INTERVISTA 21 Aprile Apr 2015 1728 21 aprile 2015

La Ong Moas: «Avremmo potuto salvare i migranti»

Donne, uomini e bambini. Regina e Christopher li soccorrono nei mari dal 2014. Però il 19 aprile la loro nave Phoenix non è salpata: «A maggio ripartiamo». Foto.

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Un americano di New Orleans e un'italiana di Calabria.
Christopher e Regina Catrambone si sono incontrati e innamorati in Italia, prima di trasferirsi a Malta.
Lì hanno dato vita a qualcosa di unico e speciale. Con la loro Ong, Moas (Migrant offshore aid station, stazione d'aiuto offshore per i migranti), prendono il largo verso acque internazionali e salvano vite umane, quelle di centinaia di migranti che ogni anno tentano le traversate della speranza.
NE HANNO SOCCORSI 3 MILA. Nel 2014, in tre mesi, ne hanno soccorsi 3 mila. Nel 2015 contano di raddoppiare il tempo trascorso in mare.
Ma Regina ha un grande rammarico, e lo ha confessato a Lettera43.it.
È quello di non essere stati sulla Phoenix il 19 aprile, il giorno della strage che ha visto morire oltre 700 persone al largo della Liba.
«Li avremmo potuti salvare. Bambini, donne, giovani, uomini».
E invece la Phoenix, il vascello di 40 metri che lei e suo marito hanno acquistato e dotato delle più moderne attrezzature per il soccorso in mare, salpa la prima settimana di maggio, pochi giorni dopo la tragedia.
INSIEME CON MEDICI SENZA FRONTIERE. «Quest'anno abbiamo stretto una partnership con Medici senza frontiere», ha spiegato Regina.
Un modo per aggiungere al recupero dei naufraghi le prime cure mediche del post rescue.
«In mare ho incontrato padri che avevano perso la famiglia, donne incinta dopo uno stupro, persone che volevano soltanto tornare a casa».
Drammi davanti ai quali «l'umanità dovrebbe prevalere» perché «non si può fare politica sui morti o sulle persone che stanno morendo. Si può solo cercare di salvarle».
«NON SIAMO MILIARDARI». Lei e Christopher hanno scelto di dedicare la loro vita a questo, spendendo tanti soldi per comprare una nave, due gommoni veloci con scafo rigido, due droni, perché in questo campo non ci si improvvisa. Ma non chiamateli miliardari: «Siamo solo persone che avevano dei fondi da parte e invece di investirli in qualcos'altro hanno scelto di farlo per salvare delle vite».

Regina Catrambone davanti alla Pheonix (©Moas).

DOMANDA. Oltre 700 morti nel Mediterraneo il 19 aprile. Come si sente?
RISPOSTA.
Profondamente inorridita. Tutti noi del Moas siamo rammaricati di non essere stati in mare quel giorno.
D. Un disastro immane dal punto di vista numerico.
R.
Si è detto prima 400, poi 700, ora 900. Ma questi non sono numeri, sono persone. Figli, madri, sorelle. Io mi auguro che la politica esca fuori dalle operazioni di salvataggio. E che prevalga l'umanità.
D. Lei e suo marito Cristopher avete scelto di mettervi in gioco in prima persona.
R.
Abbiamo fondato una Ong e nel 2014. In 60 giorni in mare abbiamo contribuito al salvataggio di 3 mila persone. Più della metà sono state ospiti della Pheonix, la nostra nave. Quest'anno speriamo di poter fare di più.
D. Come?
R.
Abbiamo fatto una partnership per il post rescue con Medici senza frontiere. Noi salveremo le persone in mare, loro si occuperanno di curarle.
D. Quanto costa una missione?
R.
Ci sono costi operativi e di manutenzione. Una missione del Moas con l'uso dei droni costa quasi 350, 400 mila dollari al mese.
D. Quando è nata l'idea di comprare una nave per salvare i migranti?
R.
C'erano delle persone che stavano morendo in mare e noi abbiamo deciso di aprire una Ong che invece di lavorare a terra lo facesse in acqua.
D. E come avete agito?
R.
Abbiamo acquistato un vascello di 40 metri, l'abbiamo messo a disposizione del Moas, dotandolo di due gommoni veloci a scafo rigido, due droni che volano alternativamente.
D. Altro?
R. Acqua, barrette energetiche, giubbotti di salvataggio. Un laboratorio equipaggiato con medicine, pannolini e biberon. Tutto quello che può servire. E siamo partiti l'anno scorso.
D. Vi deve essere costato parecchio.
R.
Soprattutto in questo periodo di crisi, non mi va che siamo visti come milionari o miliardari. Siamo lungi dall'esserlo.
D. Cosa siete allora?
R. Persone che avevano dei fondi messi da parte. E invece di investirli in un altro business hanno deciso di farlo nel salvataggio di vite umane.
D. L'intervento di privati è indispensabile per sopperire alle mancanze del pubblico?
R.
Non direi così. Dovremmo smetterla di fare queste politiche mediatiche negative e non costruttive e iniziare a darci una mano.
D. In che modo?
R. Non c'è niente di male se il privato arriva dove non arriva il pubblico. D'altra parte, in tutto il mondo, ci sono ospedali pubblici e ospedali privati.
D. Si dice spesso che da sole Italia, Malta e Grecia non ce la possono fare. Che serve una politica comunitaria. In molti criticano Frontex e sostengono sia un'agenzia senza potere e inefficace.
R.
Non è vero che non si è fatto niente. Frontex agisce tramite un mandato e ha dei limiti operativi. La sede del comando operativo è a Roma. Se a loro viene ordinato di spostarsi oltre 30 miglia dalla costa lo fanno.
D. Non capita spesso, però.
R.
Triton controlla le frontiere, non è un'operazione umanitaria come era stata Mare Nostrum. Credo che siano importanti entrambi gli approcci. E servirebbero più missioni umanitarie perché il tratto di mare è molto vasto. Anche arrivare mezz'ora prima può fare la differenza.
D. Il Moas riparte a maggio. Quanto tempo starete in acqua?
R.
Vorremo restare in acqua sei mesi. Poi ci saranno momenti in cui saremo in mare e momenti in cui saremo a terra per rifornirci.
D. Cosa risponde ai politici che dicono «non possiamo accoglierli tutti» o invocano il blocco navale e l'affondamento dei barconi?
R.
Non si può fare politica su una persona che sta morendo. Se uno cade a terra, il nostro istinto è quello di aiutarlo a rialzarsi. Qui si mette avanti la politica e non si dà spazio all'istinto umanitario. Dobbiamo aiutarli.
D. Come?
R.
Dobbiamo cercare di farli arrivare dove vogliono. Molti di loro partono per ricongiungersi con la famiglia. Dobbiamo salvaguardare il loro diritto alla vita, allo studio, al gioco per i bambini che a cinque anni subiscono traumi incredibili per colpe non loro, ma nostre.
D. Alcuni sostengono che l'integrazione non sia semplice, che su quei barconi arrivino anche criminali e terroristi.
R.
Proviamoci almeno. Se non sono persone consone a restare in Europa verranno rimpatriate.
D. Ci sono storie a cui, nella sua esperienza sulla Phoenix, è rimasta particolarmente legata?
R.
Tante. Famiglie partite tutte insieme, padri e madri con bambini, poi la barca si è capovolta ed è rimasto solo il padre, a piangere la moglie e i figli.
D. Oppure?
R. Donne incinta dopo essere state stuprate, che portano sulla carne i segni del martirio subito. Nei loro occhi vedi tanta tristezza.
D. Tutte persone che cercano di scappare dai Paesi in cui sono nati e in cui non hanno più futuro?
R.
Non solo. Abbiamo anche incontrato delle persone provenienti dal Bangladesh che erano rimaste bloccate in Libia. Salire su un barcone era la loro ultima speranza di tornare a casa.
D. E poi qualcosa va storto.
R. Immaginate che, mentre affrontate un viaggio del genere, il barcone si ribalti perché chi arriva per salvarti non è preparato, si avvicina troppo velocemente, e si rovescia l'imbarcazione.
D. Pensa che la vostra esperienza possa incentivare altri privati a fare altrettanto?
R.
Certo, ed è bellissimo. Ma bisogna anche essere realisti e preparati. Noi non ci siamo improvvisati. Per più di 10 anni abbiamo lavorato nel soccorso a terra. Christopher è stato in Afghanistan e in Iraq.
D. E non fate tutto da soli.
R.
No. Ci siamo rivolti ad avvocati marittimi, non abbiamo preso scorciatoia. abbiamo investito diversi fondi in un'imbarcazione che fosse sicura. A bordo abbiamo persone pagate ed esperte, che hanno lavorato per oltre 20 anni nella guardia costiera maltese.
D. Servono capacità e risorse economiche, insomma.
R.
Sì, per questo noi abbiamo avviato una raccolta fondi. Si può donare al Moas tramite il nostro sito internet. Ci stiamo anche adoperando per creare Moas Italia e permettere agli italiani di donarci il 5 per mille.

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