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REPORTAGE 6 Giugno Giu 2015 1100 06 giugno 2015

Papa in Bosnia, l'avanzata dell'Islam radicale

Cattolici dimezzati. Aumenta l'influenza dei wahabiti. Che vogliono la sharia. Sostenuti dall'Arabia. Francesco a Sarajevo per il dialogo. Come Wojtyła nel '97.

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da Sarajevo

Giovanni Paolo II, il papa polacco, volò in Bosnia nel 1997.
La guerra era appena terminata, il pianto per le migliaia di vittime civili era ancora fresco, la ricostruzione non era ancora iniziata.
Oggi è un papa venuto da un altro continente, l’America latina, a compiere lo stesso viaggio. Papa Francesco, dopo Strasburgo e l’Albania, ha scelto di andare in Bosnia Herzegovina. Ha scelto Sarajevo, città multietnica e multiculturale e allo stesso tempo simbolo delle tragedie del 900.
VISITA DALL'ALTO VALORE SIMBOLICO. Un viaggio dall’alto valore simbolico, soprattutto in questo momento: in Bosnia il numero dei cattolici sta diminuendo, mentre avanza con estrema rapidità il fondamentalismo islamico.
Nelle vene della Bosnia Herzegovina, recitava lo scrittore Abdulah Sidran, scorre un sangue vivo. Per questo la voglia di andare avanti è riuscita sempre a prendere il sopravvento, anche quando tutto sembrava perduto.
IL PRECEDENTE DI GIOVANNI PAOLO II. Lo sa bene Bergoglio, ne era conscio Wojtyła che per fermare la guerra civile degli Anni 90, sembrava pronto a tutto. Nel 1994, nel bel mezzo del conflitto, Giovanni Paolo II era disposto persino a mettere i piedi e la faccia in quella terra martoriata.
Aveva organizzato un viaggio in Bosnia, nonostante le bombe e le granate. Era però troppo pericoloso e la visita fu rinviata a dopo il conflitto. Nel 1997 finalmente Wojtyła arrivò. Atterrò in una Sarajevo distrutta e con tono duro disse: «Fermiamo le armi, preghiamo per la ricostruzione e la pace. Fermiamo la civiltà della morte».

Gli accordi di Dayton riconoscono solo tre popoli

Papa Francesco.

A distanza di 18 anni, il 6 giugno 2015, Francesco compie lo stesso viaggio.
Sarajevo è stata ricostruita anche se molti palazzi portano ancora i segni delle granate che i serbi lanciarono dall’alto delle montagne. La Bosnia tutta ha un altro volto rispetto agli anni tragici della guerra. È un Paese diverso, sia dal punto di vista demografico sia da quello politico. Gli accordi di Dayton, siglati nel novembre del 1995, hanno sancito la divisione del Paese in due entità, la Federazione croato-musulmana e la repubblica Srpska alle quali si aggiunge il distretto di Birsk.
È stato stabilito inoltre, prendendo come riferimento i risultati dell’ultimo censimento del 1991, che solo i tre popoli più popolosi fossero considerati costitutivi ovvero i croato-cattolici, i bosniacchi-musulmani e i serbi-ortodossi.
IL 45% DELLA POPOLAZIONE È MUSULMANO. Solo gli esponenti di questi tre popoli possono ricoprire la carica di presidente e deputato. Per assicurare la pace vi sono infatti tre presidenti, uno croato-cattolico, uno musulmano e uno serbo-ortodosso. Le altre minoranze non sono rappresentate. L’equilibrio è fragile e la società bosniaca vive in uno stato di perenne instabilità che poggia proprio sugli accordi di Dayton.
«La pace grazie a Dio c’è, la guerra è finita», spiega Tomo Vucsic, vicario militare di Sarajevo, «il problema però è che la pace siglata a Dayton è una pace ingiusta».
In Bosnia, la cui popolazione non tocca i 4 milioni di abitanti, vivono musulmani (45,2%), cristiani-ortodossi (37,9%), cristiani-cattolici (14,2%) e altre minoranze tra le quali rom ed ebrei.
Per le strade della capitale, Sarajevo, questo mix di religioni colpisce. Ci sono minareti, tanti, ma anche chiese cattoliche e ortodosse. Edifici religiosi con i loro colori, la loro storia, i volti dei fedeli.
CONVIVENZA PACIFICA? UN RICORDO DEL PASSATO. La convivenza pacifica che ha caratterizzato per secoli il Paese appare però un ricordo del passato. Nel 1992, sulle ceneri della disgregazione della Jugoslavia, esplose con tutta la sua forza un odio interetnico e interreligioso fino a quel momento sconosciuto.
La violenza fece ripiombare un pezzo d’Europa in una delle guerre più cruente della storia recente. Croati contro serbi, serbi contro musulmani. Come racconta Mira, insegnante di lingua serba, da anni in Italia: «Tutti vennero all’improvviso identificati in base all’appartenenza etnico-religiosa, vecchi amici si trasformarono in carnefici uno dell’altro, persino i componenti di una stessa famiglia si scoprirono nemici».
La guerra ha annientato tutti, ha massacrato migliaia di civili. In molti sono fuggiti all’estero e tra questi tanti cattolici.

I wahabiti controllano Gornya Maocha, Kalesija e Dubnica

Un'immagine di Sarajevo dopo la guerra degli Anni 90.

La storia della comunità cattolica in Bosnia inizia nel corso del primo secolo. Si presume che il cattolicesimo arrivò qui grazie a discepoli di san Paolo o forse da san Paolo stesso.
Una presenza millenaria assicurata dalla convivenza con gli altri culti presenti nel del Paese, quello musulmano sunnita e quello cristiano-ortodosso.
Con la guerra sono cambiate molte cose. Oltre agli edifici religiosi rasi al suolo, o comunque gravemente danneggiati, vi è stata una vera e propria diaspora.
«Nel 2013 è stato fatto un censimento», spiega Tomo Vucsic, «la popolazione cattolica in Bosnia conti oggi tra le 425 mila e le 430 mila unità. Prima della guerra erano più di 800 mila. Una diminuzione continua e inarrestabile. Molti cattolici avrebbero voluto far ritorno, ma qui non ci sono garanzie, non c’è lavoro».
50 MILA CATTOLICI PER FRANCESCO. Non è quindi un caso che Francesco abbia scelto di recarsi a Sarajevo, davanti a 50 mila cattolici provenienti da tutta la Bosnia e da altri Paesi della regione.
Intere città - come Gornya Maocha, Kalesija e Dubnica - sono ormai controllate dai wahabiti, una corrente radicale e intransigente dell’Islam. Questi uomini, arrivati durante la guerra da Afghanistan, Cecenia e Algeria per aiutare i fratelli musulmani contro i serbi-ortodossi, vorrebbero oggi una Bosnia regolata dalla sharìa.
Secondo il rapporto sulla libertà religiosa nel mondo 2014 della Acs (Aiuto alla chiesa che soffre), dai 2 ai 5 mila volontari si sono battuti contro serbi e croati e, a guerra conclusa, la Bosnia ha concesso la cittadinanza a quasi 1.500 di loro, a titolo di ricompensa.

Le mani dei Paesi islamici sulla ricostruzione

Due donne musulmane in preghiera sulle tombe delle vittime del massacro di Srebrenica.

Gli anni della ricostruzione sono stati caratterizzati dall’arrivo di numerose organizzazioni “umanitarie” patrocinate da Paesi islamici: Alto Comitato saudita, Fondazione Al-Haramain, Società per la rinascita del patrimonio islamico.
Oltre alla costruzione di moschee quali la Re Fahd, considerata la più grande dei Balcani ed eretta con soldi sauditi, queste organizzazioni hanno sponsorizzato un Islam diverso da quello professato tradizionalmente in Bosnia.
Un Islam intransigente che difficilmente accetta la presenza di altre religioni e che considera gli stessi bosniacchi musulmani dei pagani.
La presenza whaabita, sulla quale l’ex muftì di Sarajevo Mustafa Cerić chiuse un occhio, è invece oggi osteggiata dal suo successore Husein Kavazovic.
LA SVOLTA DI KAVAZOVIC. Nato negli Anni 60, Kavazovic era poco più che 30enne quando i serbi uccisero più di 8 mila musulmani a Srebrenica. Pochi giorni dopo il massacro, disse alla radio: «Chi vuole può andare al fronte, ma nessuno sogni di vendicarsi sulla popolazione civile serba. A massacrare i nostri fratelli a Srebrenica furono i cetnici (un gruppo serbo ultranazionalista serbo, ndr) e non tutti i serbi sono cetnici». Un discorso che aprì la strada alla riconciliazione, unica strada da seguire anche oggi.
La visita di Francesco a Sarajevo ha quindi un duplice significato: dare speranza ai cattolici della Bosnia, ma anche aprire un dialogo costruttivo con i rappresentanti della comunità musulmana, in primis con Kavazovic. Il vero argine al fondamentalismo islamico può infatti venire solo dagli stessi musulmani, che per secoli hanno convissuto con cattolici, ortodossi ed ebrei.
Come disse Wojtyła, tutti insieme bisogna «fermare la civiltà della morte». Una civiltà che non ha nome, né religione, ma che parla una lingua universale. Quella della paura.

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