Edificio Yarmouk Distrutto 150413110104
REPORTAGE 23 Aprile Apr 2015 0900 23 aprile 2015

Siria, la tragedia dei rifugiati di Yarmouk

Prima Assad. Ora la furia dell'Isis. Un tempo il campo ospitava 500 mila persone. Oggi ne restano soltanto 18 mila. Prigioniere in quella che era la loro casa.

  • ...

Un edificio di Yarmouk distrutto dalle bombe.

Oggi Yarmouk è il luogo simbolo della tragedia siriana.
Dal primo aprile il campo di rifugiati palestinesi è sotto il controllo dell'Isis, e mentre l'Occidente promette di mobilitarsi, migliaia di persone sono prigioniere in quel sobborgo di Damasco che un tempo era la loro casa.
«Quello che mi fa rabbia è che l’inferno di Yarmouk non è iniziato la scorsa settimana, ma tre anni fa», dice a Lettera43.it Rahed Yassir, un operatore della Prcs (Palestine Red Crescent Society, la Croce Rossa palestinese).
A YARMOUK VIVEVANO 500 MILA PERSONE. Il conflitto siriano, in corso da quattro anni, finora ha solo sfiorato la capitale Damasco, ma ha devastato alcune zone della cintura metropolitana, tra cui Hajar Al-Aswad e appunto Yarmouk.
«Yarmouk è nato come campo per i rifugiati palestinesi cacciati dalla loro terra», racconta Rahed, «nella zona vivevano circa 500 mila persone, 180 mila palestinesi e il resto circassi, turcomanni e siriani poveri».
Questo territorio, pochi chilometri a Sud di Damasco, diventa immediatamente una testa di ponte della rivolta nel tentativo di arrivare alla capitale. I combattimenti tra i cosiddetti ribelli e le forze governative esplodono violenti, le diverse fazioni palestinesi non assumono una posizione univoca e si schierano chi da una parte chi dall’altra, mentre entrano nel campo gli integralisti del Fronte al Nusra.
UCCISI DALLA FAME, DAL FREDDO E DALLE BOMBE. Dopo le prime battaglie l’esercito di Bashar al Assad sceglie di limitarsi a cingere d’assedio l’area e di intervenire quasi esclusivamente con bombardamenti aerei e da terra.
«La gente del campo è stata vittima di una guerra medievale», dice ancora Rahed, «per mesi niente o nessuno poteva entrare o uscire. A Yarmouk molti sono letteralmente morti per fame, sete, freddo e per la totale mancanza di medicinali e assistenza. Tanti sono riusciti ad approfittare dei pochi rari momenti di tregua o dei rari corridoi umanitari che si sono aperti per fuggire».
Si stima che a fine marzo a Yarmouk non vivessero più di 18 mila persone.

Nella morsa di jihadisti ed esercito governativo

Siria, l'insediamento palestinese di Yarmouk distrutto dai bombardamenti di Assad.

«Gli scontri a fuoco quotidiani, le violenze dei jihadisti e le bombe del governo», racconta Admam Tmas, fuggito da Yarmouk meno di un mese fa, «a volte non sembravano neanche il male peggiore».
L’inverno è stato molto rigido, il combustile per il riscaldamento era inesistente, e naturalmente non c’era energia elettrica.
«Cadevano almeno 15 colpi di mortaio al giorno», continua Admam. «Avevamo paura di uscire per le bombe, ma anche di stare dentro per il freddo. Un giorno mia moglie ha cercato di usare il legno dei mobili in una stufa a gasolio, la casa si è riempita di fumo e stavamo per morire».
NEL MIRINO GLI OPERATORI DELLA PRCS. Ogni mattina Admam si svegliava all’alba per andare con la figlia a cercare qualcosa da mangiare per la strada, tra le macerie e la spazzatura: «Bisognava arrivare per primi se si voleva trovare qualcosa. Spesso non trovavamo nulla, neanche una patata marcia. Abbiamo deciso di andare via anche se rischiavamo la vita, tanto stavamo norendo di fame, di freddo e di paura».
Ora il popolo di Yarmouk vive il terrore dell'invasione dell'Isis. Dal campo arrivano notizie di decapitazioni ed esecuzioni sommarie. «In quel che restava dell’ospedale del campo sette operatori (della Prcs, ndr) sono stati uccisi», dice Rahed.
Le poche cronache che filtrano parlano di 200 civili morti e di miliziani che giocano a calcio con teste umane.
CHI NON MUORE, SCAPPA A SUD DI DAMASCO. «Ho lasciato il campo anche se sono nata e cresciuta a Yarmouk», racconta Umm Osama, fuggita in un centro alla periferia Sud di Damasco. «Con i miei figli abbiamo sopportato i bombardamenti e la fame. È stato terribile, abbiamo mangiato l’erba che cresceva nelle buche della strada, ma almeno eravamo a casa nostra. L’arrivo dell'Isis significa distruzione e massacri. Il loro comportamento non è umano e la loro religione non è la nostra».
A Osama fa eco Nadia. La sua voce è quasi coperta dal pianto del figlio: «Siamo scappati senza portare nulla con noi. Mio marito non era in grado di camminare e lo abbiamo quasi trascinato. Siamo usciti strisciando lungo le pareti per cercare di evitare i cecchini».

Correlati

Potresti esserti perso