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DOPOGUERRA 18 Maggio Mag 2015 1200 18 maggio 2015

Germania, cade il mito delle donne delle macerie

Per la tradizione ripulirono le città tedesche dopo le bombe. Ma la storica Treber: le Trümmerfrauen? Non erano volontarie. E l'opinione pubblica si ribella.

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da Berlino

Adolf Hitler.

Sono state il mito della ricostruzione tedesca, il simbolo della capacità di un Paese di risollevarsi dalle macerie fisiche e morali del nazismo e di una guerra persa, e di guardare con nuova speranza al futuro. Erano le Trümmerfrauen, letteralmente le donne delle rovine, che immagini e filmati d'epoca hanno tramandato chine su cumuli di pietre o in fila, una accanto all'altra, a formare le catene umane che ripulirono dai calcinacci le città tedesche distrutte dai bombardamenti.
Questo vero e proprio mito fondativo della Bundesrepublik è ora messo in dubbio da un libro, frutto di anni di ricerche d'archivio, pubblicato dalla storica sociale Leonie Treber, un curriculum di studio all'Università di Darmstadt e ora finita al centro di un fuoco incrociato di critiche.
PRIGIONIERI DI GUERRA AL LAVORO. La tesi del libro è presto detta. La pulizia delle città dai danni dei bombardamenti venne effettuata in Germania da diversi gruppi a seconda delle fasi del conflitto. Negli ultimi mesi della guerra, quando il regime nazista era ancora in piedi, le operazioni di sgombero furono affidate in parte a organizzazioni speciali dello Stato, in parte a formazioni costituite da prigionieri di guerra e detenuti dei campi di concentramento, costretti per punizione a questo tipo di lavoro.
Con la capitolazione della Germania e la presa del potere delle potenze vincitrici, il principio rimase lo stesso ma venne invertito. Gli Alleati formarono gruppi di lavoro costituiti da prigionieri di guerra tedeschi e membri della Nsdap, l'ormai disciolto partito nazionalsocialista. Un sistema che apparve però subito inadeguato a rimuovere i circa 400 milioni di metri cubi di macerie che costituivano il panorama ufficiale della Germania post-bellica.
POI ARRIVARONO LE SOCIETÀ AD HOC. Ma, secondo Leonie Treber, non furono le Trümmerfrauen a fornire la soluzione al problema. Soprattutto nei settori occidentali del Paese, gestiti fin da allora da americani e britannici (i francesi arrivarono solo in seguito), si scelse la via della professionalità e vennero fondate vere e proprie società di rimozione delle macerie o ingaggiate ditte di costruzioni che disponevano già di manodopera qualificata per un lavoro tanto impegnativo e delicato.
In più, soprattutto a Est, nel settore occupato dai sovietici, furono impiegate formazioni di uomini e donne, attingendo a piene mani dall'enorme massa di disoccupati che invadeva il Paese nel periodo post-bellico. Nessuno di loro però lavorava volontariamente, la maggior parte si guadagnava anzi una misera paga.

Le donne delle macerie? Non erano volontarie, né un fenomeno di massa

Le donne delle macerie in una foto d'archivio.

Il termine Trümmerfrauen fu adottato allora per indicare questo tipo di lavoratrici. Ma nulla lascia immaginare che fossero delle volontarie.
Alcune foto sono estrapolate da un contesto più ampio, altre sono state manipolate per motivi propagandistici, in alcune le donne sono ben vestite e truccate, un abbigliamento poco compatibile con quel tipo di lavoro.
In realtà si trattava più semplicemente di donne spinte dalla necessità di comprarsi, magari al mercato nero, il necessario per sopravvivere nei difficili mesi del dopoguerra. Operarono soprattutto nei quartieri orientali di Berlino e nelle città più grandi di quella che in seguito sarebbe diventata la Ddr, la Germania comunista.
PER TREBER ERANO SOLO 26 MILA. I numeri riesumati da Treber indicano che nel 1946 a Berlino risultavano impiegate appena 26 mila Trümmerfrauen su una popolazione femminile che raggiungeva il mezzo milione di unità. Non esattamente un fenomeno di massa. E, in verità, quasi neppure un fenomeno nelle città occidentali, dove all'opera erano squadre professioniste.
Le nuove interpretazioni esposte però dalla storica nel suo libro hanno scatenato una reazione piuttosto accesa nell'opinione pubblica, sensibilizzata sull'argomento anche per la concomitanza del 70esimo anniversario dalla fine della guerra. Sui giornali e sul web si sono moltiplicate le reazioni indignate di tanti cittadini, cresciuti con il mito rassicurante delle donne delle macerie, mamme e nonne che avevano riscattato con il loro lavoro manuale le umiliazioni e mortificazioni subite per la guerra perduta e la vergogna per aver appoggiato un regime criminale.
TEDESCHI IN RIVOLTA CONTRO IL LIBRO. Le pagine dei commenti al libro sul web sono ricche di contro-argomentazioni e di insulti, molti riportano i racconti di anziani parenti, il lavoro di ricerca di Treber viene messo in discussione e la storica è accusata di volersi fare pubblicità puntando al sensazionalismo. Ma la comunità degli storici è dalla sua parte, forte di una consolidata massima degli addetti ai lavori, secondo cui la memoria dei testimoni è nemica della storia perché viziata da impressioni soggettive, mentre la ricerca è fatta della valutazione di una pluralità di fonti.
Treber si attendeva questo tipo di reazioni: «Il mito delle Trümmerfrauen si è negli anni identificato con quello della rinascita della Germania Ovest, ha rappresentato il senso stesso del ritorno alla democrazia aggiungendovi un tocco di riscatto femminile e parità fra i sessi», ha detto in un'intervista alla Süddeutsche Zeitung, «insomma una storia di successo che suscita emozioni e dalla quale è difficile distaccarsi. Ma ciò non toglie che si sia trattato di un mito costruito».

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