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SCENARIO 11 Aprile Apr 2015 1435 11 aprile 2015

Affari regionali, irrompe Nico D'Ascola

Il senatore di Ncd scala posizioni per il ministero. Ma il partito si spacca. Via libera di Quagliariello-Schifani. Bianchi e Lorenzin non ci stanno.

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Renato Schifani con Nico D'Ascola.

Da un braccio di ferro, l’ennesimo, tra Matteo Renzi e Angelino Alfano uscirà il nome del prossimo ministro degli Affari regionali, o del Mezzogiorno che dir si voglia.
Il premier e il suo principale alleato di governo sono in una fase di stallo delle trattative politiche, dopo il no secco del presidente del Consiglio alla nomina di Gaetano Quagliariello (che comunque non molla la presa, avendo rifiutato la poltrona di vice presidente del Senato).
NCD SI SPACCA SU D'ASCOLA. Non è un mistero che Renzi preferisca una donna per il ruolo, ma in Area popolare i veti incrociati sui nomi di Dorina Bianchi, Federica Chiavaroli, Valentina Castaldini ed Erminia Mazzoni rendono il terreno scivoloso, al limite dell’impraticabilità. E toccherà ad Alfano togliere le castagne dal fuoco, con il rischio sempre più concreto di rimanere “scottato”.
In questa impasse, infatti, sta entrando a gamba tesa una nuova candidatura, che fa storcere il naso a più di una corrente interna al Nuovo centrodestra, e sicuramente non fa fare salti di gioia all’entourage del segretario Pd.
Si tratta di Nico D’Ascola, senatore eletto nelle liste Pdl nel 2013, poi passato nel partito dell’ex delfino berlusconiano a sostegno del governo Letta prima, e di quello Renzi successivamente.
UNA CONTROPARTITA PER LE REGIONALI. Avvocato calabrese, 61 anni, socio di Niccolò Ghedini nello studio romano del legale del Cav, come penalista ha difeso Claudio Scajola e anche uno dei personaggi finiti al centro delle inchieste sul giro di escort che avrebbero frequentato casa di Silvio Berlusconi, come l'ex imprenditore barese, Giampaolo Tarantini.
Secondo quanto riferito a Lettera43.it da alcune fonti, la nomina a ministro sarebbe una sorta di «contropartita tecnica» per la candidatura di bandiera alle Regionali 2014 in Calabria, quando D’Ascola corse sotto le insegne di Area popolare, il gruppo nato dall’unione di Ncd e Udc. Ovviamente fu battuto con un ampio margine dal candidato del Pd, Mario Oliverio, ma stando agli spifferi di Palazzo avrebbe «comunque conquistato il diritto a rivendicare una poltrona “pesante”».

Bianchi e Lorenzin contrarie, Quagliariello e Schifani favorevoli

Dorina Bianchi.

Se la scelta ricadesse definitivamente sul senatore reggino, Alfano rischierebbe però di spaccare quel che resta di un Nuovo centrodestra sempre più alla deriva, diviso tra “renziani” e “berlusconiani” e indebolito dalla morsa di un premier ancora più forte dopo aver incassato le dimissioni di Maurizio Lupi da ministro delle Infrastrutture e l’avvicendamento burrascoso di Nunzia De Girolamo da capogruppo alla Camera. Guarda caso due oppositori all’interno della coalizione di maggioranza che sostiene l’attuale governo.
Tra quelli che proprio non digeriscono il nome dell'ex candidato governatore ci sarebbero Dorina Bianchi (è in corsa per il ministero) e Beatrice Lorenzin. Mente altri tacciono ma storcono il naso, come Maurizio Sacconi, Gioacchino Alfano ed Enrico Costa.
BRACCIO DI FERRO RENZI-ALFANO. A favore di D’Ascola, però, giocano i nullaosta di alcuni big del Ncd, tra i quali il competitor numero uno, Gaetano Quagliariello, e il capogruppo in Senato, Renato Schifani, che da tempo lamenta lo squilibrio di rappresentanti di Palazzo Madama nel governo. E anche i pareri favorevoli di esponenti nella pancia del gruppo, che hanno anche forte ascendente sui territori, come Tonino Gentile, il senatore cosentino finito sotto i riflettori per le tristi vicende del quotidiano l’Ora della Calabria, per le quali fu addirittura costretto a lasciare la carica di sottosegretario alle Infrastrutture 48 ore dopo la nomina.
Il braccio di ferro tra Renzi e Alfano, comunque, è solo all'inizio. Il premier non ha nessuna fretta di completare il mosaico di governo, se ne riparlerà nelle prossime settimane, «forse dopo l'approvazione definitiva dell'Italicum», riferiscono fonti vicine al Giglio magico.
«RENZI VUOLE UNA PROVA DI LEALTÀ». Di sicuro vuole un nome «meno esposto a livello mediatico» e «non accetterà imposizioni», perché - riferisce ancora la fonte - «Matteo vuole una prova di lealtà, visto che ritiene di aver già ampiamente ricompensato Angelino, affidandogli, nella sua veste di ministro dell'Interno, la composizione dei collegi della nuova legge elettorale».
Ecco perché all'orizzonte si prospetta anche un'altra mini-rivoluzione di Renzi, che sembrerebbe ormai definitivamente orientato a non assegnare le deleghe sui fondi europei al nuovo ministero, per riservarle a Palazzo Chigi, magari smistandole sul fidatissimo sottosegretario Luca Lotti o sul sostituto di Graziano Delrio, Claudio De Vincenti.
Un altro colpo durissimo per Alfano e Nuovo centrodestra. Forse quello fatale, da sferrare una volta incassato il tanto agognato sì all'Italicum.

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