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STRATEGIE 19 Maggio Mag 2015 1052 19 maggio 2015

Pechino, le mire sulle isole del Mar Cinese Meridionale

Dalle Spratly alle Paracel: isole contese da Vietnam, Filippine, Malesia e Taiwan. Il Dragone avanza silenzioso. Per conquistare le tratte in mano agli Stati Uniti.

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L'immagine di Airbus Defence and Space pubblicata da Ihs Jane's.

Isolotti disabitati, mare cristallino, piccole baie. Le immagini pubblicate da Ihs Jane’s sembrano tratte da un settimanale di viaggi. Ma la realtà è diversa.
Jane’s è un gruppo di analisti specializzato in problemi di sicurezza e gli spiazzi sabbiosi immortalati dai satelliti sono l’ultima creazione di Pechino nelle acque del Mar Cinese Meridionale.
Molte non sono nemmeno vere isole: si tratta di scogliere che sono state ampliate o create ex novo con l’ausilio di navi e draghe in un’area sulla quale una mezza dozzina di Paesi - inclusi Cina, Filippine, Vietnam, Taiwan, Malesia e Brunei - accampano diritti territoriali.
PECHINO SI ESPANDE SULLE ISOLE SPRATLY. Le prime fotografie – pubblicate da Jane’s ma scattate da Airbus Satellite and Defence, una compagnia che opera nel settore della difesa e delle tecnologie spaziali – risalgono ai primi mesi del 2014.
Da allora le immagini si sono susseguite, documentando una frenetica attività di costruzione sia sulle Isole Paracel, nella parte settentrionale del Mar Cinese Meridionale, sia sulle Spratly, situate fra le Filippine e il Vietnam.
Le ultime sono emerse in aprile e mostrano la costruzione di una pista di atterraggio della lunghezza di circa 500 metri su Fiery Cross Reef, un piccolo atollo nelle Spratly.
L'AVANZATA SILENZIOSA DI TAIWAN. Secondo Jane’s i lavori di espansione dell’isola fanno presagire che Pechino potrebbe costruire una pista lunga fino a tre chilometri, abbastanza da essere utilizzata per velivoli militari. Il gruppo di analisti sostiene che la striscia di cemento «rientrerebbe proprio nei parametri delle piste usate dall’Esercito di Liberazione Popolare sulla terraferma, che variano in lunghezza da circa 2.700 a un massimo di 4 mila metri».
La Cina non è né l’unico né il primo Paese a creare basi in questa zona. Il Vietnam, le Filippine, la Malesia e Taiwan – secondo l’Economist quest’ultimo sta ‘quietamente’ costruendo il più grande porto delle Spratly sull’isola di Itu Aba – hanno cercato di accaparrarsi delle postazioni nel Mar Cinese Meridionale.
LA CONTESA PER IL MAR CINESE MERIDIONALE. Ciò che distingue la Cina è la portata dei suoi progetti: al momento Pechino sta lavorando alla bonifica di almeno sei diverse scogliere – Cuarteron, Eldad, Gaven, Johnson, Mischief e Hughes Reef – e ha costruito due piste di atterraggio per aerei. Oltre a quella già menzionata, ne ha installata una su Woody Island, nelle Paracel, che sta ora ampliando.
L'obiettivo del governo cinese è ottenere un vantaggio sui vicini che gli contendono la sovranità di parte del Mar Cinese Meridionale. Secondo Andrew Scobell, senior political scientist presso la Rand Corporation, think tank americano, la bonifica delle isole «fa parte di un approccio strategico che va avanti da anni e mira a rinforzare le rivendicazioni della Cina in un modo graduale e misurato che sarà difficile da arginare per gli altri contendenti».

La mappa delle isole contese.

Il politologo Scobell: «È un conflitto a bassa intensità»

Interpellato da Lettera43.it, il politologo ha spiegato che tale strategia può essere definita come un «conflitto a bassa intensità» che prevede l’utilizzo di ogni mezzo – militare, diplomatico, economico e legale – per avanzare i propri interessi, minimizzando però i rischi di uno scontro armato.
Si tratta di una estensione della stessa teoria di cui parlò qualche anno or sono il generale Zhang Zhaozhong quando descrisse la cosiddetta ‘strategia del cavolo’.
Questa tattica consiste nell’installarsi in modo progressivo in una determinata area con l’ausilio di mezzi civili - la navi dei pescatori cinesi che operano nella zona - e militari, avendo cura che ogni piccolo passo verso la meta non crei un vero conflitto. Alla fine, sostenne Zhang, la Cina si ritroverebbe ad aver intrappolato il Mar Cinese Meridionale in una serie di strati di sicurezza, che ricordano appunto le fattezze di un cavolo.
LA LOTTA A DISTANZA CON GLI USA. Pechino sta anche perseguendo un obiettivo più ambizioso: strappare agli Stati Uniti il controllo diretto sulle rotte commerciali che attraversano il Mar Cinese Meridionale. In quest'area – ricca sia di risorse minerali che ittiche - transitano ogni anno trilioni di dollari di merci dalle quali il Dragone dipende per la sua crescita economica.
Stando a quanto spiegato a Lettera43.it da Jacques deLisle, professore di Legge e Politologia presso l’Università della Pennsylvania e direttore del programma di studi asiatici presso il Foreign Policy Research Institute, «le isole di per sé non sono poi così importanti, è il mare che le circonda a contare, e questo per via delle rotte commerciali che lo attraversano e delle risorse che vi si trovano. Se la Cina può entrare in possesso delle isole, potrà anche ottenere il controllo delle acque dalle quali sono circondate».
CRESCE L'INFLUENZA SULLA REGIONE. Come dimostrano le esercitazioni navali in corso fra le Filippine e gli Stati Uniti – le più imponenti degli ultimi 15 anni – e le indiscrezioni sulla possibile apertura di una base militare statunitense in Vietnam, la reazione istintiva dei Paesi invischiati nella disputa consiste nel tentare di bilanciare l’influenza cinese affidandosi a Washington. «La maggior parte di questi Stati si rivolgerà agli Stati Uniti affinché difendano gli interessi del Sud Est asiatico e reagiscano con maggior fermezza», afferma Scobell.
Resta ora da capire fino a che punto questa tattica potrà funzionare, anche perché Washington non sembra intenzionata a rischiare una crisi vera e propria con la Cina. Il segretario di Stato americano, John Kerry, il 16 maggio ha invitato Pechino ad abbassare la tensione. Nulla più, per ora.
TENSIONI NATE NEL 2012. Secondo deLisle, la posizione del Dragone rimarrà debole da un punto di vista legale, ma «politicamente potrebbe funzionare». Questo perché «ci sono alcuni aspetti favorevoli alla Cina, innanzitutto il fatto che il Paese sta diventando la maggiore potenza nella regione».
Difficile dargli torto. Da quando la latente rivalità fra i vari Paesi asiatici è esplosa – si parla del 2012, l’anno in cui ebbe luogo un aspro confronto fra le Filippine e la Cina per lo Scarborough Shoal - si sono susseguiti proclami e incontri ostili fra le marine e i pescherecci delle varie nazioni in campo, ma i Paesi del Sud Est non sono riusciti a influenzare efficacemente la politica di Pechino.
I cavoli che la Cina ha piantato nel Mar Cinese Meridionale, insomma, crescono. E difficilmente qualcuno andrà a sradicarli.

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