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ANOMALIA 8 Aprile Apr 2015 0601 08 aprile 2015

Diaz, reato di tortura: il ritardo italiano

Strasburgo ci condanna. Il parlamento da 17 anni non fa nulla. Al Senato il ddl. «Ma è frutto della mediazione con la polizia». Guadagnucci e Manconi a L43.

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L'irruzione della polizia nella scuola Diaz durante il G8 di Genova nel 2001.

Il reato di tortura? Può aspettare.
Per la politica italiana sicuramente, visto che è dal 1988 che il parlamento tenta tra inciampi e colpevoli timidezze di varare una legge.
Per l'Europa molto meno. La Corte di Stasburgo il 7 aprile ha infatti condannato il nostro Paese proprio per tortura. Così l'Europa ha definito senza giri di parole e all'unanimità le violenze che si consumarono nel 2001 alla scuola Diaz.
IL DOPPIO SCHIAFFO DI STRASBURGO. Uno schiaffo che però è doppio. La Corte infatti non solo ha stabilito che l'allora 62enne Armando Cestaro, che ha presentato il primo dei 31 ricorsi, fu torturato. Nella sentenza i giudici sono andati oltre, sostenendo che se i responsabili non sono mai stati puniti è soprattutto a causa dell'inadeguatezza delle leggi italiane, che quindi devono essere cambiate. E che la mancanza di determinati reati non permette allo Stato di prevenire efficacemente il ripetersi di possibili violenze da parte delle forze dell'ordine.
«Se la polizia ha un deficit culturale democratico», spiega a Lettera43.it Lorenzo Guadagnucci, giornalista del Carlino pestato e trattenuto in stato d'arresto per due giorni all'ospedale Galliera dopo il blitz alla Diaz, «le forze politiche devono assumersi la loro resposabilità e portare l'Italia a standard internazionali».
GUADAGNUCCI: «L'EUROPA CI DÀ RAGIONE». «Ora l'Europa ci dice che avevamo ragione, che la risposta delle istituzioni era stata inadeguata», dice con amara soddisfazione Guadagnucci. «I fatti di Genova e della Diaz hanno danneggiato la polizia italiana, togliendole credibilità e possibilità di recupero. La responsabilità è dei capi della polizia, dei ministri dell'Interno e dei presidenti del Consiglio che si sono succeduti». È stata «una vergogna che ha nomi e cognomi».
OPERAZIONE GESTITA AI MASSIMI LIVELLI. I nomi e i cognomi che sono quelli di alti funzionari di polizia considerati responsabili delle violenze. «Fu un'operazione gestita ai massimi livelli», prosegue Guadagnucci.
In alcuni casi li si ritrova seduti ad altre scrivanie. Come Gianni De Gennaro, l'allora capo della polizia assolto in tribunale, già sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel governo Monti e dal 2013 presidente di Finmeccanica.

Ddl azzoppato, il giornalista: «Frutto della mediazione con la polizia»

Lorenzo Guadagnucci.

È quindi lo Stato a uscire a pezzi dalla sentenza europea.
In Italia, è innegabile, il solo termine «tortura» spaventa. Tanto che, sebbene nel 1988 fosse stata ratificata la Convenzione contro la tortura approvata dall'Onu nel 1984, il reato non esiste nel nostro codice penale.
E anche il ddl, originariamente presentato da Luigi Manconi (Pd), è passato al Senato il 5 marzo 2014 in una versione ammorbidita. Il reato, infatti, è comune. E il fatto che sia commesso da un pubblico ufficiale è considerato solo un'aggravante.
MANCONI: «IL TESTO È CAMBIATO». «Un testo diverso da quello che avevo presentato», sottolinea Manconi, «in cui la tortura era connessa a trattamenti degradanti commessi da un pubblico ufficiale o da chi esercita una pubblica funzione». Si partiva, cioè, dall'abuso di potere in una situazione di legalità. Già, legalità è il concetto chiave. In altre parole è tortura quando un cittadino è trattenuto legalmente ma, una volta sotto la custodia di un pubblico ufficiale, scattano comportamenti illegali.
Ora il testo deve passare alla Camera dove rischia di subire ulteriori trasformazioni. «Sarà quindi nuovamente la volta del Senato. E non è detto che non sia cambiato profondamente», spiega Manconi.
TORTURA VIETATA DALLA COSTITUZIONE. Guadagnucci boccia su tutta la linea il ddl licenziato dal Senato. «Il testo è inadeguato. Meglio nulla di questo». Un compromesso che, secondo il giornalista, «non fa altro che confermare l'atteggiamento vile e ipocrita di uno Stato che non vuole fare i conti con la realtà».
L'idea è che, sotto le pressione Ue, si arrivi a far passare una legge azzoppata, una «formulazione farlocca». Nonostante la tortura sia vietata anche dalla Costituzione, all'articolo 13: «È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà». Punita sì, ma come?
LA NECESSITÀ DELLA PRESCRIZIONE. Guadagnucci non ha dubbi: «Il testo uscito al Senato è frutto della mediazione con le forze dell'ordine. La tortura deve essere intesa come reato specifico e non prescrivibile, esattamente come l'omicidio. Sarebbe un messaggio importante per agenti e carabinieri, indicherebbe la gravità del reato. Senza contare la funzione preventiva».
Invece nulla. La politica liquida «l'atteggiamento retrogrado nei confronti della democrazia da parte della polizia» come un problema lieve, quando invece la «mancanza della tutela dei diritti della persona è un dato storico». Lo testimoniano i casi Cucchi, Uva, Aldrovandi. E non solo. Altre violazioni, aggiunge Manconi, «sono il sovraffollamento delle carceri, l'uso della cuistodia preventiva, fino ad alcuni profili relativi all'applicazione concreta del 41 bis».

Tortura reato comune? «Una beffa»

Luigi Manconi, senatore Pd.

Considerare la tortura un reato comune è una «beffa» che, dice sempre Guadagnucci, «lascia trasparire una relazione malata tra forze ordine e parlamento. Viziata da atteggiamenti coorporativi delle forze di polizia. Basta vedere come i sindacati e i vertici si trovino d'accordo». Un'anomalia.
«STATO SUDDITO DELLE FORZE DELL'ORDINE». Sulla stessa lunghezza d'onda Manconi. «La classe politica è in ritardo a causa», insiste, «di una persistente, sotterranea, non esplicita ma robusta sudditanza psicologica alle forze di polizia».
Un atteggiamento, questo, che fa torto alle stesse forze dell'ordine. Una cosa infatti è certa: il reato di tortura non è contro la polizia ma a loro favore. «Sono le prime ad avere interesse che determinati fatti siano sanzionati».
Ma per il senatore dem la sentenza di Strasburgo, pur essendo un punto fondamentale, potrebbe non cambiare troppo le cose. E non influire a sufficienza sulla classe politica.
IL PESSIMISMO NON È UNA GIUSTIFICAZIONE. Guadagnucci su questo aspetto non ammette giustificazioni. «Finora si è perso tempo, ci si è adagiati sul 'meglio questa che nessuna legge'. Ma in gioco c'è il bene comune. Proprio il Pd dovrebbe farsi carico di portare avanti la battaglia: i voti ci sarebbero anche, magari allargandosi all'esterno della maggioranza». Il pessimismo, quindi, non può essere una scusa per non fare nulla.
Di quel massacro organizzato, vergogna internazionale d'Italia, Guadagnucci si porta ancora dietro la forte delusione. «Quando uscii (dall'ospedale Galliera, ndr) ricordo le mie aspettative di giustizia», ammette, «e non solo quella scritta dal tribunale. Contavo in un risarcimento morale, che lo Stato ammettesse la consapevolezza dell'accaduto. Invece ho perso la fiducia».

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