfato è 'se pensi di farne parte, allora fai e agisci di conseguenza'».

Nel riquadro Veryan Khan, direttrice editoriale del Trac. 

DOMANDA. Sul web circolano diversi libri di propaganda attribuiti all’Isis. Come si può distinguere il vero da una bufala?
RISPOSTA.
È difficile dire con certezza quali siano reali e quali no. Per esempio, l’ebook Black flags from Rome non mi convince. Innanzitutto il contenuto, dopo esser stato pubblicato su justpaste.it, non ha avuto una grande diffusione tra i seguaci dell’Isis: questo significa che ha ricevuto poche visualizzazioni. A malapena 2.500 su svariate piattaforme: un po’ troppo poche se consideriamo il numero di simpatizzanti che ha l’Isis.
D. E poi?
R.
L’ebook è stato pubblicato solo in inglese. Mi sarei aspettata almeno una versione in arabo e anche una in italiano avrebbe avuto un senso logico. Oltretutto, sul testo non è indicato l’autore. In genere, i documenti contengono il nome o lo pseudonimo su Twitter di almeno una persona che sostiene di esserne l’artefice, nonché il logo degli organi mediatici ufficiali.
D. Quindi ci sono alcuni particolari da considerare, ma nessuna certezza...
R.
Il reclutamento è reclutamento. Chi ha creato gli ebook della serie Black flags ha investito tempo ed energie in quest’attività. Ed è evidentemente un simpatizzante dell’Isis. Ha importanza che sia o no un documento ufficiale dell’Isis? Lo Stato islamico incoraggia questo genere di reclutamento fatto da privati cittadini. Il messaggio che sta dietro il Califfato è «se pensi di farne parte, allora fai e agisci di conseguenza».
D. Quindi l’ufficialità non ha importanza?
R.
Esatto, non importa che sia lo Stato islamico a trasmettere il messaggio se il risultato è lo stesso: ovvero sempre più sostegno alla causa. Ciò che l'Isis teme sono i messaggi falsi da parte di chi non è un vero “fan”.
D. Come dovrebbero comportarsi i giornalisti quando vengono a conoscenza di questo materiale?
R.
Se il giornalista non è sicuro della validità del materiale dovrebbe riesaminarlo prima di pubblicare. Deve possedere una buona capacità di comprensione dei materiali in questione. E poi, basandosi sulla sua conoscenza, decidere se pubblicarne il contenuto sia vantaggioso o meno.
D. In che modo può farlo?
R.
È una decisione da prendere caso per caso. Se il giornalista vuole trasmettere un messaggio veritiero, deve pubblicare solo ciò che lui stesso considera vero. Ma il pubblico vuole la verità o si accontenta di qualsiasi cosa?
D. E quali sono i rischi?
R.
Trasmettendo solo notizie ritenute vere, si esclude l’altra metà del quadro, cioè il materiale falso. Divulgando un contenuto falso, invece, si introduce un concetto: c’è qualcuno intento a replicare la verità e la verità è tanto rilevante che le persone vogliono inventare cose affini a essa. Non pubblicando, si corre inoltre il rischio che il pubblico pensi a una censura su quel determinato argomento.
D. Oltre a quelle sopra citate, quali sono le caratteristiche ricorrenti nel materiale divulgato dall'Isis?
R.
Innanzitutto il mezzo attraverso cui viene veicolato: alcuni domini, come justpaste.it, archieve.org, youtube.com, nasher.me, dump.to, manbar.me, sono più frequenti di altri. Poi ci sono gli organi mediatici ufficiali dello Stato islamico: al Hayat, per le comunicazioni in lingua straniera, e al Furqan, per i film. Inoltre, è importante misurare la risposta del “fan club” dell’Isis. Trac segue attivamente oltre 1.500 account Twitter: quando notiamo qualcosa di cui si discute in questa Rete, il nostro livello di attenzione si alza.
D. Entrando nello specifico, parliamo di video: come è possibile capire se sono stati manipolati?
R. I video autorizzati sono spesso manipolati, perciò autenticità non significa assenza di modifiche. I video originali sembrerebbero prodotti da una delle loro case di produzione. In genere, mostrano una “persona chiave” con altri combattenti sullo sfondo, hanno uno dei nasheed (inni di battaglia islamici) in sottofondo, e circolano attraverso piattaforme multiple online (youtube, archieve, sendvid, eccetera). Il Califfato è molto bravo a creare un’immagine uniforme di se stesso e mostrarla al mondo.
D. Altro?
R. Come detto precedentemente, la piattaforma usata per distribuirlo. I nigeriani di Boko Haram hanno utilizzato sendvid per distribuire il recente messaggio audio in cui giuravano fedeltà all’Isis. Quella è una piattaforma recente e ben conosciuta, che lo Stato islamico sta utilizzando. E ha aiutato a verificare l’effettiva connessione tra i due gruppi.
D. Veniamo ai social network: avete scoperto quali account Facebook e Twitter sono legati all’Isis?
R. Spesso i sostenitori dell’Isis postano link a Facebook nei loro tweet. Ma non esistono oggi account Facebook ufficiali dell’Isis. Facebook viene usato come backup quando Twitter è fuori uso. Ci sono inoltre molti account non ufficiali che costituiscono affidabili fonti d’informazione. Facebook fa chiudere gli account, ma apparentemente in percentuale inferiore rispetto a Twitter. I supporter dell’Isis usano anche Pinterest e Instagram. Trac sta al passo con tutte queste fonti, ma capirà che non possiamo fare i nomi degli account...
D. Esistono chat in cui i reclutatori si muovo con costanza?
R. Gran parte del lavoro viene svolto su Twitter, con l’uso del direct messaging. Un reclutatore incarica una persona di seguire singolarmente i possibili nuovi simpatizzanti. In questo modo riesce a mettersi in contatto con loro in privato. Ci sono molti casi documentati che provano questa strategia. Fin dai tempi dei forum privati dei jihadisti, venivano aperti thread. Al momento c’è una maggiore possibilità di scelta per contattare le reclute: si usa Whatsapp tanto quanto Facebook.
D. Quale potrebbe essere la prossima frontiera della propaganda dell’Isis?
R. Pensiamo che continueranno ad accrescere le loro competenze per creare video sempre più di alta qualità. A un certo punto, potrebbero decidere di lasciare Twitter: è la loro linfa vitale, ma abbiamo prove evidenti che presto emigreranno altrove.
D. E nel frattempo?
R. Stanno minacciando e richiedendo l’assassinio di tutti gli impiegati di Twitter.

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