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REAZIONE 14 Aprile Apr 2015 1952 14 aprile 2015

G8 di Genova, il Consap: «Tortosa? Uno sfogo»

Il poliziotto Tortosa: «Diaz? Ci rientrerei mille volte». Per il sindacato di categoria si tratta di «parole giustificabili». I celerini? «Sono persone particolari».

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Uno «sfogo personale». Il Consap, Confederazione sindacale autonoma di polizia, liquida così le dichiarazioni choc in Facebook da parte di Fabio Tortosa. A presentarsi ci pensa lui, con un certo orgoglio, in un primo post: «Io sono uno degli 80 del VII Nucleo. Io ero quella notte alla Diaz. Io ci rientrerei mille e mille volte».
«NON SO QUAL È LA CRITICA». Raggiunto da Radio Capital, il poliziotto ha cambiato un po' i toni. «Non confermo niente perché non so neanche qual è la critica», ha spiegato. «Sono stato chiamato a un'operazione di ordine pubblico alla quale sono intervenuto. Per quella che è stata la nostra realtà operativa, non è successo nulla di quanto sta emergendo erroneamente in questo periodo».
E poi ha aggiunto: «Se persone sono state picchiate, al di fuori delle norme di legge, io non ne ho contezza: lì», ha sottolineato, «abbiamo fatto sì che tutte le persone venissero ammucchiate nella palestra, dopodiché siamo immediatamente usciti e siamo stati radunati sul piazzale. Quello che poi ci è stato imputato è una realtà processuale che non corrisponde alla realtà».

Tortosa è anche responsabile della consulta dei reparti mobili. Dunque ha un ruolo all'interno del sindacato. Ruolo che non gli ha impedito di «sfogarsi».
«Si tratta», spiegano a Lettera43.it dall'ufficio stampa Consap, «dello sfogo di una persona. Anche se è un rappresentante sindacale resta un poliziotto».
«SFOGO NON CONDIVISO, MA CONDIVISIBILE». Uno stato d'animo che non è condiviso dal sindacato, ma che «può essere condivisibile». Si tratta di «un collega sotto pressione». Perché la sentenza della Corte di Strasburgo che ha condannato come tortura il massacro della Diaz - sentenza giudicata «inappellabile», in quanto emessa da un tribunale, precisa l'ufficio stampa - «ha gettato un'ombra sull'operato della polizia».
LE OFFESE A GIULIANI. Per il sindacato, dunque, anche le offese a Carlo Giuliani - «è una merda, mi auguro che sottoterra faccia schifo anche ai vermi», scrive Tortosa - sono frutto dell'«orgoglio di avere eseguito ordini». Parole che possono «rientrare nello sfogo». Fermo restando che «Giuliani resta l'unica vittima di quei giorni».

Spirito di corpo, quindi. Una sorta di fratellanza. E l'esempio citato è quello del film Acab. «Tra poliziotti ci sono istinti cameratisti, con tutte le censure che si possono fare». Perché, è l'ammissione, «quelli della celere sono uomini particolari».
Sì, uomini che obbedendo ciecamente a ordini hanno massacrato persone inermi in una scuola. Nascondendo poi la verità dei fatti, spiega sempre il Consap, che punta il dito contro la gestione sbagliata della vicenda. Insomma, dal ragionamento si evince che sì, alla Diaz ci fu tortura perché così ha stabilito la Corte di Starsburgo. Ma hanno pesato anche 14 anni di silenzi e omissioni.
ERRORI AD ALTI LIVELLI. «Chi voleva poteva parlare, ci sono state audizioni parlamentari a riguardo. L'errore è stato anche a livello dei dirigenti. Se la polizia avesse evitato di nascondere la verità», probabilmente l'immagine del corpo ne sarebbe uscita meglio. Le diverse condanne hanno comunque «decapitato una nuova generazione di dirigenti, che hanno conquistato il rispetto dei loro uomini sul campo». Altri dirigenti, però, prima della condanna ai domiciliari hanno fatto carriera all'interno della Polizia come Fran­ce­sco Grat­teri, Spar­taco Mor­tola e Gio­vanni Luperi. Nemmeno questo va dimenticato.
OBBEDIRE O NO AGLI ORDINI? Ma al di là della sentenza, alla Diaz ci fu o no tortura? Furono impartiti ordini sbagliati?
Il sindacato non chiarisce del tutto. «La catena di comando si è inceppata e sono stati commessi errori gravissimi», insiste l'ufficio stampa.
Ma è possibile rifiutarsi di obbedire a un ordine? «Sì, certo...». Ma anche qui la linea è sottile.
Per Tortosa infatti non si tratta solo di coscienza. L'ordine fu illeggittimo o «manifestatamente criminoso»? In altre parole doveva o no obbedire?


Il poliziotto in Facebook si dice poi detentore con i «fratelli» di una verità che «non hanno mai preteso che venisse a galla». «Ci hanno inculato», si lamenta. Sentendosi «tradito» da un Paese che lui, no, «non tradirà».

E poi c'è sempre una giustificazione. Bene, conclude il sindacato, alla Diaz fu tortura, «un atto di repressione ordinato dall'alto», ma si trattava sempre di uno «scenario operativo nuovo. Era notte, all'interno di una scuola. Una situazione che la nostra polizia non aveva mai affrontato».
Solitamente, aggiunge il responsabile comunicazione, «agiamo dietro un'operazione di intelligence. Che alla Diaz, evidentemente, è mancata».
RISCHIO BOOMERANG. Ma sfogarsi, se si vogliono così liquidare quelle parole, in un social può essere un boomerang per la polizia. Che in questo momento particolare ha perso buona parte della sua legittimazione.
«Quello che ha scritto Tortosa non peggiora la situazione. Non più di quello che è stato scritto dai giornali. Ci hanno dato dei torturatori, ci hanno accusato su tutta la linea...». Magari è stato inopportuno usare un social per manifestare il proprio pensiero? «Dipende come si interpretano i social», è la risposta. «Poissiamo definirla una chiacchiera allargata?».
Chiacchiera o no, sfogo o meno, la pagina Facebook del celerino non è più raggiungibile.

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