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EMERGENZA 5 Maggio Mag 2015 1250 05 maggio 2015

Africa, l'inferno dei migranti senza diritti

Fuggono da Nigeria, Camerun, Ghana. E diventano preda di mafie locali e tribù. Che ne fanno i loro schiavi. O corrieri della droga. Solo il 15% raggiunge il mare.

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L'inferno del Sahara prima della morte nel Mediterraneo.
Da oltre 20 anni migliaia di migranti oltrepassano ogni giorno i confini della Sierra Leone, del Ghana e della Nigeria, diretti verso il Marocco, l'Algeria e la Libia e, da lì, l'Italia e la Spagna.
Seguono rotte consolidate, lungo gli antichi percorsi carovanieri, in balia di trafficanti di droga e altri criminali.
Ma solo il 15% dei migranti che attraversano l'Africa, secondo il rapporto del 2014 della rete Global initiative, raggiunge il mare, come i 7 mila soccorsi su barconi e gommoni dell'ultimo weekend.
LA ROTTA OCCIDENTALE. La grande maggioranza di loro muore di fame e stenti nel deserto o finisce, per anni, ridotta in schiavitù dai padroni e dalle mafie locali, nei ghetti degli Stati di transito come Niger e il Mali.
Almeno la metà dei migranti arrivata a Lampedusa ha raccontato, per esempio, di essere passata da Agadez, la città snodo della rotta che è anche il principale crocevia dei cosiddetti «migranti economici». «Clandestini» che scappano dalla miseria più nera dei Paesi dell'Africa occidentale, senza (a esclusione dei nigeriani vittime dei jihadisti di Boko Haram o degli sfollati dal Mali) poter aspirare al rango di rifugiati politici o profughi di guerra, con diritto d'accoglienza.

La mappa del rapporto di Global initiative, 'Futuri contrabbandati' (Global initiative).

«Migranti economici»: per anni ostaggio di deportazioni e trafficking

Dall'Africa orientale, attraverso il Sudan e l'Etiopia, arrivano in Europa gli eritrei vittime di un regime oppressivo e claustrofobico, i somali senza Stato, dalla Primavera araba anche siriani, iracheni e yemeniti in fuga dalle bombe sganciate nei loro Paesi.
Tutti questi stranieri hanno diritto a chiedere asilo e alte possibilità di ottenerlo.
Ma chiunque abbia dimestichezza con i flussi degli sbarchi a Lampedusa sa che, prima delle rivolte del 2011 e delle guerre da esse scaturite, oltre l'80% dei migranti diretti verso l'Europa dal Mediterraneo era costituito dai cosiddetti «migranti economici» da rispedire, in un modo o nell'altro, nei Paesi d'origine.
+143% DI RICHIEDENTI ASILO. Del 20% dei richiedenti asilo, appena un 5-7% (poche migliaia rispetto alle centinaia di migliaia di «irregolari» che si muovono tra le frontiere interne dell'Ue) riusciva a essere riconosciuto come rifugiato politico, per lo più nei Paesi del Nord Europa.
Con la Primavera araba, il numero dei richiedenti asilo si è gonfiato (65 mila richieste su 170 mila sbarcati nel 2014 in Italia, dai dati del ministero degli Esteri, +143% rispetto al 2013), fino a raggiungere la percentuale del 38%, proprio per l'aumento dei profughi dalle aree di conflitto nord-africane e mediorientali.
Con le guerre in Mali, nella Repubblica centroafricana e gli scontri con i Boko Haram, in Nigeria, anche il flusso di richiedenti asilo dall'Ovest è previsto in crescita nel 2015.
IL 60% RIMANE CLANDESTINO. Ma finora oltre il 60% dei migranti in arrivo sulle coste italiane, anche quest'anno, è rimasto un «clandestino»: africani neri, per lo più della rotta occidentale, per i quali le autorità nazionali e transnazionali non hanno previsto, né studiano, soluzioni che non siano espulsioni forzate.
Vale la pena di raccontare l'odissea nell'Africa centrale e nel Sahara di decine di migliaia (negli anni centinaia di migliaia) di fantasmi senza identità che non fuggono da guerre o persecuzioni dichiarate. Ma che subiscono gravissime violazioni dei diritti umani, come abusi e torture subdole e prolungate, ma che non sono etichettabili, tuttavia, sotto lo status di rifugiati per le violenze di un governo o di uno Stato.

Un tuareg di Agadez, crocevia dei migranti in Niger (Getty images).

Schiavi e corrieri della droga: prima degli scafisti i passeur

Fonti del posto hanno raccontato a Lettera43.it come ad aprile Agadez, in Niger, stesse scoppiando. Poi è ripartita l'ondata sbarchi in Italia.
A un migliaio di chilometri dalla capitale Niamey, la città alle porte del deserto è popolata da ghetti di migliaia di africani stranieri provenienti soprattutto dalla Nigeria, dal Camerun, dal Ghana e dalla Costa d'Avorio.
Prima di entrare in Niger, la tratta è gestita dalla mafia nigeriana ramificata in Burkina Faso e dalla tribù dei Bissa.
Alcuni migranti sono addirittura costretti a partire per l'Europa contro la propria volontà, come corrieri della droga che, dall'America latina, dall'Africa occidentale entra in Europa.
La regione di Agadez è, di fatto, retta dall'economia criminale del trafficking.
IL VIAGGIO DA AGADEZ A SEBHA. Verso l'oasi libica di Sebha (e successivamente verso il mare) i migranti sono invece in mano alla tribù dei neri di Libia tabu. Per qualche centinaio di dollari, i passeur li traghettano nei camion verso Nord. Per la traversata in mare a Tripoli servono invece 4 mila dollari: chi non li ha lavora in nero e anche gratis per sfamarsi. O si indebita con le reti criminali.
La via dei carovanieri attraverso il Mali (teatro di uno dei tanti «conflitti dimenticati»), per gli africani dagli Stati più a Ovest come il Senegal e il Gambia è - se possibile - ancora peggiore.
Da Gao verso la provincia algerina di Tamanrasset, lungo la rotta principale dei contrabbandieri di droga e armi, i migranti irregolari vengono respinti dalla polizia algerina oltre la frontiera con il Niger e il Mali. Anche l'accesso al Marocco, verso la Spagna attraverso le enclavi di Ceuta e Melilla, è più duro per la politica dei respingimenti.
1.790 VITTIME IN 10 ANNI. Così si finisce a Sud, nel deserto, sperando di ripartire attraverso la rotta libica. Per mesi o anni, chi non muore nel Sahara (l'osservatorio Fortress Europe stima almeno 1.790 vittime nel deserto dal 1996) lavora come schiavo dei tuareg.
«Tinzaouatine è un inferno che raccoglie tutte le sofferenze della terra», ha scritto Gabriele Del Grande nel libro- testimonianza Mamadou va a morire (Infinito edizioni, 2008), «i clandestini vivono nascosti tra le rocce, nella sabbia, sotto baracche di plastica o dentro le grotte, raggruppati per nazionalità». C'è chi tenta la marcia disperata a piedi verso Kidal.
Alcuni sono «completamente impazziti». Altri ancora ripartono dirottati verso Sebha. Poi, forse, Tripoli, Lampedusa.

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