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SCENARIO 4 Maggio Mag 2015 1302 04 maggio 2015

Gran Bretagna, le conseguenze della Brexit

È il leitmotiv di Cameron. Ma l'uscita di Londra dall'Ue costerebbe il 12% del Pil. Industria e finanza i settori a rischio. E vacilla anche l'asse con gli Stati Uniti.

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Il premier britannico David Cameron.

Più della Grexit Angela Merkel sembra preoccupata dalla Brexit.
«Dove sarebbe l'Europa oggi, se il popolo britannico non avesse trovato la forza di rischiare la propria esistenza al fine di preservare le speranze di tutti i popoli europei per un futuro migliore di pace? », ripete la cancelliera tedesca appena può.
E guarda con molta apprensione al voto del 7 maggio che David Cameron - anche lui membro della famiglia dei popolari europei - ha legato alla promessa di indire un referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Ue. E che ha già spaccato il partito conservatore e sta spaventando i mercati, visto che - pur guardando all’altra sponda dell’Atlantico - Londra resta il principale mercato finanziario del Vecchio Continente.
CAMERON CHIEDE LIBERALIZZAZIONI. Chi conosce il premier britannico dice che sta soltanto portando avanti una partita a poker, convinto che i suoi avversari non andranno a vedere il suo gioco. Perché da un lato deve fermare l’emorragia di voti conservatori verso i partiti di estrema destra come l’Ukip di Nick Farage.
Dall’altro aspetta al varco Jean-Claude Juncker e Angela Merkel, ai quali chiede ulteriori tagli al bilancio europeo, nuove regole sull'immigrazione, la riduzione dei balzelli sulla transazioni finanziarie e maggiori liberalizzazioni nell’Eurozona per esportare i prodotti e (soprattutto) i servizi made in Uk.
MILIBAND ESCE RAFFORZATO. Invece la mossa ha finito per rafforzare la campagna di Milliband e dei laburisti. I quali, per quanto tipiedi sull’argomento, finiscono per dipingere uno scenario nel quale l'Irlanda del Nord e la Scozia realizzano le loro aspirazioni secessionistiche, le grandi banche trasferiscono le loro sedi a Francoforte o a Ginevra, le multinazionali abbandonano l'Isola per il continente e - soprattutto - Londra sarebbe fuori dalle grandi direttrici, visto che i tanti cittadini comunitari che l'hanno eletta a città più cool della Terra finirebbero per portare altrove le loro conoscenze.
Allarmismi? Forse, fatto sta che negli ultimi anni Cameron si è battuto come un leone per garantire al suo popolo massima libertà di movimento all'interno della Ue. Senza dimenticare che già ora la Gran Bretagna subisce dazi in media del 53% per esportare nei Paesi dove non vigono accordi bilaterali.
LA BREXIT COSTEREBBE 300 MLD. Ogni anno Londra versa nelle casse di Bruxelles lo 0,5% del suo Pil. Un'inezia, se si pensa che - secondo la Confindustria britannica - la permanenza in Europa garantisce al sistema imprenditoriale locale un valore aggiunto tra i 62 e i 78 miliardi di sterline all'anno.
Il centro studi Bertelsmann Stiftung in collaborazione con l’Istituto di Munich ha calcolato che la Brexit costerebbe ai sudditi della Regina almeno 300 miliardi, con il Pil in calo del 12% nei prossimi 12 anni. Anche perché - accanto all'isolamento commerciale - si pagherebbe dazio per «la diminuzione del dinamismo economico e dell’indebolimento del potere innovativo di Londra come centro strategico».
I maggiori think tank locali, però, sono abbastanza concordi nel dire che in caso di Brexit il Paese perderebbe nel medio termine 2,2 punti percentuali di Pil. Se invece Londra strappasse un accordo con Bruxelles sul modello svizzero (e sulla libera circolazione di merci, capitali e persone), la crescita avrebbe un sussulto dell'1,6%.

Il settore finanziario rischia perdite del 5%

Il governo Cameron ha ribadito la volontà di indire un referendum per decidere sull'eventuale divorzio dall'Ue.

Guardando ai singoli settori, il Bertelsmann Stiftung e l’Istituto di Munich hanno calcolato che soltanto le principali aree di servizi finanziari registrerebbero perdite per un valore aggiunto del 5% nell’ipotesi peggiore. Infatti è sentire comune che in caso di Brexit il settore possa vedersi precluso ogni canale verso l'Eurozona.
In quest’ottica è emblematica una sentenza dell'alta corte di Strasburgo dello scorso autunno. E che ha dato ragione al governo inglese, che aveva stigmatizzato il fatto che i poteri di vigilanza della Bce possano estendersi alle sue banche e alle sue strutture impegnate nella compravendita di titoli. In quell'occasione la Corte Ue aveva chiuso le porte all'Eurotower che voleva un maggiore controllo sulle sale di compensazione della City, con il risultato che le controparti centrali britanniche non sono adesso obbligate a essere registrate giuridicamente in uno Stato della zona euro.
DURE CONSEGUENZE PER L'INDUSTRIA. Ma la cosa - in caso di uscita dalla Ue - potrebbe essere anche letta in senso opposto e ritorcersi contro il Regno Unito: costringendo le realtà finanziarie inglese che vogliono lavorare con clienti europei a trasferirsi nel continente.
Il Bertelsmann Stiftung, poi, mette in allarme le produzioni più evolute. Le industrie chimiche, di ingegneria meccanica e automobilistiche sarebbero sommerse da perdite nel valore aggiunto «perché sono fortemente incorporate nel valore delle catene europee». Soltanto il primo comparto vedrebbe calare dell'11% il suo giro d'affari. Ma più in generale sono in pochi a credere che continuerà la corsa da parte delle grandi corporation mondiali per investire nel Paese, che fa da cerniera tra l’America e l’Europa.
OBAMA INCROCIA LE DITA. Queste le ripercussioni economico-finanziarie. Ma non sarebbero meno leggeri gli effetti politici. «Il resto d’Europa reagirebbe con un misto di preoccupazione e rabbia, ci sarebbe senz’altro chi vorrebbe farla pagare a Londra per il dispetto fatto al continente», ha scritto in un suo report il think tank Open Europe, facendo intendere che a Bruxelles non piacerebbe avere a pochi chilometri un Paese che può muoversi senza vincoli sul versante regolamentare.
Guarda con timore all'ipotesi Brexit anche l'amministrazione Obama, che finora ha sempre usato il suo migliore alleato come cavallo di Troia all'interno della Ue. Come ha fatto varie volte negli ultimi per calmare le ire dei governi dopo lo scandalo Datagate e per frenare le spinte di Merkel a favore del rigore o della Russia.
POSSIBILI LARGHE INTESE. I sondaggi sono abbastanza concordi che conservatori e laburisti sono appaiati nella corsa elettorale e ben lontani dall’avere la maggioranza dei seggi. Si apre così uno scenario sconosciuto per il Paese, quello delle larghe intese. In quest’ottica la proposta di un referendum anti-Ue, che sicuramente rilanceranno i dirigenti dell’Ukip, creerà più tensioni in un Paese che già adesso paga in termini di finanza pubblica e di esportazioni l’aumento del dollaro.
Anche per questo Washington, i partner europei e i giganti dell’industria mondiale faranno di tutto per evitare che l’impero un tempo bagnato da tutti i mari nel 2018 finisca, e per una scommessa sbagliata di Cameron, per ridursi in una piccola isola.

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