Diego Dalla Palma 150421184708
INTERVISTA 21 Aprile Apr 2015 1846 21 aprile 2015

Dalla Palma: «Una società da schifo, dov'è la pietà?»

Su Fb annuncia l'eutanasia. Ma prima vuole vendere le case. Per beneficenza. Dalla Palma a L43: «Nessun sostegno, una vergogna. La morte? Mistero sublime».

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Vuole scegliere il momento in cui morire, per andarsene con dignità.
Ma non subito. Tra qualche anno, perché prima intende vendere i propri beni e le case, per dare tutto il ricavato in beneficenza.
L’annuncio lanciato su Facebook dal famoso make up artist delle star, Diego Dalla Palma, ha sollevato un polverone. Che lo ha spinto a precisare più volte, attraverso lo stesso social network, di soffrire di artrosi come i genitori, e di averli visti patire così tanto da non voler ripercorrere il loro cammino, avendo già adesso diversi sintomi.
«VOGLIO AIUTARE CHI SOFFRE». «Sono pazzo? Forse, ma la mia è una scelta consapevole», dice Dalla Palma a Lettera43.it, «Io non voglio spingere nessuno, convincere nessuno, quello che voglio è aiutare la gente che soffre prima di andarmene».

Diego Dalla Palma, 64 anni. © ImagoEconomica

DOMANDA. Dalla Palma, si aspettava tanto clamore?
RISPOSTA. Sinceramente no. Più che altro perché si è travisato il motivo principale per cui avevo pubblicato questi miei pensieri.
D. In che senso?
R.
Io volevo parlare di una forma di solidarietà che chiamerei manifestazione di giustizia. Ma quello che attira di più la gente è il fatto dell’eutanasia. Pazienza, se questo serve ad arrivare al mio scopo...
D. In un Paese come l’Italia, dove l’eutanasia è sempre stato un tema fortemente dibattuto, era prevedibile, non pensa?
R.
Credo di sì anche se io ho visto, ho toccato con mano la sensibilità delle persone a questi argomenti. In questi tre giorni in cui sono arrivate manifestazioni impensabili di sostegno, di affetto. Certo, anche di rimprovero, ma moltissime persone hanno capito il mio pensiero.
D. Come si sente a parlarne?
R.
Guardi, io non ho mai provato tristezza a pensare alla morte, né avevo mai immaginato che alla morte dei miei genitori avrei potuto sperimentare forme di sofferenza. Ho sempre fortemente creduto in una sorta di trasformazione. Sarà perché ho sperimentato il coma.
D. Quando?
R.
A sei anni, ho avuto una meningite fulminante, sono rimasto in coma a lungo. Questo mi ha insegnato ad amare la morte tanto quanto la vita e a sviluppare quella vena creativa e artistica che mi ha aiutato così tanto.
D. Ha ricordi particolari di quei momenti?
R.
Ricordi meravigliosi, ma non so descriverli. Il punto è che io non ho difficoltà ad andarmene, ma non ora. Ci ho pensato, ma poi ho deciso di godermi quel che mi resta, viaggiare, prepararmi ad andarmene con serenità.
D. Lei oggi non è malato. Perché parlare di mettere fine alla sua vita?
R.
Perché il degrado fisico è già in atto. C’è l’artrosi, i problemi a dormire, a digerire, a muoversi, a volte anche a comunicare. Vedi che le persone ti guardano perché hai un ruolo, un po’ di notorietà ma quello che dici è considerato il contenuto mentale di un vecchio. Succede oggi a 64 anni, chissà come sarà a 74. E non voglio arrivare agli 80.
D. È proprio deciso...
R.
Assolutamente. Voglio precisarlo: non soffro di depressione, non ho malattie gravi, ma non voglio finire in ospizio, in situazioni umilianti per me, per il mio corpo, per la mia psiche, anche per le persone che mi sono care. Preferisco che abbiano un bel ricordo di me.
D. Come farà a capire quando sarà il momento?
R.
La vita è uno sforzo considerevole, io ho avuto tanto, ho vissuto sconfitte, gioie, dolori, ma poi iniziano i problemi. Un giorno non riesci a masticare, un altro a comunicare. Ti siedi a vedere un film e per alzarti ci metti cinque minuti perché non riesci a muoverti. Se ho questo già a 64 anni tra 10 anni sarà tutto così devastante.
D. Cosa le fa più paura?
R. La gente che ti guarda con commiserazione, la pietà degli altri, le giornate in ospedale. Io ho come riferimento i miei genitori, ho visto cosa è successo a mio padre e mia madre. Hanno avuto un declino che li ha portati in un calvario: non ho nessuna intenzione di vivere quella esperienza. Ci ho pensato tantissimo. Quando verrà il momento, sarò sereno. per me la morte è un mistero sublime tanto quanto la nascita.
D. Sui social c’è chi l’accusa di aver inventato tutto per ragioni pubblicitarie.
R.
Ma pubblicità di cosa? Non ho libri in uscita, l’azienda cosmetica l’ho venduta. È da tempo che ho questi pensieri, sono affascinato da Virginia Woolf, quando si è suicidato Mario Monicelli, o Lucio Magri, sono andato a comprare tutti i giornali perché volevo capire, sapere. Ci ho riflettuto davvero tanto. Sarò pazzo? Va bene, ma io non costringo nessuno. Però prima di andarmene voglio vendere la maggior parte degli immobili che ho.
D. Per quale motivo?
R.
Perché sono immobili di pregio, di valore, e in questi giorni sono affranto a vedere le immagini dei profughi, la disperazione, e a sentire i politici che si disputano solo le poltrone. Provo vergogna e schifo e mi chiedo: la pietà dov’è? E se muoio va tutto a chi? A chi, che io non ho nessuno? Ecco perché sto pensando di sistemare le cose.
D. Il suo appello sui social ha avuto riscontri?
R.
Purtroppo tutti legati ad associazioni che vogliono soldi e sostegno, nessuno che vuole comprare. Questo è triste, me lo faccia dire, è proprio una società di merda. Sono appena tornato dal Veneto e ho visto un paio di persone, a una serata, che non sanno più dove mettere i soldi.
D. Beh, vendere case non è così semplice...
R.
Le mie sono belle eppure non c’è stata una persona, nella marea di oro in cui sguazza, che abbia voluto sostenere la mia idea di fare del bene, che abbia detto «parliamone», «guardiamo le case», «facciamo una trattativa». Tutti a dire «guardiamo quando muore».
D. Forse i suoi modi hanno spiazzato i potenziali acquirenti.
R.
Ma guardi che io sto muovendo tutte le acque, mica l’ho scritto solo su Facebook. Ho incaricato pure la Engel & Völkers. È che voglio fare in fretta.
D. Perché?
R. C’è gente che ha bisogno, dovremmo cercare di fare qualcosa. Ho sentito che ci sono 1 milione e 200 mila persone alle porte del Mediterraneo, si rende conto? E poi gli orfani, la gente infelice, chi non ha da mangiare. Gli industriali del Triveneto da soli potrebbero risolvere i problemi dell’Africa intera, però si chiudono, hanno paura dell’altro, preferiscono morire nella stupida e squallida certezza del nulla. Ecco, io sono un imbecille, ma preferisco fare del bene prima di andarmene.

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