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SOLIDARIETÀ 8 Giugno Giu 2015 1347 08 giugno 2015

Lombardia, storia delle famiglie che ospitano migranti

Maroni li respinge. Ma nella sua Regione c'è qualcuno che li accoglie. A Varese, Marta ha aperto la porta a due nigeriani: «Tutti dobbiamo essere responsabili».

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Roberto Maroni.

Mentre Matteo Renzi chiede all'Europa di assumersi le proprie responsabilità di fornte all'emergenza immigrazione, da Lombardia, Veneto e Liguria arriva il 'buon esempio'.
Niente profughi e richiedenti asilo, ha tuonato il governatore lombardo Roberto Maroni, minacciando il taglio dei trasferimenti ai Comuni che accetteranno nuovi immigrati.
A ruota, naturalmente, l'hanno seguito il collega della Liguria Giovanni Toti e il doge Luca Zaia.
COMUNI REFRATTARI. Anche senza la minaccia di Maroni, però, i Comuni della Lombardia si sono dimostrati refrattari alle richieste di prefettura e Viminale.
Come ha ricordato Il redattore sociale, la maggior parte dei municipi non sempre mette a disposizione strutture, delegando l'accoglienza a strutture alberghiere e al volontariato al costo di 35 euro quotidiani a persona, a cui vanno aggiunti i 2 euro e mezzo di pocket money.
Si prenda, per esempio, la provincia di Brescia: su 206 Comuni, una trentina collabora con la prefettura.
A Varese solo 10 su 140; a Mantova due su 70; a Lodi uno su 61. A Milano sono invece disponibili circa 600 posti riservati ai richiedenti asilo.
E dire che la Regione conta 1.530 Comuni. Facendo una semplice divisione (puramente matematica) per i migranti in arrivo (6 mila), sarebbe sufficiente che ogni municipio ne accogliesse quattro.
APRIRE LE PORTE DI CASA. C'è però qualcuno che nonostante le minacce e i 'no' delle istituzioni va avanti per la sua strada aprendo le porte della propria casa ai richiedenti asilo.
Nel Varesotto, Marta e suo marito da un mese e mezzo ospitano due ragazzi nigeriani di 21 e 32 anni arrivati in Italia otto mesi fa.
«Per noi l'accoglienza è a 360 gradi», spiega Marta a Lettera43.it.
«Questo significa che non facciamo differenza tra stranieri, minori o richiedenti asilo. Valutiamo la possibilità quando ci arriva una richiesta».
E la richiesta è arrivata dall'associazione Papa Giovanni XXIII, della quale Marta e la sua famiglia allargata fanno parte.

«L'accoglienza è responsabilità di tutti»

Migranti in arrivo in Italia.

«Si tratta di un'emergenza umanitaria mondiale», sottolinea convinta Marta, «ed è responsabilità di tutti trovare i modi per ospitare queste persone».
Senza nessuna eccezione, nemmeno per le famiglie. Anche se, «le regole italiane non sono pensate per un'accoglienza di questo tipo».
SERVE UN'ISTITUZIONE. Per Marta è fondamentale la presenza di un'istituzione o di un'associazione alle spalle delle famiglie che decidono di ospitare i migranti in attesa di un permesso di soggiorno. Nel suo caso, è facilitata anche perché abita in una casa parrocchiale.
«Arrivano in casa dopo mesi trascorsi in albergo», aggiunge senza nascondere le difficoltà quotidiane che si trova ad affrontare.
«Il loro obiettivo è quello di riuscire a ottenere il permesso di soggiorno».
Per il quale, se va bene, occorrono almeno tre o quattro mesi, sempre che venga accettato. «In caso di diniego, l'ente a cui sono stati affidati se ne prende carico fino alla fine dell'appello».
NON SOLO VITTO E ALLOGGIO. «Questi ragazzi», continua Marta, «non hanno però solo bisogno di vitto e alloggio. Spesso necessitano anche di un sostegno psicologico. Ne hanno passate tante, a partire dalla prigionia e dalle torture in Libia.
E a chi, come la Lega di Matteo Salvini, continua a gridare lo slogan «aiutiamoli a casa loro, affondiamo i barconi», lei risponde con l'«umanità», mettendo in chiaro: «Molti sono in preda della paura del diverso, di ciò che non conoscono, tutto qua».
Nel paesino dove vive non si sono verificate ronde e levate di scudi come a Padova, dove il sindaco leghista Massimo Bitonci ha ingaggiato una lotta contro i privati che cedevano case in comodato d'uso ai migranti.
Le istituzioni hanno fatto la loro parte, senza polemiche.
«SERVONO MILLE PRECAUZIONI». Una cosa deve essere chiara, però: ospitare in casa sconosciuti ed estranei non è una passeggiata e nemmeno un impegno da prendere sottogamba.
E questo, aggiunge Marta «al di là del colore della pelle o della nazionalità. Servono mille attenzioni e precauzioni ma anche un'apertura verso l'altro. Del resto non hanno scelto loro di essere sistemati in hotel o in famiglia, di finire in un paesino di montagna o nella periferia di una grande città...».
La casa deve cambiare faccia, l'organizzazione quotidiana pure. «Ma come in ogni relazione umana», conclude Marta, «si condividono fatiche, gioie e doni sin dal primo momento. Se pensiamo che l'altro è brutto e cattivo finiamo male tutti».

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