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EDUCAZIONE 13 Giugno Giu 2015 1104 13 giugno 2015

Scuola, l'esempio dei bambini tra mafia e razzismo

Prese di posizione sulle cosche. Canzoni contro la xenofobia. Progetti virtuosi. L'insegnamento dei bambini di Tor Pignattara. «Ritroviamo i valori perduti».

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Mentre politici, parlamentari, ministri e sottosegretari continuano a discutere nei Palazzi sulla ‘Buona scuola', c’è un’altra scuola, fatta di fatti, che unisce in uno sforzo collettivo docenti, alunni e genitori per impartire buoni insegnamenti.
A lanciare questo messaggio forte e chiaro è un istituto di Tor Pignattara, quartiere alla periferia Est di Roma. Sulla ringhiera del recinto dell’edificio è affisso uno striscione: «La Buona scuola siamo noi».
Marisa Madera, docente dell’istituto comunale, sostiene: «Abbiamo aderito allo sciopero di maggio. Siamo andati in piazza assieme agli alunni e ai loro genitori. Si tratta degli stessi genitori e degli stessi alunni con cui siamo andati a Palermo a ritirare il premio Libero Grassi».
La docente stessa racconta che in alcune classi ci sono bambini di nazionalità diverse, figli di immigrati nati in Italia, ma ci sono anche bambini di genitori italiani con disagi sociali, ambientali o con problemi familiari.

Marisa, la docente: «Necessario educare i bambini a valori positivi»

Il disegno di un bambino e la scritta «La mafia fa schifo».

«Mai come ora è necessario educare i bambini ai valori positivi di cui avranno bisogno nella vita. Mi sembra che negli ultimi anni la scuola stia perdendo il suo ruolo di educazione ai valori», dice Madera. «Quando ho letto il bando di concorso al premio Libero Grassi, l’imprenditore ucciso dalla mafia il 29 agosto 1991, mi sono appassionata al progetto e ho provato a inserire argomenti in classe che stimolassero l’attenzione dei bambini verso i temi della mafia».
«LA MAFIA? FATTA DA PERSONE CATTIVE». In quel momento, racconta, «mi sono resa conto che rispondevano bene, erano attenti, ponevano domande. Ho proposto loro la visione del filmato su Libero Grassi; lo hanno visto in silenzio totale, completamente assorti. Non è una reazione così scontata. Al di là del risultato, è stato un modo per affrontare argomenti delicati e formativi per la loro futura vita di adulti».
Alcuni alunni di una seconda elementare si stringono a capannello, incuriositi di assistere a un’intervista e ne diventano i protagonisti. A parlare sono le bambine più intraprendenti, con il linguaggio dei loro sette anni. «La mafia», dicono susseguendosi una all’altra, «è fatta dalle persone cattive. Non sono oneste; sono disoneste». Un’altra aggiunge: «Noi gli dobbiamo spiegare che non va bene». Un’altra amichetta conferma: «Quando siamo grandi glielo andiamo a dire».
LA STORIA DI LIBERO GRASSI NELLE SCUOLE. In preda all’emozione si fa avanti un’alunna. Anche lei sui mafiosi dice la sua: «Sono persone cattivissime. Sono orribili. Non serve uccidere. Devono capire che… ehm… devono capire».
Chi di voi conosce la storia di Libero Grassi? La risposta è contenuta in una sintesi impeccabile in cui viene ricostruito addirittura un ipotetico dialogo: «Libero Grassi è un imprenditore siciliano che dava da lavorare alle altre persone. Un giorno è venuta la mafia e gli ha detto: 'Senti: se tu vuoi lavorare qua, devi pagare il pizzo'. E lui gli ha risposto: 'No, io non pago il pizzo per fare il mio lavoro'. E allora la mafia ha detto: 'Va bene, allora, non pagare il pizzo'. Poi, il giorno dopo la mafia è tornata e gli ha sparato alle spalle». Ma secondo voi c’è la mafia nella vostra città? «Sì, ce n’è tanta!»
Secondo Madera, affrontare in classe questo tema dà modo ai ragazzini di capire meglio anche ciò che avviene nelle strade, nelle vie, davanti ai portoni dei loro palazzi.
UNA CANZONE CONTRO IL RAZZISMO. Il quartiere noto per la sua multiculturalità di recente è stato al centro di episodi di razzismo. E così i bambini ci hanno scritto una canzone. «Tor Pigna è il nostro quartiere; qui le persone non si sentono straniere. Bianco, giallo, nero non importa il colore; basta solo amare l’amico che hai nel cuore. Tutti quanti siam diversi, ma i diritti son gli stessi. Ma perché tanti bambini non han diritto ai vaccini? E invece di studiare son costretti a lavorare? Oh come sarebbe bello se tutti potessero fare… Viaggiare per il mondo senza problemi da superare…»
Secondo gli insegnanti, gli alunni rappresentano un veicolo potente di divulgazione della cultura della legalità e della lotta alla corruzione e alle mafie. Sono messaggi che i bambini si scambiano anche direttamente fra loro.

Thomas, lo studente: «Così ho preso coscienza della storia»

Peppino Impastato.

È sempre Madera a raccontare che i suoi scolari parlano del lavoro svolto sulla figura di Libero Grassi anche nella ricreazione, quando giocano al parco, invitando a modo loro gli altri a partecipare a queste iniziative.
SE I FIGLI PAGANO GLI ERRORI DEI GENITORI. «Io stessa», racconta, «ho assistito a una scena toccante. Parlando del concorso, un bambino è scoppiato a piangere senza che nessuno ne capisse il motivo. Poi fra le lacrime ci ha confidato che avendo un genitore in carcere, pensava che a lui quell’esperienza sarebbe stata negata a prescindere. E ha aggiunto che lo stesso genitore gli raccomanda di non seguire mai il suo esempio, di non fare mai le cose per cui è finito in carcere».
Prosegue l'insegnante: «Abbiamo pensato che soprattutto nel suo caso sarebbe stato importante farlo partecipare a questa iniziativa. Volevamo che avesse ben chiaro che la colpa di un genitore non deve ricadere sui figli; che ci sono altre strade; che c’è una società in grado di sostenerlo e di aiutarlo affinché anche lui abbia nella vita le stesse possibilità riservate ai suoi amici».
«UN'EMOZIONE MOLTO FORTE». Più articolata e strutturata è la percezione degli adolescenti dell’istituto Zanelli di Reggio Emilia che hanno partecipato a un viaggio organizzato dalla Onlus Solidaria in alcuni dei luoghi storici della Sicilia a connotazione mafiosa.
Elena Battistini ha provato l’emozione più forte visitando Portella della Ginestra. Nel luogo della prima strage di mafia dell’Italia repubblicana, Elena e i suoi compagni di scuola hanno trovato Mario, un signore ultraottantenne che il primo maggio 1947 era, allora adolescente, su quel prato fra i braccianti in festa presi di mira dai mitra. «Ascoltare il racconto», confida Elena, «dalla diretta voce di chi ha vissuto quell’episodio riportato sui libri è un’emozione molto forte. Non me lo aspettavo. L’ho raccontato ai miei amici».
IN VISITA ALLA CASA DI IMPASTATO. Anche Thomas Lanciotti, altro adolescente emiliano, è rimasto colpito dall’indice di Mario diretto verso il punto dove era seduto al momento degli spari. Mario potrebbe elencare la posizione di tutti i braccianti in quel giorno, talmente vivi sono ancora nella sua mente i ricordi. «Eppoi», prosegue Thomas nel suo elenco di luoghi più emozionanti, «mi è piaciuta Cinisi, la visita alla casa di Peppino Impastato e i cento passi da percorrere per arrivare a quella di Tano Badalamenti, il mafioso mandante del suo omicidio. Andare sul posto significa prendere coscienza di quanto accaduto. Non rimane solo un racconto. Sembra di vivere quelle storie».
Queste iniziative sono utili a contrastare la mafia? La risposta è corale e priva di dubbi: «Sì, assolutamente sì».

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