Procura Napoli Morra 150515162824
GIUSTIZIA 18 Maggio Mag 2015 1100 18 maggio 2015

Armando Morra, il finto pentito che ha ingannato la procura di Napoli

Verità farlocche in due processi. Che ora verranno stravolti. Così il boss ha preso in giro tutti per due anni e mezzo.

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Il tribunale di Napoli e, nel riquadro, il finto pentito Armando Morra.

Ha imbrogliato pm, carabinieri, polizia e tutto il caravanserraglio antimafia per due anni e mezzo, giorno più giorno meno.
Ha mentito sapendo di mentire.
Lo ha fatto con una precisione e una tenacia diabolica, l'ormai ex pentito Armando Morra.
E se non fosse stato per un inspiegabile sussulto di dignità, nessuno (forse) lo avrebbe mai scoperto.
«MAI ASSISTITO AL DELITTO». Invece il boss di San Pietro a Patierno, quartiere dormitorio della periferia Nord di Napoli, ha deciso di fare ammenda e di raccontare la verità (la nuova, quella definitiva) alla procura del capoluogo campano. In sostanza, autodenunciandosi.
«Sull’omicidio di Carmine Grimaldi», ha rettificato Morra, «ho detto molte bugie. Non ho mai assistito al delitto, non ho mai visto Costanzo Apice sparare. E allo stesso modo non è vero che mia moglie ha assistito all’omicidio di Carmine Sacco. Le ho detto io di affermare il contrario».
UNA BOMBA SUL PROCESSO. Non proprio un'ammissione di poco conto. Apice è stato condannato all'ergastolo anche per le dichiarazioni (farlocche) di Morra.
Il processo d'appello dovrà ora tenere conto di questa bomba a mano lanciata nel perimetro delle granitiche certezze della procedura penale.
GABBATO L'UFFICIO GIUDIZIARIO. Il cuore della questione, infatti, non è più perché il camorrista Morra abbia deciso di giocare sporco (non è il primo né l'ultimo falso pentito che compare all'orizzonte), ma perché sia riuscito nell'intento gabbando un ufficio giudiziario tra i più importanti d'Italia per circa 30 mesi.

Quali riscontri esterni c'erano?

Il corpo senza vita di Carmine Grimaldi, capozona del clan Licciardi.

Tecnicamente, le dichiarazioni dei collaboratori dovrebbero essere confermate e supportate da riscontri esterni.
In questo caso, ci sono stati? Se sì, con quale grado di accuratezza le forze dell'ordine se ne sono occupate?
Il pubblico ministero che le ha raccolte non ha mai avuto un dubbio? E il gip che ha valutato gli indizi offerti dal pentito?
RICONOSCIMENTO FASULLO. Domande legittime considerato che i verbali di Morra sono stati depositati in due diversi procedimenti per omicidio.
Nel primo, quello di Grimaldi, ha sostenuto di aver riconosciuto i killer.
In realtà, trovandosi ai domiciliari, a pochi metri dal luogo dell'agguato, il finto pentito ebbe solo il tempo di affacciarsi alla finestra e di scorgere gli assassini in fuga senza però guardarli in faccia (come pure aveva dichiarato in un primo momento) in quanto coperti da caschi integrali.
LA MOGLIE SPINTA A MENTIRE. Riguardo al secondo raid di sangue, in cui caddero sotto il fuoco di un commando il padrino Gennaro Sacco e suo figlio Carmine, Morra ha ammesso di aver spinto la moglie Maria Pesce ad accusare ingiustamente due persone.
«Le ho detto io di dire il falso. In realtà ho saputo dell’agguato da Domenico Monteriso e ho detto a mia moglie di ripetere quelle cose ponendosi come testimone oculare», ha spiegato.
REVOCATA LA PROTEZIONE. Il programma di protezione gli è stato revocato, ovviamente.
Ma la faccia tosta dell'ex pentito non ha confini. Come ha raccontato Manuela Galletta su Cronache di Napoli, il malavitoso ha fatto addirittura ricorso al Tar chiedendo la revoca del provvedimento.
Respinto, almeno questo, senza ripensamenti.

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