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EMERGENZA 11 Maggio Mag 2015 1500 11 maggio 2015

Sbarchi, Sanfelice: «Serve un blocco navale selettivo»

Alta tensione in Libia. Bombe su una nave turca. Sanfelice di Active Endeavour: «Distruggere i barconi peggiorerebbe la situazione. Vanno filtrati alla partenza».

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L'ammiraglio Ferdinando Sanfelice di Monteforte non teme di chiamare le cose con il loro nome. Identificare, catturare e distruggere le imbarcazioni usate dai trafficanti di esseri umani, prima che vengano utilizzate per trasportare in Italia migliaia di migranti dalle coste della Libia, è «un atto di guerra».
Parlare di «operazione di polizia», come ha fatto di recente l'Alto rappresentante per la politica estera dell'Unione europea Federica Mogherini, semplicemente «non regge». Tant'è vero che «niente di tutto questo è stato mai messo in pratica», e verosimilmente mai lo sarà.
La tensione al largo della Libia è alta, e il bombardamento ai danni di una nave turca in prossimità di Tobruk, avvenuto il 10 maggio, ne è la conferma.
BISOGNA FARE CONTENIMENTO INTELLIGENTE. Che fare quindi di fronte al quotidiano ripetersi delle stragi del mare? L'alto ufficiale che nel Mediterraneo ha comandato Active Endeavour, la missione antiterrorismo decisa dalla Nato all'indomani dell'11 settembre 2001, ha delineato per Lettera43.it una possibile (e realistica) strategia d'intervento.
«L'opzione che l'Occidente preferisce, anche per non creare situazioni di ostilità irreversibili, è il contenimento», spiega l'ammiraglio. «Triton allargherà il suo raggio d'azione ed è possibile che venga attuato un blocco navale selettivo in Libia, tenendo aperti corridoi umanitari».
L'importante, però, è chiarire cosa debba essere bloccato: «I gommoni che oggi partono senza sosta carichi di migranti dove sono costruiti? Non vorrei che venissero proprio dall'Italia».



L'ammiraglio Ferdinando Sanfelice di Monteforte (Imagoeconomica).

DOMANDA. In Italia, secondo il Viminale, nei primi quattro mesi del 2015 sono arrivate via mare quasi 34 mila persone. Ha ancora senso parlare di 'emergenza sbarchi', visti i numeri e la persistenza del fenomeno?
RISPOSTA. Il Mediterraneo è da sempre una zona d'incontro e scontro tra opposte civiltà. Quando i Paesi rivieraschi erano potenti, le incursioni contro l'Italia - del Sud e del Nord - andarono avanti per secoli, non per pochi giorni.
D. Sta paragonando i migranti ai pirati saraceni?
R. Quello che dico è che negli ultimi decenni l'invio di masse umane attraverso il Canale di Sicilia è stato praticato sia dal governo di Tunisi, sia dal governo di Gheddafi. La leva dell'immigrazione è stata indubbiamente usata come uno strumento politico di pressione.
D. Mogherini, dopo la strage del 19 aprile, ha ricevuto un mandato per «identificare, catturare e distruggere» le imbarcazioni usate dai trafficanti, «prima che vengano utilizzate». Quali sono le problematiche?
R.
Sono di due tipi. Innanzitutto, c'è una questione di diritto internazionale, perché si tratta di un atto di guerra. Andare nei porti altrui e distruggere materiali e mezzi navali è un atto di guerra.
D. Mogherini, però, ha parlato di un'«operazione di polizia». La definizione regge?
R. No, non regge. Tant'è vero che niente di tutto questo è stato mai messo in pratica.
D. E qual è il secondo problema?
R. Il secondo motivo per cui è difficile intervenire militarmente è che l'Europa, in particolare l'Europa Occidentale, per 60 anni ha modellato i suoi strumenti sulla base dei bisogni della Guerra fredda, dando la prevalenza allo strumento aereoterrestre e relegando in secondo piano quello marittimo.
D. Questo cosa significa?
R. Sostanzialmente vale un aneddoto che si raccontava ai tempi del regno di Napoli. Il re Ferdinando II un giorno fece visita a un porto della Puglia. Trovò ad accoglierlo una nave della Marina borbonica, col Gran Pavese issato, ma si lamentò perché al suo arrivo non erano state sparate le salve di saluto. Il comandante della nave allora rispose: «Maestà, non l'ho fatto per mille e uno motivi. Primo, nun tenimm o' cannone!».
D. Vuole dire che mancano i mezzi necessari?
R. L'impegno militare non può prescindere dalla disponibilità di forze. Tenga presente che la Marina italiana, in un anno e mezzo di Mare Nostrum, si è dissanguata. Inoltre, l'opzione politica che l'Occidente preferisce, anche per non creare situazioni di ostilità irreversibili, è il contenimento. Lo ha fatto con la pirateria al largo della Somalia e lo sta facendo adesso con l'immigrazione.

«Temo che i gommoni siano costruiti in Italia»

D. La Somalia viene spesso citata per via della missione europea Atalanta, condotta contro i pirati nell'Oceano indiano. Secondo lei potrebbe essere un modello adatto anche al Mediterraneo?
R. È una missione di contenimento. Ed è quello che l'Europa ha iniziato a fare con il rifinanziamento dell'operazione Triton.
D. Però la missione Atalanta ha l'obiettivo di proteggere le navi del Programma alimentare dell'Onu, non di affondarle...
R.
Pur sempre di contenimento si tratta. Il fine è proteggere, l'obiettivo è contenere la pirateria. In proposito si parla infatti di antipirateria, non di contropirateria.
D. Cosa intende?
R. Antipirateria significa impedire che i pirati attacchino le navi. Contropirateria significa sgominare la pirateria, sradicare il fenomeno. Quindi agire anche sulle basi, cioè a terra. Noi facciamo antipirateria. Sia nell'Oceano indiano, sia nel Mediterraneo, l'approccio adottato dall'Europa è quello di contenere i fenomeni, non cercare di sradicarli.
D. È davvero una strategia europea? L'impressione è che Italia, Grecia e Malta siano abbandonate a loro stesse.
R. No, non sono d'accordo. Per il prossimo futuro soprattutto. Posso dirle intanto che Triton sta già prevedendo di allargare il suo raggio d'azione. Adesso vedremo quale sarà il limite, ma mi risulta che le navi siano già entrate in alto mare, nelle acque internazionali, ben oltre le 30 miglia dalla costa.
D. Fin dove potranno spingersi?
R.
Vedremo, ci sono ancora discussioni in corso, c'è da aspettare ancora un po'. Il 18 maggio, in occasione del vertice europeo dei ministri degli Esteri, potrebbe essere ufficializzato il nuovo mandato della missione. Su questo, però, non ho altre informazioni, anche perché preferisco aspettare i fatti.
D. Di quante navi ci sarebbe bisogno per contenere efficacemente gli sbarchi?
R. Il calcolo è semplice. Deve prendere i tratti di costa da cui proviene 'la minaccia' (in termini militari viene definita così), dividerli per 20 miglia e prevedere una nave presente in ogni segmento lungo 20 miglia. Poi deve moltiplicare per quattro, in modo da cicoscrivere un'area di sorveglianza per ciascuna unità e ottiene il numero delle forze necessarie.
D. Rispetto alla Libia, quindi, quanto sarebbe lungo il fronte da coprire?
R. Circa 1.200 miglia. Ma non bisogna dimenticare le partenze dal Marocco verso la Spagna. E poi il Levante, che è sempre una zona pericolosa.
D. Il blocco navale può essere considerato un'operazione di contenimento?
R.
Sì, anche quello è contenimento.
D. Quindi potrebbe essere praticato?
R. Sì.
D. Ma non ci sono precedenti che dovrebbero spingere alla prudenza, come il naufragio della Katër I Radës di fronte alle coste albanesi? L'incidente si verificò mentre era in vigore un blocco navale...
R. Bisogna vedere che tipo di blocco mettere in campo. Se selettivo oppure totale. Quello che è facile da decidere è il blocco navale contro gli armamenti. Uno del genere è stato fatto anche nel 2011, nei confronti della Libia.
D. Con le persone, però, le cose si complicano. L'Italia nel 2012 è stata condannata dalla Corte di Strasburgo per i respingimenti verso la Libia, attuati nel 2009 in violazione della Convenzione sui diritti umani. Non c'è il rischio che possa succedere qualcosa di analogo?
R. Ripeto, bisogna stabilire cosa bloccare, cosa impedire che arrivi o parta dalla Libia. La prima domanda è: soltanto le armi? Armi e gommoni? Armi e barconi? Che cosa vogliamo bloccare?
D. Un blocco selettivo, quindi, che tenga aperti dei corridoi umanitari?
R. Esatto. Lei ha citato l'Albania e il caso della Katër I Radës. In tutta quella storia, però, c'è un particolare che nessuno ricorda.
D. Ovvero?
R. Il fatto che i gommoni usati dai trafficanti fossero costruiti in Italia. Quello che mi domando è: i gommoni che oggi partono senza sosta dalla Libia carichi di migranti dove vengono costruiti?
D. La maggior parte dei barconi pare arrivasse dall'Egitto...
R.
I barconi ormai non ci sono più. In mare ci sono dei gommoni, degli stranissimi gommoni bianchi, enormi. Sarei curioso di sapere chi è che li costruisce.
D. Ha delle ipotesi?
R. Più che delle ipotesi ho dei timori. Non vorrei che venissero proprio dall'Italia. I nostri precedenti, in questo campo, sono brutti.
D. Come giudica gli sforzi fatti finora dall'Italia per contrastare i trafficanti?
R. Malgrado le difficoltà economiche ha cercato di fare qualcosa. Non basta, ma intanto ci siamo mossi. Adesso devono seguire anche gli altri Paesi europei, e la stessa Italia deve fare di più. Dai tempi della Guerra fredda, quando dovevamo difendere la soglia di Gorizia, abbiamo riscoperto di stare in mezzo al Mediterraneo. Prima eravamo una specie di Bielorussia. Adesso devono accorgersene anche gli altri.
D. Lo spazio da presidiare, però, è vastissimo. Non sarebbe auspicabile una maggiore collaborazione, non solo tra Stati europei, ma anche tra Nato e Ue?
R. È uno dei problemi che si stanno affrontando. I rapporti tra la Nato e l'Unione europea sono storicamente difficili. La Nato, per la verità, ha sempre fatto delle aperture. Mentre l'Europa, nel 2008, ha limitato fortemente i settori di cooperazione. Nel dicembre 2013 il Consiglio europeo ha cercato di ampliare l'area di collaborazione. Senza ridefinirla, ma affermando ufficialmente che occorre aprire nuovi spazi di cooperazione.
D. La richiesta, insomma, dovrebbe partire dalle istituzioni europee?
R. Sì. La situazione è curiosa, perché in campo marittimo la Nato è più forte dell'Europa. Ma è il debole dei due che si nega alla collaborazione, anziché il contrario.
D. Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha chiesto all'Ue anche un maggior coinvolgimento nell'accoglienza dei migranti. La diplomazia italiana è all'altezza del ruolo?
R.
Ritengo di sì. L'Italia ha una tradizione diplomatica notevole e i nostri rappresentanti politici, uomini e donne, si sono abituati ad affidarsi allo strumento diplomatico, che è uno strumento che funziona. Su questo sono ottimista. Pur nella consapevolezza che una strategia incisiva nel Mediterraneo non può realizzarsi nel giro di pochi mesi. Occorre garantire un impegno di lungo periodo, costante nel tempo.

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