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INCHIESTA 19 Aprile Apr 2015 0616 19 aprile 2015

Case famiglia protette, il ritardo italiano

Le case protette devono ospitare bambini con madri detenute. Istituite nel 2011, non hanno ancora visto la luce. Questione di costi: servono 400 mila euro l'anno.

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In Italia sono 37 i bambini sotto i sei anni in carcere con la madre.

Si tratta di una misura alternativa al carcere, istituita con la legge n.62 del 2011 con lo scopo di tutelare il bambino e preservare il legame con la madre.
Con la cosiddetta casa famiglia protetta, la detenuta ha la possibilità di scontare parte della pena (se non c’è rischio di reiterazione del reato) in un luogo diverso dal carcere e il figlio non è più costretto a vivere dietro le sbarre di una cella.
Una misura innovativa, che tuttavia - a quattro anni di distanza - non si è ancora concretizzata. Innanzitutto per problemi di carattere economico.
La struttura in questione è fondamentalmente una casa famiglia, con la differenza che esiste un controllo costante da parte delle autorità. La casa inoltre deve essere inserita in un contesto urbano ben preciso: non può essere isolata dai principali servizi socio-sanitari, territoriali e ospedalieri. Può ospitare un massimo di sei nuclei familiari e deve rispecchiare le caratteristiche basilari di una casa, con luoghi separati e servizi; deve esserci un luogo per gli incontri personali (con operatori sociali, psicologi, altri figli e familiari) e uno per far giocare i bambini.
37 BAMBINI IN PRIGIONE CON LA MADRE. Al momento in Italia i bambini con meno di sei anni che si trovano in carcere sono 37. Sedici solo nella casa circondariale femminile di Rebibbia, dove il nido è in sovrannumero (il limite massimo di capienza è di 12 posti). La necessità di istituire una casa famiglia protetta nell’area capitolina è concreta e le promesse sono state molte, ultima quella dell’assessore alle politiche sociali del Comune di Roma Francesca Danese, che l’11 febbraio 2015 dichiarava: «Stiamo già valutando due strutture che potrebbero essere idonee. Inviterò a breve a visitarle la presidente di A Roma Insieme, Gioia Passarelli».
Interpellata da Lettera43.it, la diretta interessata ha dichiarato che la sua associazione non è stata ancora invitata ad andare a visitare le strutture che il comune avrebbe individuato per l’istituzione delle case protette (nessuno sa, nello specifico, quali siano queste strutture).
«Rimane l’impegno dell’Assessore», dice Passarelli, «e, conoscendola, sono sicura che qualcosa accadrà. Immagino che in questo momento non ci sia molto tempo da dedicare a questo tema (per via dello scandalo di affittopoli, ndr): aspettiamo fiduciosi che le condizioni siano migliori».
L'ICAM NON È ALTERNATIVO AL CARCERE. Una misura diversa dalla casa famiglia protetta, ma non alternativa al carcere, è l’Icam (Istituto a Custodia Attenuata Madri), che è un tipo di prigione meno dura, più simile dal punto di vista del bambino a un asilo, con agenti in borghese e finestre senza sbarre. Ce ne sono ufficialmente tre in Italia, con un progetto di costruirne di nuovi. Nonostante sia un istituto di custodia attenuata, le dinamiche di un ordinamento penitenziario però rimangono. «Si tratta di una struttura di contenimento», spiega a Lettera43.it Mauro Palma, vice capo del Dap (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria). «Se pensiamo all’Icam di Milano la struttura è veramente come fosse un appartamento e non assomiglia per nulla a un istituto detentivo. Differente invece il caso di Venezia che, pur essendo una bella struttura, è accanto ai nuclei di detenzione femminile».
Palma si dice «abbastanza contrario a queste soluzioni che prendono una parte del carcere e la trasformano. Per me l’Icam deve essere in una struttura che garantisca la sicurezza, ma che abbia una connotazione abitativa e non di tipo detentivo. Sono dell’idea che sia preferibile puntare più sulle case famiglia protette».
Aggiunge Scandurra, ricercatore per Osservatorio Antigone: «L’Icam rimane un carcere con alcune caratteristiche ineludibili. La vita è dentro un piccolo appartamento ma chiuso da sbarre. E questo immagino sia di grande impatto per chiunque, anche per un bambino. Inoltre è una vita molto costretta, legata sempre alle stesse persone, sempre agli stessi agenti e ai pochi altri bambini».

I costi: fino a 400 mila euro all'anno per ogni struttura

Spazio giochi per bambini, all'esterno dell'Istituto di custodia attenuata per madri detenute, a Milano.

«Per la casa famiglia protetta», continua Mauro Palma, «si sta lavorando con le associazioni e stiamo valutando un paio di situazioni su Roma (che però non vengono specificate, ndr) e la stessa cosa sta accadendo a Firenze».
Passarelli sostiene che il costo di una casa famiglia protetta sia di circa 300-400 mila euro all’anno, mentre Mauro Palma non si sbilancia, affermando che dipende molto dalla struttura e dai singoli accordi. «È vero che c’è una certa arretratezza rispetto a quello che la legge prevede», spiega il vice capo del Dap, «però si devono prevedere strutture che ci siano un po’ dappertutto, perché nel caso in cui alla detenuta non venisse concessa la detenzione alternativa, deve essere garantita una struttura come l’Icam».
11,7 MILIONI PER L'ICAM. La distinzione più importante tra l’Icam e la casa protetta è proprio il fatto che la prima è una forma detentiva a tutti gli effetti, mentre la seconda è una misura alternativa al carcere, destinata maggiormente alle donne che non hanno un luogo dove poter scontare una pena agli arresti domiciliari. Ed è proprio questa caratteristica che “giustifica” la mancanza di fondi statali.
L’art. 4 della legge 62 recita: «Il ministero può stipulare convenzioni con enti locali (comuni e regioni, ndr) per l’individuazione delle case famiglia, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica». Per legge, quindi, qualsiasi costo riguardante le case protette ricade sugli enti locali e non sullo Stato.
Però la legge 62 prevede lo stanziamento di ben 11,7 milioni di euro destinati alla costruzione delle Icam e nessun finanziamento per le case protette. «Visto che le Icam non ospitano molte detenute (addirittura a Cagliari c’è solo un bambino, mentre l’Icam di Venezia, che potrebbe ospitare ben 18 bambini, attualmente ne accoglie solo due) noi come associazione», racconta Passarelli, «chiedemmo, senza risultato, che almeno 1 milione di euro fosse passato al comune, perché uno dei motivi per cui le case famiglia protette non si riescono a fare è di tipo economico».
130 MILIONI DI EURO «DA RIPARTIRE». Esiste una voce nel bilancio del ministero di Giustizia chiamata “Missione 33 - Fondi da ripartire” che ammonta a più di 130 milioni di euro per il 2015.
«Questi soldi», spiega Palma, «vengono ripartiti tra i vari provveditorati e si utilizzano più che altro per manutenzione. Potrebbero essere utilizzati per le case famiglia se fossero di più».
È bene ricordare però che solo nel 2014 i fondi da ripartire ammontavano a 49 milioni di euro circa e che l’incremento nel 2015 è stato del 165,11%, pari a circa 81 milioni di euro: «Dovremmo investire molto di più sull’informatica per almeno tre-quattro funzioni, come la telemedicina (quindi mettere un presidio medico in carcere e avere cartelle cliniche digitali), l’istruzione e i corsi a distanza, l’utilizzo di Skype per i colloqui con le famiglie e anche videoconferenze con i magistrati di sorveglianza. Quindi è meglio utilizzare questi fondi per investimenti strategici».
Resta però il fatto che ci sono ancora bambini in carcere e destinare anche solo 1 milione di euro di questi fondi alle case famiglia protette significherebbe privare il ministero di appena lo 0,7% dei 130 milioni di euro di fondi da ripartire. Inoltre nell’ottobre 2013 la senatrice del Pd Emma Fattorini presentò un disegno di legge in cui si richiedeva l’utilizzo di altri fondi di riserva (in quel caso si trattava di fondi del ministero dell’Economia) per destinarli all’istituzione di due case famiglia, una a Roma e una a Firenze. Il ddl è ancora al vaglio.

La situazione all'estero: figli in carcere fino ai 18 mesi di vita

Una Mbu inglese.

In molti Paesi esteri la legge stabilisce la possibilità per le detenute madri di portare con sé i figli in carcere. Mentre però in Italia il bambino può stare in prigione con la madre fino ai sei anni di età (come prevede la legge n.62), in altri Stati si tende a non superare i 18 mesi di vita del bambino.
Alcuni prevedono (e hanno fisicamente) strutture simili alle case famiglia protette, come ad esempio la Gran Bretagna, dove esistono le Mbu (Mother Baby Unit) che però sono inserite all’interno delle carceri femminili. Sono sei in tutto e ospitano un totale di 64 madri.
Situazione simile in Norvegia, dove alle detenute non è consentito portare in carcere i propri figli: esistono strutture specifiche, le amødrehjem (casa per madri), dove le donne possono tenere con sé i bambini fino al loro nono mese di vita.
In Francia invece non esistono strutture esterne e i bambini restano in carcere con le madri fino ai 18 mesi di età. In Spagna esistono padiglioni speciali all’interno delle carceri, dove i figli delle detenute possono restare fino ai tre anni di età. Stessa situazione in Grecia e in Belgio.
«I BAMBINI NON POSSONO STARE SOLI». Il nodo cruciale chiaramente è capire quale sia il bene per il bambino: restare con la madre per non spezzare un vincolo troppo forte nei primi anni di vita, oppure prediligere il suo futuro e affidarlo direttamente a una nuova famiglia? «Non è semplice capire fino a che punto sia meglio tenere insieme madre e figlio», dice Scandurra. «Di solito, comunque, si tratta di periodi brevi: settimane, mesi al massimo, ed è per questo motivo che la mamma chiede che il figlio stia con lei».
Passarelli aggiunge: «Questa è una domanda che ci poniamo, perché da una parte bambini così piccoli non possono essere lasciati soli, vengono allattati a lungo ed hanno un rapporto veramente simbiotico con la madre. Io non so», conclude, «se i danni che un bambino chiuso in carcere può avere siano maggiori o minori del distacco immediato dalla madre. A questo non so dare una risposta. Forse da parte della madre è anche un fatto di egoismo, ma queste donne non hanno una situazione familiare dietro che le possa sostenere».

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