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MUM AT WORK 6 Giugno Giu 2015 1354 06 giugno 2015

Mamme a partita Iva? Non chiamatele anomalie

Crescono le freelance che hanno dei figli. Ma in Italia mancano le tutele.

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«Il dicembre del 2009 non me lo dimenticherò mai: perché nevicò quasi ogni giorno; perché nacque mia figlia; e perché persi il lavoro».
Questo è l’inizio della storia di Giovanna: 35 anni, felicemente single, una partita Iva aperta, un solo cliente rimasto dopo la crisi e un test di gravidanza positivo. Giovanna vive solo in un racconto di Valentina Durante, mamma e freelance per davvero.
La sua è una storia inventata (pubblicata per intero sul sito dell’autrice) fatta di esperienze vere. Di tante donne. Mamme e partite Iva.
AUMENTANO LE PARTITE IVA ROSA. Secondo i dati dell’Osservatorio del ministero delle Finanze, dal 2012 al 2011 (ultimi dati disponibili) le partite Iva aperte da donne sono cresciute del 6,97%. Mentre negli anni precedenti erano sempre calate.
Spesso per le donne, per le mamme, è l’unica soluzione per lavorare, anche se in tanti casi - impossibili da censire - si tratta di “false” partite Iva, con un committente unico. Come nella storia di Giovanna. Si calcola un 15-20% del totale, circa 1,3 milioni di lavoratori.
Valentina Durante, freelance dal 2010, ha quasi 40 anni e un figlio di cinque e con questo racconto ha vinto il primo premio ex aequo al concorso Scrivere donna 2015 indetto da Neos Edizioni.
«SIAMO CONSIDERATE UN'ANOMALIA». A Lettera43.it la professionista - che scrive testi per le aziende - spiega che «il peso maggiore è essere considerati un’anomalia rispetto al lavoro dipendente, come se io fossi una stortura da sanare. Che prima o poi tornerà sulla “retta via” del lavoro dipendente». Altro boccone amaro «è essere presi per “una fase transitoria”, legata alla giovane età. Ma io tra qualche giorno compio 40 anni, questa è la mia vita, il mio lavoro».
L’unica realtà che fa sentire Durante parte di un qualcosa e una professionista riconosciuta è Acta, l’associazione dei freelance, una delle poche che si batte per vedere riconosciuti i diritti dei lavoratori indipendenti in Italia.

Se una freelance decide di fare un figlio

Non ci sono strumenti a sostegno dei lavoratori che versano i contributi alla gestione separata equiparabili a quelli dei dipendenti. È riconosciuta la maternità, è vero, anche se per chi deve gestire in maniera autonoma più clienti, assentarsi dal lavoro per diversi medi di seguito è quasi impossibile.
«Quando sono rimasta incinta all’inizio del 2009», continua Durante, «la situazione era ancora buona: si lavorava e si guadagnava. Avevo parecchi clienti e un cliente grosso, e quando ho scoperto di aspettare un figlio, mi sono detta, sì è il momento. Anche perché l’orologio biologico ticchettava furiosamente».
E lì sono iniziate le difficoltà. «Una freelance non può mettersi in congedo per cinque mesi: il cliente ti dice ciao ciao. La politica del lavoro è fatta per chi ha una collaborazione coordinata e continuativa» oppure per chi è assunto a tempo indeterminato.
LE DIFFICOLTÀ PER LE MAMME A PARTITA IVA. Dal punto di vista di Durante «per le mamme freelance le difficoltà sono: conciliare famiglia e lavoro e gestire una mia malattia. Quando una partita Iva inizia a fatturare meno - perché sta male o perché ha avuto un figlio, o solo perché ha perso dei clienti - non ci sono ammortizzatori e noi non compariamo tra le figure che ne avrebbero bisogno».
Se fatturi meno, dice, «lo Stato pensa che evadi. Invece tu guadagni meno e devi comunque pagare delle tasse alte. Ma non abbiamo nessun tipo di tutela. Uno dei pesi più grossi è non avere tutele nel momento in cui non sono più performante come lo ero prima».
E la maternità è uno di quei momenti in cui sul lavoro non sei efficiente come prima. Almeno per i primi mesi. La mamma dipendente può prendere una malattia, la partita Iva non può. «E al cliente non gliene importa niente: lui ha comprato un servizio e si aspetta quel servizio».
JOBS ACT? TROPPO POCO. Anche Margherita Russo ha 40 anni e due figli, di sette e due anni. È una freelance dal 2005. «Le partite Iva non sono per niente considerate e io sono arrivata al punto che non mi aspetto niente. Un freelance si costruisce tutto da solo, ma in Italia è come se non esistessero, anche se sono una realtà sempre più ampia tra le donne».
Una piccola apertura per “il popolo delle partite Iva” è prevista nel Jobs Act: anche i papà potrebbero chiedere il congedo di paternità retribuito dall’Inps, se la madre non ha potuto beneficiare della maternità obbligatoria. Ma forse è ancora troppo poco.

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