MUSICA 20 Aprile Apr 2015 1957 20 aprile 2015

Rolling Stones, con il ritorno al blues si chiude il cerchio

Si è rarefatto negli anni. Ma il genere non ha mai abbandonato le loro canzoni. La coppia Jagger-Richards torna alle origini. Unita, nonostante le ruggini. Foto.

  • ...

Più sono vecchi e più sono bastardi. Perché solo dei gran bastardi possono dire che l'ultimo tour mondiale, in corso da tre anni, «è stato un buon allenamento per fare qualcosa di nuovo».
Così parlò Keith Richards, e a questo punto tutto è chiaro: i Rolling Stones annunciano un nuovo disco. E con una certa premura, anche.
Non c'è una data d'uscita ma ormai c'è l'accordo, dopo 10 anni dal Bigger Bang che resta l'epifania più recente. Mancavano solo loro all'appello, dopo le rentrée di tutti i grossi calibri ancora sulla scena.
Ma loro, i più grossi di tutti, i più contorti e minacciosi di tutti, si sono presi tutto il tempo che volevano, hanno inanellato tour e stadi e arene e celebrazioni e festeggiamenti e mostre e ripubblicazioni di album famosi - il prossimo, Sticky Fingers, arriva a giugno, lievemente posticipato perché si sono accorti che la famosa cerniera dei jeans richiede una fattura più complicata del previsto. Difatti, il nuovo tour si chiama Zip Code e copre il Nordamerica fra maggio e luglio.
KEITH AL LAVORO CON GLI X-PENSIVE WINOS. Ma prima del disco della casa madre c'è altro in ballo, i Rolling Stones passati i 70 sono entrati in una nuova frenesia. Keith ha pronto un album con la sua band “laterale”, gli X-Pensive Winos con Waddy Watchel e Steve Jordan. Dentro, fra gli altri, c'è pure quello strafattone irresistibile di Lee Scratch Perry.
Un disco annunciato come del tutto personale, niente concessioni alle mode, reggae, roots e, naturalmente, blues. È riportare tutto a casa. Ipotizzato per giugno, l'appuntamento è slittato a settembre, a 23 anni dall'ultima prova solista. Lui prima di prenderci gusto ha resistito fin che ha potuto, non avrebbe mai fatto un disco senza gli altri «perché sarebbe come un disco degli Stones con me che canto al posto di Mick». Ma poi «quella puttana di Brenda» s'era messo a sua volta da solo, a metà degli Anni 80, «facendo i nostri scarti» (come Lonely At The Top), ed era scoppiata «la Terza guerra mondiale».
NEL 1988 IL PRIMO BIGLIETTO DA VISITA. E Keith allora si era deciso. Talk Is Cheap nel 1988 fu il suo spavaldo biglietto da visita, dal funky con Bootsy Collins al rock and roll Anni 50 stile Elvis, a ballate vissute (Locked Away), a pezzi in puro stile Stones (Take It So Hard). Un trionfo, un botto di copie, un minitour clamoroso e Jagger che masticava bile.
Poi il chitarrista tornò nel 1992 col meno anarchico, ma anche meno intenso, Main Offender, che sfoggiava tra l'altro un reggae fondente come Words Of Wonder, il soul di Hate It When You Leave, quanto a dire Memphis soul Anni 50, Hi-Records e Motown, Al Green e Willie Mitchell, oppure l'oscuro respiro acustico di Demon.
Contemporaneamente Mick usciva con l'ispirato ma sottovalutato Wandering Spirit. Infine, la parentesi giamaicana con gli Wingless Angels, dove però Keith restava un deus ex machina. Anche Ronnie Wood si è concesso una discreta carriera solista, e l'ultimo Feel Like Playing era davvero buono. Ma se ne sono accorti in pochi. Intanto il tempo non aspetta nessuno. Tranne loro.

  • Take It So Hard, di Keith Richards.

I Rolling Stones tornano alle radici

«Abbiamo un po' di cose da fare adesso. Ritirarci? Ma stai scherzando? Ho diverse canzoni nuove, se non le vogliono i ragazzi le farò per me».
Così parlò Mick Jagger, e a questo punto tutto s'è fatto ancora più chiaro. Più invecchiano e più imbastardiscono. Superata la settantina (a parte Wood che la vede arrivare), i Rolling Stones sembrano dire al mondo: quello che per gli altri mortali, anche formato rockstar, è un punto di arrivo, noi lo consideriamo giusto una ginnastica.
E, sempre in quel modo tortuoso, aggressivo, buttano là le voci di un album inedito. «Se a lui va bene...», sonda Jagger. «Se va bene a lui...», risponde Richards. Va bene a tutti.
Ed è tempo di incidere, cosa che cominceranno a fare proprio in questi giorni, contestualmente alle prove per lo Zip Code Tour che non vedrà più il recuperato Mick Taylor: «Mah, mi hanno detto che sta male», lo liquida Keith con una smorfia.
MESCHINI E PER QUESTO IRRESISTIBILI. Ma Taylor, piccato, fa sapere che non è mai stato meglio, sono loro a non averlo più chiamato. E dire che Sticky Fingers vive tanto sui suoi impareggiabili assolo. Gli Stones sono così. Bastardi, anche meschini se è il caso. Per questo irresistibili.
L'idea sarebbe quella di tornare alle radici in tutti i sensi: coagulare i brani nuovi contestualmente alle prove e agli show (come facevano da ragazzi), «perché siamo rodati, il motore gira che è una meraviglia», e tirarne fuori un album di blues puro. Soluzione intelligente, la migliore per un gruppo di veterani coperti di cicatrici che ormai hanno vinto tutte le guerre possibili, compresa la più sanguinosa, quella contro loro stessi.
BLUES DI RITORNO. Ma a questa età, fare ancora i rocker scatenati rischia di apparire bizzarro oltre il grottesco: tanto vale assumere fino in fono quel ruolo di sciamani che, del resto, lo stesso Keith riveste da tempo in forme più o meno piratesche.
Sacerdoti del blues lungo la strada dei Muddy Waters, dei Buddy Guy, dei B. B. King, perfino, volendo, dell'adorato Chuck Berry. Musica da vecchi senza tempo.
Ciondola la testa Keith: «È sempre il blues, ancora e ancora». Il blues, che mai è mancato nelle corde dei Rolling Stones anche se si è via via rarefatto, fino a quel sorprendente Back Of My Hand sullo scorso album, un blues elementare, seminale, arricchito dalla slide di Jagger («Passati i 60 il ragazzo ha imparato», ghignava Richards, orgoglioso).

  • Back Of My Hand, dei Rolling Stones.

Un disco per chiudere il cerchio, 53 anni dopo

Se davvero riusciranno a buttare fuori un album così, intransigente e sfacciatamente nostalgico, potrebbe essere la definitiva testimonianza di anarchia e dunque di ribellione fino nella terza età.
I Rolling Stones sanno di poter contare su uno zoccolo duro di qualche milione di fan pronti ad acquistare qualsiasi cosa loro registreranno («Padre, perdonali perché non sanno cosa incidono», voleva inserire Richards nel booklet di Dirty Work, forse il disco più maligno e tormentato di sempre).
Allo stesso tempo, si rendono conto che difficilmente potranno conquistare nuovi adepti con un nuovo album di rock. I gusti sono cambiati e loro sono i dinosauri che non si sono estinti, che ancora tuonano sui palchi ma appartengono irrimediabilmente a un'altra epoca: perché, allora, non seguire solo la passione e tornare a un genere congeniale, che possono maneggiare con infinita classe ed esperienza, e che le dita torturate dall'artrite reumatoide di Keith, inoltre, possono gestire?
MICK, MIGLIOR BLUESMAN TRA I BIANCHI. Senza contare che Mick resta tuttora la migliore interpretazione bianca del blues. Che poi sia rurale, elettrico, del delta, di Chicago, reminiscente di Howlin' Wolf, di Robert Johnson o dei Rolling Stones, è questione secondaria: ci sono perle trascurate nel loro canzoniere, come Down In The Hole (da Emotional Rescue, 1980), scarnificati capolavori blues in grado di gettare chi ascolta in un incanto fatto di decadenza e disperazione. Perché non ritrovare quei crocicchi, quei sentieri desolati che si portano dentro da una vita? «Il blues, ancora e ancora...».
«Se lui ci sta...». «Se sta bene a lui...». I Rolling Stones sono così e non possono cambiare. Anche quando sono d'accordo nel fare qualcosa, hanno bisogno di metterla giù dura, di sfidarsi, di fare casino, di smuovere canali diplomatici perfino surreali.
PRIME LE SCINTILLE, POI I CAPOLAVORI. Sanno che da quella ruggine poi esce qualcosa di buono. Da 30 anni, ogni volta che c'è da rimettersi insieme per un disco, scoccano scintille. È successo ancora a fine 2001 dopo l'ultima prova di Mick, Goddess In The Doorway.
Ambiziosa quanto fallimentare. Con l'altro che ridacchiava carogna: «Per forza, dove vai con Dogshit In The Doorway?». Loro sono così. Gorgoglia Richards: «Il mio album solo, yeah, ma sai, gli Stones non mi lasciano in pace».
Ma intanto rientra in studio coi suoi ragazzi per l'ultimo botto, quello che chiude il cerchio là dove una storia immane era partita 53 anni fa. Dal blues.

Correlati

Potresti esserti perso