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IL CASO 14 Maggio Mag 2015 1142 14 maggio 2015

Expo, Eataly e le multinazionali

Tonno Rio Mare, Spuntì, Simmenthal: i prodotti delle multinazionali nello spazio Expo di Farinetti. Ma è questo il vero gusto italiano?

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Rio Mare, Spuntì e Simmenthal esposti a Expo.

Cosa c'entrano l'attaccatutto Uhu, le creme solari Bilboa e quella anti-cellulite Somatoline, il Wc Net e l'Omino bianco con il gusto italiano? Più di quello che si potrebbe pensare.
Per capirlo basta passeggiare negli spazi Eataly a Expo. Non esattamente un angolo di rappresentanza: alla creatura di Oscar Farinetti sono stati infatti destinati, senza gara va ricordato, due padiglioni da 4 mila metri quadrati ciascuno, in cui funzionano una ventina di ristoranti regionali.
MULTINAZIONALI DA ESPOSIZIONE. Tra i prodotti esposti sotto il pomposo ombrello «Italia del gusto, gastronomia di marca» ecco però spuntare scatolette di tonno Rio Mare, di carne Simmenthal e di Spuntì. Ma tra i marchi ci sono anche i polli Aia, Orogel, Giovanni Rana, Ponti e Cirio.
L'impressione è di trovarsi in un qualsiasi supermercato. Ma non è così: siamo a Expo, nello spazio Eataly, che «promuove il gusto italiano». O, meglio si dovrebbe dire, gli affari italiani (che è già qualcosa). Si prendano Tonno Rio Mare, Simmenthal e Spuntì, per esempio. Sono prodotti dalla Bolton alimentare, multinazionale tricolore in mano alla famiglia milanese Nissim, attiva in 125 Paesi. Giro d'affari, nel 2013, intorno ai 930 milioni di euro; 3 mila dipendenti, 26 società e nove stabilimenti. Solo per quanto riguarda il mercato del tonno in scatola, detiene una quota di mercato pari al 40%.
MATERIA PRIMA ESTERA. A sua volta la Bolton produce pure Somatoline, Wc Net e altri prodotti della grande distribuzione.
Come ogni multinazionale, anche la Bolton alimentare non è un campione del chilometro zero. E nemmeno del made in Italy. Perché mentre il tonno, lo Spuntì e la Simmenthal sono prodotti e confezionati nel nostro Paese - negli stabilimenti di Aprilia (Latina) e Cermenate (Como) - la materia prima semilavorata arriva da lontano.

La filiera e il made in Italy ignorati

L'etichetta della carne Simmenthal.

L'etichetta Simmenthal parla chiaro: «I bovini sono controllati per legge dalle autorità veterinarie dei Paesi di provenienza (Sudamerica o Europa)».
Nel caso del tonno, la normativa non impone di chiarire la provenienza della materia prima, come ha confermato a Lettera43.it Federconsumatori. Per conoscere la filiera, è scritto sul sito della Rio Mare, è necessario decifrare il codice stampato sulla lattina.
DAI TROPICI A CERMENATE. Il tonno viene pescato nelle acque tropicali e semilavorato in loco. A Cermenate avvengono le ultime fasi della lavorazione e il controllo qualità. Di qui il made in Italy.
Dunque è sufficiente che l'ultima fase della lavorazione sia effettuata in Italia per rendere un prodotto nostrano.
QUESTIONE DI SOSTENIBILITÀ. ECONOMICA. Ma il ragionamento che giustifica la presenza di questi marchi very pop all'Esposizione universale è un altro: la sostenibilità economica. Il tonno Rio mare rappresenta le cosiddette proteine a basso costo.
«Il 90% dello spazio Eataly a Expo è dedicato ai piccoli ristoratori e ai piccoli produttori con loro raccontiamo la biodiversità agroalimentare attraverso la cucina e le e tradizioni regionali», spiega Eataly. «In occasione di Expo, Eataly ha deciso di dare spazio anche ai prodotti delle grandi marche che, da sempre, portano nelle case italiane i loro prodotti a prezzi sostenibili e che a loro modo raccontano il gusto italiano».
Sostenibilità economica, dunque. Ma quella ambientale?
I DUBBI DI GREENPEACE. Nonostante Rio Mare pubblicizzi la qualità responsabile del proprio prodotto, Greenpeace a riguardo nutre qualche dubbio. «Bolton ha fatto dei passi avanti», spiega Giorgia Monti, responsabile campagna mare, «ma non è ancora sufficiente, visto il peso specifico dei suoi numeri. Entro il 2013 si era impegnata a portare la pesca sostenibile al 45%. A oggi non abbiamo in mano alcun certificato».
Ma cosa significa pesca sostenibile? «Quella a canna e senza Fad, oggetti galleggianti che attirano varie specie di tonni, anche quello obeso che è a rischio estinzione», aggiunge Monti. «E visto che una delle parole chiave di Expo è proprio la sostenibilità, sarebbe auspicabile almeno che una multinazionale del genere mantenesse gli impegni concretamente».
LA PARTECIPAZIONE A EXPO. Bolton dal canto suo assicura che «la scelta di Rio Mare di essere partner di Expo 2015», scrive l'azienda in un comunicato, «è legata alla consapevolezza della propria responsabilità nei confronti dell'ambiente e delle comunità nelle quali opera». Un impegno che, stando a Bolton, «emerge dal secondo rapporto socio-ambientale “La Giusta Rotta”, pubblicato nel 2014», secondo il quale «l’azienda lavora per: la pesca e la tutela dell’ecosistema marino, il rispetto dell’ambiente, il rispetto delle persone, la nutrizione e il benessere».
Impegni generici, risponde Greenpeace che aspetta un rapporto dettagliato sulle attività di pesca.

Prodotti a poco prezzo, ma not in my backyard

Oscar Farinetti, patron di Eataly.

Ma se Rio Mare, pasta Rana, Noberasco, Simmenthal sono rappresentanti del gusto italiano, della gastronomia di qualità, perché questi prodotti non si trovano sui costosi e patinati scaffali dei punti vendita Eataly italiani e internazionali, che invece ospitano tonni di qualità come il Sangiolaro (550 grammi a 18 euro e 90) o il Gallo riserva (523 grammi a 10 euro e 20)?
A dire il vero, spiega sempre l'ufficio stampa di Farinetti, «neanche gli 84 ristoratori che animano i nostro spazio Expo sono presenti nei punti vendita Eataly, perché Expo è una situazione unica pertanto abbiamo deciso che si potessero coinvolgere anche le marche della grande distribuzione».
EATALY FEDELE ALLA LINEA. Insomma, proteine a basso prezzo ma not in my backyard: «Eataly nasce per dare spazio ai piccoli produttori e alle loro eccellenze. Pertanto, a parte lo spazio a Expo, rimaniamo fedeli a questa filosofia e lasciamo alla grande distribuzione i prodotti di queste multinazionali». Perché allora pagare più di 30 euro per entrare all'Expo, quanda basterebbe farsi una passeggiata gratis per le corsie di una qualsiasi Coop, Esselunga, Unes o Carrefour?
Ma esporre negli spazi di Farinetti non è gratuito. Anzi. La partecipazione costa, ma solo per i piccoli produttori (e per una presenza di due giorni), 750 euro più Iva, come ha scritto il Fatto Quotidiano. Un guadagno ottenuto affittando uno spazio pubblico, per di più ottenuto senza gara. La cifra pagata da una multinazionale come Bolton non è stata resa nota. È però verosimile che il prezzo dipenda, come in ogni fiera, dallo spazio concesso.
IL RUOLO DEL CONSORZIO. Resta da capire chi sceglie i marchi da esporre. «Per quanto riguarda i ristoratori», dice Eataly, «molti di loro hanno partecipato alle manifestazioni che abbiamo realizzato per celebrare i 150 anni dell'Unità d'Italia, altri sono stati scelti grazie alla collaborazione con Slow Food e alle relazioni che abbiamo coltivato nei diversi territori in cui sono presenti i punti vendita Eataly».
Diverso il discorso per i marchi della gastronomia di qualità, per scegliere i quali Farinetti si è «affidato» al Consorzio l'Italia del Gusto che comprende - recita il sito - «le più importanti aziende italiane del settore alimentare. Intraprende attività di marketing, promozione e comunicazione nei mercati internazionali per contribuire allo sviluppo delle esportazioni per i propri membri».
E i membri sono il «Cavalier del lavoro» Giovanni Rana alla presidenza, e signori come Gabriele Noberasco, leader nel campo della frutta secca, Giacomo Ponti, patron dell'omonima azienda di conserve, e Alberto Auricchio, amministratore dell'omonima industria casearia, nel consiglio direttivo.
Dunque si sono auto-scelti come rappresentanti della gastronomia italiana, «ospiti» di Farinetti.
«ABBINAMENTO ALLA RISTORAZIONE DI QUALITÀ». «Parteciperemo all’Expo Milano 2015 con un occhio rivolto agli operatori professionali e uno al grande pubblico dei visitatori», ha annunciato il direttore del Consorzio Alberto Volpe, «per consentire alle nostre consorziate di presentare la propria storia e filiera e nel contempo di abbinare i loro grandi marchi alla ristorazione di qualità».
Il dubbio è che forse per Farinetti esistono due made in Italy: uno della qualità e uno dei numeri. E quando c'entrano i danari, meglio puntare sul secondo.

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