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STORIA 22 Aprile Apr 2015 1204 22 aprile 2015

Migranti: l'Odissea di Muhammed, dal Gambia a Ravenna

A 25 anni è fuggito dal Gambia. Un viaggio fatto di violenze, rapine e sequestri. Poi l'imbarco a Tripoli. Per 238 euro. Infine l'Italia. La storia di Muhammed a L43.

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Nei primi mesi del 201i5, sono sbarcati in Italia 18 mila migranti.

Muhammed N. è nato a Tallindig, in Gambia, il 3 febbraio 1988.
È uno dei 170 mila migranti arrivati sulle coste italiane nel 2014, uno dei 270 mila sbarcati in Europa. Ma Muhammed è una persona, non solo un numero. E la sua storia è simile anche a quella dei 18 mila partiti dalle coste africane e giunti nel nostro Paese in questi primi quattro mesi del 2015.
UNA ODISSEA ATTRAVERSO L'AFRICA. Storie fotocopia, che sanno di interminabili viaggi di fortuna tra i confini degli Stati africani. Di violenze e di rapine. Di paura. Mesi di limbo che trasformano il rischio di una traversata su barconi malmessi nella scommessa in una vita migliore. O, più semplicemente, una scommessa di sopravvivenza.
Il viaggio di Muhammed è durato mesi. Fuggito dal Gambia il 12 novembre 2013, ha messo piede in Italia il 25 luglio 2014.
E a lui è andata bene. Partito alle 7 di un mercoledì mattina da Tripoli è stato soccorso da un'imbarcazione alle 21 dello stesso giorno. E ora è stato accolto dall'associazione Papa Giovanni XXIII a Ravenna.

In falegnameria a 10 anni, poi la fuga

Migranti in arrivo in Italia.

Muhammed non ha studiato. Terminata la scuola a 10 anni, ha cominciato a lavorare come falegname. In famiglia ce n'era bisogno. Rimasto orfano, è andato a vivere con i due fratelli e la sorella dallo zio paterno, sua moglie e i tre cugini.
Una convivenza non facile, visto che i tre gli rubavano i vestiti per poi rivenderli. Nessuno lo difendeva. «La moglie di mio zio mi diceva di stare zitto, perché ero orfano», racconta Muhammed. Eppure lui ha continuato per 15 anni a dare una mano. A portare i soldi a casa. Poi, a 25 anni, non ce l'ha più fatta ed è scappato.
«La moglie di mio zio mi aveva cacciato di casa e anche il lavoro non stava andando bene», spiega. Così è andato a vivere per sei mesi con Nije, un amico.
OMOSESSUALI AL BANDO. La casa era frequentata da altri ragazzi, tra cui Demba, gay. Non un particolare in Gambia, dove l'omosessualità è reato.
La moglie dello zio se ne accorse e li denunciò alla polizia.
Gli agenti arrivarono, presero Nije e anche Demba. Muhammed no, ma solo perché non si trovava a casa in quel momento. Era al lavoro. Avvisato dalla madre dell'amico arrestato, decise allora di scappare. «Mi telefonò anche il mio padrone», continua, «mi chiese dove mi trovassi e di rientrare perché c'era del lavoro per me. Ma non mi sono fidato. Ho pensato che fosse una trappola della polizia e non sono più tornato.
INGHIOTTITI DAL CARCERE. Di Demba e Nije si sono perse le tracce. Scomparsi nel nulla. Come moltissimi altri carcerati. E i gay «vengono uccisi».
Comincia qui la fuga di Muhammed.
Da Tallindig arrivò a Brikama, città a una cinquantina di chilometri di distanza. Ma non era ancora al sicuro, la polizia poteva trovarlo. Così, dopo una settimana, l'amico che lo ospitava gli consigliò di andarsene dandogli 500 dalasi, nemmeno 11 euro.
L'ARRIVO IN SENEGAL. Non certo una somma importante, ma sufficiente per prendere il biglietto di un autobus diretto al confine col Senegal. «La madre di Nije mi telefonò dicendomi che la polizia continuava a cercarmi», ricorda Muhammed. «Così ho dormito per una settimana alla stazione».
Un altro incontro cambiò la vita di Muhammed. Alla stazione dei bus incontrò un amico del fratello. «Mi diede del denaro senegalese e una scheda telefonica. Chiamai i miei fratelli e poi partii per il Senegal».
LA CHIAMATA IN LIBIA. In fuga, in pericolo e senza lavoro. Un'occasione gli venne offerta da un altro amico gambiano che, con il padre, lavorava in Libia. «Mi disse che lì c'era molto lavoro per i falegnami. Potevo raggiungerli in un paesino vicino a Tripoli».
Muhammed era preoccupato per la guerra, ma fu rassicurato dai due: «Vieni è tutto finito», gli dissero inviandogli 10 mila danasi, 215 euro.

Il viaggio compiuto da Muhammed per arrivare in Italia.

Gli stranieri sono un ottimo 'affare' per le bande

Un gruppo di migranti su uno dei gommoni della Phoenix.

Dal Senegal Muhammed arrivò in autobus fino ad Agadez, in Niger. Poi in auto fino in Libia. Ma i soldi erano finiti. Così cominciò a lavorare in una falegnameria.
«Un giorno arrivò un libico», racconta, «non c'era il padrone né il responsabile. Eravamo solo noi ragazzi. Prima mi chiese di entrare in macchina, poi vedendo che non lo seguivo, mi spinse e mi diede una sberla minacciandomi con una pistola».
Solo l'arrivo del titolare evitò che venisse rapito. Non una novità nella Libia fuori controllo. Gli stranieri rappresentano un ottimo 'affare' per bande e delinquenti che contano sul pagamento del riscatto.
CATTURATO DALLA POLIZIA. Dopo un mese, messo da parte un gruzzoletto, riuscì finalmente a partire per Tripoli. Ma appena arrivato a Bahe venne catturato dalla polizia.
In galera, quelle stesse prigioni che Daniela Santanchè considera meglio dei barconi, «davano da mangiare una volta al giorno e da bere solo acqua e sale. Tutte le mattine ci picchiavano, ci costringevano a chiamare i nostri parenti per chiedere soldi. Io non ho chiamato nessuno, a parte il mio amico libico ma non mi ha mandato nulla».
Denaro in cambio di libertà. Non avendo parenti, Muhammed è rimasto dietro le sbarre per tre mesi. «Un giorno un poliziotto mi ha chiamato per pulire il loro ufficio, la stanza era vuota, la porta aperta e così sono scappato».
DUE RAPINE E UN PESTAGGIO. Muhammed si nascose con due senegalesi in un appartamento in cui vivevano molte altre persone di varia nazionalità. «Tutti stavano in questa casa prima di partire per Tripoli. Ma io non avevo soldi per il trasporto».
Rimase in quella casa un mese, cucinava e faceva le pulizie, per permettersi il viaggio.
Una volta arrivato a Tripoli trovò lavoro sotto caporali. Fu rapinato della paga settimanale per due volte, picchiato - «Dopo l'ultima aggressione sono rimasto a casa due settimane, mi avevano spaccato i denti» - e nuovamente rapito dai soldati.
LA TRAVERSATA PER 350 DINARI. E poi una possibilità. «Un giorno ho conosciuto un uomo che portava la gente in Italia per 500 dinari (350 euro circa, ndr)», spiega Muhammad. «Avevo un po’ di soldi da parte ma arrivavo solo a 350 dinari (238 euro, ndr). Alla fine ha accettato di imbarcarmi ugualmente».
La sua Odissea in mare è durata poco più di 24 ore. Muhammad è stato uno dei fortunati. Di una cosa però è certo: in Gambia non può e non vuole tornare. «La polizia mi sta ancora cercando», conclude. «Me lo hanno detto i miei fratelli. Se torno, sono un uomo morto».

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