REPORTAGE 4 Maggio Mag 2015 0800 04 maggio 2015

Terremoto Emilia, tre anni dopo è ancora emergenza

Cantieri. Case e chiese ancora distrutte. Attività in crisi. Centri deserti. Viaggio a Mirandola e Cavezzo a 36 mesi dal sisma. Tra ritardi e maxi bollette (foto).

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da Mirandola e Cavezzo

Quel 5.9 in questa parte di Bassa rimbomba ovunque. Addirittura c'è chi ha deciso di chiamare così un centro commerciale realizzato con i container.
Sono passati quasi tre anni dalle due scosse - del 20 e del 29 maggio 2012 - che colpirono l'Emilia e parte della Lombardia. Di 5.9 fu la magnitudo del secondo sisma che non solo causò la morte di 27 persone, ma mise anche in ginocchio una delle aree più produttive del Paese.
Il 2% del Pil italiano si faceva qui, nei capannoni che si afflosciarono come paracaduti.
PAESI ANCORA IN GINOCCHIO. Bondeno, San Felice sul Panaro, Medolla, San Prospero, San Possidonio, Novi, Concordia, Finale Emilia (il paese dell'orologio sul campanile simbolo del sisma), Mirandola e Cavezzo, il centro del «cratere». Sono questi i paesi e i paesini della pianura che si stendono senza soluzione di continuità a essere stati feriti dal sisma. E che dopo tre anni fanno i conti con una ricostruzione che procede ancora a rilento.
Basta passeggiare per il centro storico di Mirandola per accorgersene.
L'ALLARME DEI COMMERCIANTI. Negozi chiusi, trasferiti. Poi c'è chi resiste ma che mollerà tra poco. Sandra Neri è tra questi. Ha rifiutato i benefit offerti dal Comune per riaprire in centro. «Erano 1.000 euro lordi, 460 netti. Concessi a chi non si sarebbe poi trasferito ancora per due anni», dice a Lettera43.it con la voce rotta dalla rabbia. A conti fatti, il mancato struscio per le vie le è costato 400 euro in meno di incassi al mese. «Gli affitti in centro sono rimasti altissimi», aggiunge. «Vanno dagli 800 ai 1.200 euro. Avevamo chiesto che fossero calmierati o di imporre una sovrattassa a chi, per questioni di economicità, non affittava facendo morire la nostra città. Ma niente. Tra poco mi trasferirò lungo la circonvallazione».
CHIESE ED EDIFICI DISTRUTTI. A guardare il castello dei Pico o la chiesa di San Francesco, sembra che il tempo si sia fermato a quel maggio.
Oltre la messa in sicurezza, non si è fatto molto. I cantieri sono aperti, gli operai al lavoro. Mentre la vita commerciale continua nelle nuove costruzioni realizzate a qualche chilometro di distanza. Insieme con i Map, i moduli abitativi provvisori.

La vita nei Map: 80% di extracomunitari e bollette alle stelle

Nei Map vivono ancora 1.500 persone.

In tutto i Map sono ancora 485 e ospitano 1.500 persone, l'80% delle quali straniere. «Chi vive qui», spiega Giulia Gibertoni, capogruppo del M5s in Regione, «spesso ha perso il lavoro con il sisma e non può permettersi di pagare un affitto».
L'ex governatore Vasco Errani aveva assicurato che i moduli sarebbero stati smantellati nel 2014. Ora, l'assessore regionale alla Ricostruzione post sisma Palma Costi ha spostato il termine alla fine del 2015. Per gli sfollati si cercheranno altre soluzioni: alloggi pubblici, appartamenti in affitto almeno fino al completamento della ricostruzione delle abitazioni.
IL PIANO CHE NON C'È. A sei mesi dalla fine dell'anno, però, manca ancora un piano definito. La Regione dal canto suo, interpellata da Lettera43.it, non ha risposto. E così queste 1.500 persone continuano a vivere in quelle che i comitati definiscono «baracche da cantiere edile».
Caldissimi d'estate e freddi e umidi di inverno, pieni di infiltrazioni, i Map sono pure costati parecchio.
«Il costo per ogni unità», dice Sandro Romagnoli del Comutato Sisma12, «si aggira dai 60 ai 70 mila euro. Praticamente 1.000, 1.500 euro a metro quadrato. Alla stessa cifra, si potevano costruire palazzine».
«La scorsa estate», gli fa eco Massimo Vignola, presidente del Comitato residenti Map di Cento (Ferrara), «la temperatura è arrivata a 49 gradi. Avevo quattro ventilatori accesi più i condizionatori».
CONDIZIONATORI DI CLASSE G. Già, i condizionatori. Ogni modulo ne ha uno per stanza. Classe G. I consumi sono altissimi. Tanto che è scoppiato il caso delle maxi bollette.
«Le mie ultime due dell'Enel», aggiunge Vignola, «sono state di 400 e 700 euro». Ma c'è a chi è andata peggio e si è visto recapitare bollettini da 2 mila, 3 mila euro. Ma chi li paga?
La Regione non si accollerà le maxi bollette, così come deciso dall'ex assessore regionale allo Sviluppo economico, Gian Carlo Muzzarelli (attuale sindaco di Modena) secondo cui le utenze dovevano essere pagate «da tutti».
A ribadirlo è stato l'assessore Costi. «Le cose proseguono come stabilite da tempo. I sindaci e i servizi sociali valuteranno caso per caso e interverranno solo in caso di necessità».
IMU ANCHE ALLE CASE INAGIBILI. Questo nonostante l'ex viceministro allo Sviluppo economico Claudio De Vincenti avesse aperto: «Per quanto di competenza, non ci sono osservazioni circa l'adozione di un'iniziativa per sostenere i costi dei maggiori consumi elettrici dei moduli temporanei abitativi in dotazione alle popolazioni colpite dal sisma, laddove i suddetti costi possano essere coperti attraverso l'impiego delle risorse già stanziate nell'ambito del fondo per la ricostruzione delle aree colpite dal sisma del maggio 2012». Posizione confermata a Lettera43.it dal ministero.
Il gruppo M5s in Regione aveva chiesto che «le spese in eccesso per la fornitura elettrica dei Map, fossero a carico del Fondo per la ricostruzione». Dunque il braccio di ferro continua.
Ma quello delle bollette non è l'unico nodo aperto. C'è anche l'Imu. Perché nella legge di Stabilità è stata reintrodotta, dal primo luglio 2015, l’imposta municipale unica, al 50%, anche sugli edifici inagibili: abitazioni in macerie, da demolire e ricostruire.
«NOI, TERREMOTATI DI SERIE B». La percezione che si ha a Cavezzo - «il paese dei buchi»: qui le scosse hanno distrutto il 70% del patrimonio abitativo - è che gli emiliani siano considerati «terremotati di serie B». Perché qui ci si arrangia, sempre e comunque.
Come gridarono a Sant'Agostino nel 2012 alcuni cittadini all'allora presidente del Consiglio Mario Monti.
«Siamo stati così bravi», dice Romagnoli, «che nel 2013 abbiamo risparmiato 130 milioni di euro sui 450 stanziati destinandoli all'alluvione che ci ha colpito».
I 6 miliardi messi a disposizione dallo Stato sono stati diluiti in tranche da 450 milioni l'anno, spiegano dai comitati. In tre anni sono arrivati 500 milioni.

Non solo Cpl: chi ha guadagnato dal sisma

Impalcature a Mirandola, a tre anni dal sisma.

Se agli sfollati è arrivata solo una parte dei fondi destinati alla ricostruzione e i cittadini devono fare i conti con le lungaggini burocratiche dei permessi, c'è qualcuno che dal sisma ha guadagnato.
A confermarlo sono state le inchieste che hanno scoperchiato gli affari della cooperativa Cpl Concordia che ha il suo quartier generale a San Possidonio, paesino di 3 mila anime vicino a Mirandola.
Per dare l'idea di che cosa sia la Cpl per San Possidonio basta ricordare che assessore al Bilancio del Comune era Enrico Benetti, delfino dell'ex presidente Roberto Casari ora in carcere, responsabile del settore natural gas proprio per Cpl.
BENEFIT FISCALI ALL'ISCHIAGAS. Come ha scritto l'Espresso, a usufruire del benefit post sisma è stata anche la Ischiagas la cui sede legale coincide con quella della holding Concordia. La società che si occupa della distribuzione di metano nell'Isola verde - 700 chilometri a sud dal cratere emiliano - ha avuto infatti accesso alle stesse facilitazioni delle imprese colpite dal sisma.
Ma a sentire gli imprenditori della zona, questa è solo la punta dell'iceberg.
Mario Grossi è un geometra di Mirandola e lavora nella Bassa da 30 anni. «Non è giusto», dice, «che chi aveva una casa in campagna già malmessa che magari affittava a poveri cristi a 300 euro al mese ha ricevuto 1 milione per metterla a posto mentre chi aveva appena restaurato la propria abitazione prima del sisma si è trovato con un mutuo da pagare».
FALSI PREVENTIVI E MAZZETTE MASCHERATE. Il meccanismo è più o meno questo: si ha un rudere agricolo, si chiama un tecnico che assicura di sistemarlo facendo lavorare le aziende di fiducia da cui si prende una percentuale, magari fatturata come consulenza. Entro due anni si chiede l'abitabilità e il valore dell'immobile cresce esponenzialmente.
Molti poi denunciano un giro d'affari poco chiaro messo in piedi da uffici tecnici, geometri e imprese edili. «Anche alcuni geometri chiedono percentuali a determinate imprese per segnalarle e farle lavorare. Assomigliano tanto a mazzette».
Infine c'è un terzo trucco: l'impresa per essere scelta senza sollevare dubbi commissiona falsi preventivi più alti ad altre aziende non emiliane.
«APRITE I CASSETTI DEI SOGNI». C'è poi chi sostiene che in qualche ufficio, all'indomani delle scosse, ci fu chi sorrise dicendo: «Aprite i cassetti dei sogni...».
Già perché il business vero sta nella costruzione ex novo, non nel restauro. Un esempio? Le scuole. Molti istituti sono stati dichiarati inagibili e destinati alla demolizione, mentre, fa notare Gibertoni, «sarebbe stato molto più economico metterli a norma».

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