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STRATEGIE 11 Aprile Apr 2015 0945 11 aprile 2015

Cuba, la svolta Castro-Obama gela il Venezuela

L'Avana sceglie il compromesso con gli Usa. E decreta la fine del bolivarismo. Caracas resta al palo. Vince Obama. Che a Panama parla di «occasione storica».

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L'incontro a Panama tra il segretario di Stato americano John Kerry e il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodriguez ha rotto il ghiaccio per l'incontro tra i due presidenti. E ha aperto la strada per la stretta di mano tra Barack Obama e Raul Castro.
Da più di mezzo secolo Washington e l'Avana non si parlavano. Il fratello di Fidel è uno dei sopravvissuti della Rivoluzione cubana ma è più malleabile del fratello Fidel.
I tempi della crisi della Baia dei porci sono lontani e la Casa Bianca ha un inquilino, Obama, che ha detto «todos somos americanos».
Vuole togliere rapidamente l'embargo e, alla vigilia del Vertice delle Americhe, il Dipartimento di Stato degli Usa ha chiuso la pratiche per depennare l'Avana dalla black list degli sponsor del terrorismo.
LA SCONFITTA DI CARACAS. Tutto appare deciso, nonostante l'ira dei repubblicani al Congresso di Washington. Un tiepido via libera è arrivato anche dal vecchio e malato líder maximo. Raul e Barak si parleranno dopo essersi salutati alla cerimonia per la morte dell'amico comune Nelson Mandela.
Ma un altro amico di Cuba, presente al summit, dovrà essere sacrificato sull'altare della riconciliazione.
L'erede di Hugo Chavez, il venezuelano Nicolas Maduro, assisterà sconfitto alla caduta del muro tra Stati Uniti e Cuba, nel momento di più grave crisi interna e internazionale del suo Paese.
MADURO ALLE STRETTE. Caracas è il secondo nemico degli Usa dopo il Cremlino: Maduro accusa la Cia di fomentare le rivolte in Venezuela, gli Stati Uniti hanno risposto varando sanzioni contro la Repubblica bolivariana della quale i Castro erano i primi supporter.
Il caudillo che ha fatto sognare l'America latina si è curato a Cuba, dove Chavez veniva allevato come un novello Che Guevara, vessillo di un Sud America unito, anti-imperialista e anti-americano. Finito il castrismo, tramonterà anche la Rivoluzione bolivariana?

Barak Obama in partenza per il summit di Panama. (Getty Images)

Il bolivarismo è finito, gli Usa nel futuro

All'Avana i giornali scrivono ancora con sdegno della guerra d'intelligence ed economica degli Usa al Venezuela.
Ma la storia ha preso un altro corso e alla due giorni di Panama del 10 e dell'11 aprile, insieme con la riapertura delle relazioni tra gli States e Cuba, va in scena la frattura tra Cuba e i compañeros sud-americani. L'inizio della nuova era ha un prezzo: il futuro sono gli Usa, il passato l'anti-imperialismo venezuelano.
Tra i 35 leader americani presenti al vertice, Maduro è venuto per accusare gli Stati Uniti sulle sanzioni imposte a marzo a Caracas. Gli alleati “bolivariani” Argentina, Nicaragua, Ecuador e, naturalmente, a parole anche Cuba lo difenderanno.
PRIMO INCONTRO DAL 1962. Ma i fatti segnano un evidente cambio di passo.
Per la prima volta dal 1962, l'Avana ha deciso di partecipare al summit delle Americhe e non per difendere il Venezuela.
A Cuba il via vai di negoziatori di Washington è più fitto di quello degli emissari di Caracas e l'ambasciata statunitense riaprirà a breve.
Il disgelo procede spedito. La Casa Bianca ha fatto sapere che a Panama non sono in agenda vertici bilaterali tra Obama e Castro, ma c'è stata comunque «un'interazione» tra i due leader: l'orizzonte si rasserena.
DISASTRO VENEZUELANO. In Venezuela, anche per incapacità del presidente Maduro, la situazione è invece disastrosa. L'inflazione è la più alta al mondo, nonostante le riserve di petrolio mancano i beni di prima necessità e il tasso di omicidi e criminalità è in drammatico aumento.
Con Chavez sono morti un governo e l'utopia di un popolo: il suo vice si è rivelato un uomo della nomenclatura debole e ottuso, autoritario e incapace di ammettere i propri errori al punto di inviare la polizia a sparare pallottole contro gli inermi. L'opposizione ha approfittato della sua inadeguatezza e gli Stati Uniti fanno il loro gioco, per allineare l'America latina, senza golpe, alla leadership di Washington.

Diplomatici Usa in missione all'Avana. (Getty Images)

Anche Fidel Castro accetta il compromesso

Non golpe cileni, ma soft power. Un sondaggio a Cuba, alla vigilia della reunion, ha rivelato che sull'isola il gradimento di Obama è più alto di quello dei Castro, con percentuali schiaccianti (80% contro il 47% di Raul e il 44% di Fidel).
Il secondogenito di Fidel, Alex Castro, d'altra parte, ingegnere e fotografo, ha aperto alla multinazionali Coca-Cola e McDonald's, proclamando una «pausa del socialismo» per riparare ad «alcuni errori».
Un altro figlio, “Fidelito” Castro Diaz-Balart nato dal suo primo matrimonio, si è fatto ritrarre all'Avana con Paris Hilton e la modella Naomi Campbell. Mentre la figlia riconosciuta Alina Fernandez Revuelta, avuta da una relazione extraconiugale, fece scalpore per la sua fuga negli Usa.
SÌ ALL'ECONOMIA DI MERCATO. Dalla proprietà privata alle aperture al mercato, il líder maximo ha dovuto digerire molti cambiamenti impressi dal fratello Raul.
C'è chi dice che, alla fine, l'ultima parola sia sempre quella di Fidel e probabilmente, a 88 anni, anche il padre della rivoluzione e leader del partito unico si è convinto del compromesso.
Etichettare Caracas «minaccia per la sicurezza nazionale» come ha fatto Obama è rischioso: è vero che gli Usa hanno interesse a destabilizzare il traballante Maduro. Ma l'economia fuori controllo venezuelana è diventata pericolosa anche per l'Avana.
Neanche Cuba ha più interesse a difendere un peso, non più una stampella dell'internazionale socialista.
NO ALL'ASSALTO DEGLI YANKEE. Il bolivarismo è finito, la nuova via è un'altra.
Il 96% dei cubani è contrario all'embargo statunitense e il 97% favorevole a una normalizzazione dei rapporti con gli Usa. Ma il rilevamento a orologeria della Bendixen & Amandi, società di ricerca di Miami, non è obiettivamente oro colato.
Sui lungomare cubani il disgelo è atteso con impazienza, «ma niente McDonald's a ogni angolo, sarebbe triste», commentano. Una miriade di piccole imprese è fiorita sull'isola, ma in pochi vogliono l'assalto degli yankee.
«Stanno cambiando perché devono, non c'è lavoro e non ci sono soldi. Se possono riparare questa strada, lasciateli venire», raccontano all'Avana, «ma svendere le nostre case e la nostra città agli imperialisti no». Come a Berlino, qualcosa resterà della rivoluzione.

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