Reclutamento Combattenti Islamici 150326170127
REPORTAGE 7 Aprile Apr 2015 0700 07 aprile 2015

Isis: il reclutamento in Kosovo passa dalle Ong

Sono finanziate da Arabia ed Emirati. Arruolano ragazzi minorenni per 400 euro. E trasformano i più meritevoli in spietati jihadisti. Pagandoli fino a 30 mila euro.

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da Pristina

Il reclutamento di combattenti islamici in Kosovo è affidato alle Ong.

Cresciuti nella povertà del dopoguerra, indottrinati nell’ombra, ben pagati e poi spediti a combattere per la causa dell'Isis.
È ormai emerso anche in Kosovo il fenomeno del reclutamento da parte di organizzazioni terroristiche di stampo islamico.
Nel silenzio delle campagne desolate e dei villaggi abbarbicati sui monti della fascia confinaria, questo Paese continua a pagare il suo tributo al terrorismo: secondo la polizia solamente nell’ultimo anno sono stati circa 300 i combattenti inviati in Siria e Iraq, 30 dei quali risultano uccisi negli scontri a fuoco.
50 MILA ESTREMISTI IN KOSOVO. Una minima parte del bacino stimato in circa 50 mila estremisti disposti a combattere che attualmente vivrebbero in Kosovo, la cui popolazione è per il 90% albanese di fede prevalentemente musulmana (su quasi 2 milioni di abitanti).
Le vallate solitarie immerse nel verde e le aree rurali dove il radicamento della religione è più forte sono i luoghi ideali per i militanti rientrati dal conflitto in cui nascondersi, in attesa di essere richiamati alle armi.
Le autorità kosovare hanno risposto con retate e perquisizioni nelle zone più “calde”, che dall’estate scorsa hanno portato a un centinaio di arresti (tra cui una decina di imam).
IL RECLUTAMENTO DELLE ONG. Questi numeri, gonfiati anche dall’inasprirsi del conflitto siriano, sono il frutto di un lento processo di radicalizzazione iniziato subito dopo la sanguinosa guerra interetnica del 1998-99. In un’area ingovernabile, ancora devastata dai bombardamenti e dalla miseria, i “nuovi profeti” dell’Islam estremo hanno trovato terreno fertile.
La facciata legale sotto cui si ritiene che siano stati arruolati molti dei nuovi adepti è quella delle organizzazioni umanitarie provenienti da diversi Paesi arabi, oggi nella lista dei possibili centri di reclutamento in Kosovo. Portando aiuti alle famiglie e corsi di formazione gratuiti per i più giovani, queste organizzazioni non governative sono riuscite prima ad accaparrarsi la fiducia degli abitanti e poi a influenzare la loro formazione religiosa, sconfinando presto nell'indottrinamento vero e proprio alla causa del Califfato.
PRIMA LO STUDIO, POI L'ADDESTRAMENTO. Uno scambio dai fini non troppo mascherati: in genere, la cooperazione non inizia se prima la comunità non autorizza la costruzione di una moschea nel villaggio. Dopodichè parte l’attività di formazione, ma prima delle lezioni di inglese o di informatica gli studenti kosovari devono assistere alle prediche degli istruttori arabi sui fondamenti dell’Islam e sulla necessità di unione fra tutti i musulmani nel mondo.
Raggiunti i 16-17 anni, ai più meritevoli - in termini di fedeltà più che di voti - viene offerta la possibilità di concludere la propria formazione all’estero, nel Paese da cui proviene l’organizzazione umanitaria o in grossi centri islamici, come l’università de Il Cairo. Allo studio della religione – secondo l'intelligence - vengono affiancati addestramento militare, insegnamento di tattiche di guerriglia urbana, uso di armi ed esplosivi. Ma c'è di più: alcuni predicatori inviati da queste Ong in Kosovo sarebbero gli stessi che hanno formato i militanti di Al Qaeda in Afghanistan.

Gli adepti più promettenti ricevono 400 euro, 30 mila euro per i combattenti

Le scritte comparse nei pressi del monastero di Decani.

Tra le organizzazioni umanitarie monitorate negli ultimi anni dall’antiterrorismo spiccano i nomi di: The Saudi Committee for United Aid to Kosovo, Islamic Humanitarian Foundation El Haramein, Global Council of Muslim Youth, Islamic International Fund for Aid, Society for the Revival of Islamic Heritage e Koran Foundation of Kosovo.
Una rete analoga di Ong risulta radicata anche in Albania (da qui vengono due dei membri della presunta cellula Isis in Italia smantellata il 25 marzo), Bosnia e Macedonia.
Si calcola che le organizzazioni insediatesi negli ultimi anni in Kosovo abbiano ricevuto complessivamente finanziamenti per oltre 35 milioni di euro da Arabia Saudita, Libano, Libia, Emirati Arabi, Qatar. Alla base del grosso seguito, infatti, c’è l’aspetto economico: durante le prime fasi di indottrinamento gli adepti più promettenti ricevono 300-400 euro, che possono salire a ben 30 mila euro quando arriva il momento di partire per il fronte. Cifre imponenti in un Paese, il Kosovo, dove lo stipendio medio è di 200-300 euro al mese e la disoccupazione giovanile si attesta al 55%.
IL CONTRASTO TRA SERBI E ALBANESI. Nel mirino degli estremisti è finita la Chiesa ortodossa, con gesti che hanno il sapore del contrasto mai sopito tra le due etnie principali, albanese e serba, che rivendicano il Kosovo.
Al centro delle cronache l’antico monastero di Decani, obiettivo sensibile che viene sorvegliato 24 ore su 24 dai militari italiani del Multinational Battle Group West della missione K-For. Di recente su uno stabile abbandonato (una vecchia fabbrica di miele) situato lungo la strada che porta all’edificio sacro sono comparse le scritte “Isis” e “Aksh”, acronimo dell’organizzazione terroristica Armata Kombëtare Shqiptar, cioè armata nazionale albanese.
Scritte analoghe sono state lasciate anche sulla mura esterne del seminario ortodosso di Prizren. In entrambi i casi l’opinione pubblica, nella maggioranza albanese, ha accusato gli stessi monaci di avere realizzato le scritte con la bomboletta spray per ottenere attenzione.
IL CONTAGIO DEL WAHHABISMO. A segnalare per prima la nascita della “jihad bianca” portata avanti dalle Ong islamiche è stata la stessa comunità musulmana del Kosovo, storicamente moderata (come la confraternita Bektashi) e in cui l’aspetto religioso non era mai stato così predominante, probabilmente un retaggio rimasto dal regime comunista di Tito.
Un paio d’anni fa, sia nei piccoli sia nei grandi centri (come le città di Peja e Prizren), sono comparsi nei luoghi di culto i primi adepti che predicavano il ritorno alla purezza e al rigore della religione in tutti i suoi riti, come contemplato dal wahhabismo (movimento integralista nato nel 1920 in Arabia Saudita).
Guardati con diffidenza dagli altri fedeli, poco abituati alle barbe lunghe e agli abiti tradizionali arabi, sono entrati in contrasto anche con gli imam e la comunità musulmana locale. Sono così stati allontanati dalle moschee tradizionali, ma i loro proseliti hanno trovato presto spazio in quelle nuove. Costruite dalle Ong islamiche con i fondi degli Stati compiacenti.

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