STORIA 26 Aprile Apr 2015 0800 26 aprile 2015

Libano, il racconto della corsa allo spazio del 1960

Beirut: un gruppo di docenti e studenti armeni andava alla conquista della Luna. Impresa mai riuscita nel mondo arabo. L'avventura raccontata dai protagonisti. Ft.

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da Beirut

I missili a Beirut sono associati dal 1975, quando iniziò la lunga guerra civile, a morte e distruzione.
Non è, però, il caso della statua che da tre anni domina il cortile dell’Haigazian University, l’Università armena della capitale libanese.
Quel missile bianco non celebra vittorie militari, ma ricorda un’avventura incredibile che si è realizzata tra queste mura: la partecipazione del Libano alla corsa per la conquista pacifica dello spazio.
UNA STORIA DIMENTICATA. È una storia completamente dimenticata, della quale nessuno in Libano aveva più memoria fino a quattro anni fa, quando Joana Hadjithomas e Khalil Joreige l’hanno riportata alla luce e raccontata in un documentario.
«Siamo orgogliosi della riscoperta di questo progetto», dice Mira Yardemian, dell’Haigazian University, «perché testimonia il contributo che in un secolo la comunità armena ha dato al Paese che ci ha ospitati dopo la diaspora».
L'UNIVERSITÀ FONDATA DAGLI ARMENI. Nel 1915 i Giovani Turchi, il gruppo a capo di quello che restava dell’Impero Ottomano, si macchiarono del primo genocidio del XX secolo. Quasi 2 milioni di armeni che vivevano in Turchia furono sterminati e i sopravvissuti costretti a rifugiarsi nei Paesi del Medio Oriente. Quarant’anni dopo gli armeni del Libano fondarono l’Università, un ateneo di eccellenza per le materie scientifiche, dove negli Anni 60 nacque la Lebanese Rocket Society.
«Al progetto lavorarono docenti e studenti armeni arrivati anche da altri Paesi della regione», racconta Dicran Mangassarian, giornalista armeno di Beirut. «Ricordarlo è un modo per commemorare la tragedia che il nostro popolo ha vissuto 100 anni fa».

  • Il documentario The Lebanese Rocket Society.

L'avventura comincia nel 1960: Manougian paga di tasca sua

L’avventura iniziò nel 1960, quando un gruppo di studenti dell’Università Haigazian, guidati dal loro professore di matematica Manoug Manougian, cominciarono a progettare e a lanciare razzi verso il cielo. Mentre Usa e Urss si confrontavano per il predominio dello spazio, Manougian e i suoi ragazzi costruivano i loro missili. Una sfida impossibile per un piccolo Paese come il Libano, ma che rappresenta l’unico tentativo del mondo arabo di sfidare il cielo.
In sette anni furono lanciati più di 10 razzi, ognuno più potente del precedente, gli ultimi superarono i 600 chilometri di quota. Uno raggiunse la stratosfera, a una quota adatta a orbitare.
Era il 1960 quando Manougian e i suoi studenti fondarono la Lebanese Rocket Society. Il progetto era figlio di quegli anni fatti di sogni e di rivoluzioni. In Medio Oriente si respirava l’aria dell’alternativa, incarnata dal panarabismo del presidente egiziano Abdel Nasser. Sogni che si infransero con la sconfitta araba nella guerra con Israele del 1967.
LA RICERCA COME ORGOGLIO NAZIONALE. Il Libano era da poco uscito da un conflitto civile tra nasseriani e filo-occidentali, che nel 1958 aveva portato addirittura allo sbarco di 15 mila marines a sostegno di questi ultimi. Nello stesso anno diventava presidente Fouad Chehab, che voleva trasformare il Libano in un vero Stato nazionale, superando le divisioni religiose e le disparità economiche della popolazione, che già allora segnavano la vita del Paese.
Il progetto spaziale era in linea con quest’obiettivo. La politica vedeva nella ricerca una spinta all’orgoglio nazionale e un possibile sviluppo militare.
Gli autori del documentario The Lebanese Rocket Society hanno rintracciato il professor Manoug Manougian, ora docente all’Università di Tampa in Florida, che ha raccontato loro la storia dell’avventura spaziale libanese.
QUEL LANCIO OLTRE I 2 MILA METRI. «Volevo esplorare lo spazio, credevo che il Libano avrebbe potuto farlo», spiega. «Ero certo che il nostro piccolo Paese avrebbe potuto realizzare quello che il resto del mondo arabo non riusciva neppure a immaginare».
La passione per lo spazio lo accompagnava da quando da ragazzo aveva letto i romanzi di Jules Verne: «Con mio grande stupore molti studenti aderirono immediatamente al progetto. All’inizio per la ricerca usai i miei risparmi, cosa più difficile fu convincere mia moglie», racconta Manougian. «I prototipi li costruimmo con cartone e pezzi di tubo, e furono testati in una fattoria sulle montagne di Beirut».
Il primo tentativo non fu esaltante. Il razzo si staccò da terra, ma ricadde quasi subito, vicino a una chiesa. Il gruppo non si arrese e il lancio successivo raggiunse i 2 mila metri di quota.

Il team di ricercatori che lavorò al progetto.

Il progetto attira l'attenzione del governo. E arrivano i fondi

I primi faticosi successi attrassero l’attenzione del governo e dell’esercito libanese. Al gruppo fu affiancato Wehebe Youssef, tenente specializzato in balistica, ma soprattutto furono stanziati i primi fondi e fu messo a disposizione un sito sicuro per i lanci.
Si diede anche un nome ai razzi, Cedar (cedro in inglese), in onore dell’albero simbolo del Paese. Grazie alle nuove risorse furono acquistati componenti in Francia e negli Stati Uniti e il progetto fece un salto di qualità. I razzi successivi divennero sempre più complessi e miglioravano i combustibili chimici impiegati. Intanto, Manougian continuava a difendere il carattere scientifico e civile del progetto.
La Lebanese Rocket Society divenne così il simbolo dell’orgoglio nazionale, al lancio del Cedar V fu dedicata una serie di francobolli, Manougian venne invitato dal presidente Chehab e il ministero della Pubblica Istruzione garantì finanziamenti sufficienti. Il Libano stava partecipando ufficialmente alla corsa allo spazio.
NEL 1963 OLTRE I 145 CHILOMETRI DI QUOTA. «Eravamo arrivati a sperimentare razzi a tre stadi con propellenti solidi e molto potenti, rischiando di oltrepassare i confini», spiega Manougian. «I politici temevano che un razzo potesse raggiungere Cipro. Così, spostammo la base per i lanci più a Sud, ma con un’altra preoccupazione: eravamo molto vicini a Israele».
Il Cedar IV, lanciato nel 1963, fu un successo, raggiunse 145 chilometri di altezza, vicino alla quota dei satelliti in orbita terrestre bassa.
Lancio dopo lancio le attenzioni, anche indesiderate, crescevano intorno alla Lebanese Rocket Society. Manougian iniziò a sospettare che agenti stranieri controllassero il suo lavoro, e che altri Paesi arabi usassero le sue ricerche per scopi militari: «Uno Stato mi offrì molto denaro e tutti i mezzi necessari per proseguire le ricerche. Rifiutai, avevo capito che l’interesse era solo bellico e io sono contrario a ogni forma di violenza».
CON LE TENSIONI IL PROGETTO SI ARENA. Nelle testate dei Cedar successivi al quarto fu inserita una radio trasmittente che lanciava nello spazio il messaggio «Viva Libano», ma stava arrivando il 1967 e la Guerra dei Sei Giorni. Gli equilibri e l’atmosfera in Medio Oriente cambiarono radicalmente, non ci fu più spazio per chi credeva nella pace. Il progetto s’interruppe e Manougian si trasferì negli Stati Uniti, dove oggi vive e insegna.
«Volevamo raggiungere la Luna, realisticamente non avremmo potuto fare di più di quanto abbiamo realizzato», ammette ora. «Ma credevo anche che la Lebanese Rocket Society avrebbe spinto gli studenti a crescere nell’amore per la scienza, e questo obiettivo lo abbiamo raggiunto».

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