ANALISI 18 Giugno Giu 2015 1209 18 giugno 2015

Usa, le colpe di un Paese divorato dai crimini d'odio

Altra strage a Charleston. La politica tace. E il Paese non riesce a voltare pagina. Stretto fra il mito delle armi e il vulnus del razzismo. Così la violenza prolifera. Foto.

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È successo di nuovo, a Charleston, in South Carolina. Un ragazzo con la pistola, nove morti, una fuga durata poco (guarda le foto). Bianco, giovane e caschetto biondo lui; neri loro. «Hate crime», crimine legato all’odio, ha detto la polizia, e che altro potrebbe essere?
La sparatoria è avvenuta dentro a una chiesa, una delle più antiche congregazioni afro-americane degli Stati Uniti: Mother Emanuel, la chiamavano, eretta nel 1816, quando il Congresso dei futuri States aveva già proibito l’“importazione” (si chiamava importazione, sì) di neri dall’Africa e soltanto il South Carolina continuava a farlo per spedirli nei campi di riso.
LA PROFANAZIONE DELLA STORIA. Il 40% di tutti gli schiavi deportati dall’Africa passava attraverso il porto di Charleston, dove li preferivano il più neri possibile, meglio se ghanesi, tra i 14 e i 18 anni; e si capisce perché la notte non restava che pregare Cristo e cantare e stringersi tra le mura di Mother Emanuel.
I nove morti di mercoledì notte sono una violenza peggiore del solo crimine, dunque: sono profanazione della storia.
Di una storia che l’aggressore, il 21enne Dylann, magari, non conosce nemmeno.
6 MILA HATE CRIMES IN UN ANNO. Ma quei nove morti sono anche un copione, un rituale tutto americano, come il tacchino al Thanksgiving e le bandiere a stelle e strisce in giardino. È un virus che si mangia l’America, costantemente, e non riesce a finirla solo per dimensioni: armi e razzismo, presi da soli o mescolati in un cocktail fatale servito sempre a buon prezzo.
Secondo l’Fbi, nel 2013 negli States ci sono stati 5.928 crimini legati all’odio; il 48,5% per questioni di razza, il 20,8 per l’orientamento sessuale, il 17,4 per fattori religiosi. Dei 3.407 episodi di violenza a sfondo razzista, il 66,4% è stato commesso contro afro-americani e il 21,4 contro bianchi.
88,8 ARMI OGNI 100 RESIDENTI. Poi c’è un ragazzino 21enne, magari farcito di anfetamine oppure soltanto idiota che riesce a entrare in una chiesa - come a scuola, nei campus e persino nel salotto di casa – e a fare una strage. Perché il razzismo (o la stupidità, o l’allucinazione) possa travolgere la vita ci vogliono pallottole e pistole. E in America ce ne sono 88,8 per ogni 100 residenti: 270 milioni in tutto.
La lobby pro-armi snocciola i numeri con orgoglio, ricordando che ogni anno 200 mila donne si difendono da potenziali aggressori con il loro fucile; dimenticando di aggiungere che ogni anno, 100 dei loro bambini (102 nel 2014) uccidono o vengono ammazzati accidentalmente: dai loro fratellini, cuginetti, nonni.

La violenza come un incidente di percorso

Il presidente Usa, Barack Obama.

Si dirà: lo sappiamo. E noi europei, in effetti, lo sappiamo. Forse nessuno quanto l’Europa che ancora un po’ sopravvive a se stessa ha creduto alle promesse di Barack Obama di leggi più severe per comprare armi e di interventi più incisivi contro il razzismo.
Non ne sono mai arrivati, e forse non è nemmeno colpa del presidente più caricato di aspettative della storia recente americana: democratico, nero e pacifista.
La colpa forse è di un Paese che nelle armi ha un mito fondativo, e nella razza il vulnus mai sanato.
BUSH E CLINTON INDIFFERENTI. Ma se la politica conta e può qualcosa, certo che è le armi e la razza di questi tempi interessano ben poco chi dovrebbe farla. Magari non oggi, o non domani, quando il cordoglio imporrà frasi di circostanze e vaghi riferimenti che non suonino come promesse ai due estremi dell’elettorato.
Il dato è che del demone che si mangia l’America, i candidati alla presidenza americana non parlano. Sono un esercito per parte repubblicana e una sola predestinata sulla sponda democratica, ma nemmeno i due prescelti per linea dinastica – Jeb Bush e Hillary Clinton – hanno inserito armi o razza nel consunto canovaccio della campagna elettorale.
L’uno impegnato a scollarsi di dosso il ricordo del fratello George W., l’altra troppi fantasmi: la Lewinsky, la sconfitta contro Obama nel 2007, i troppi soldi chiesti per parlare a ogni conferenza.
IL TEMA NON INTERESSA. Entrambi scendono in strada e parlano di lavoro, economia e giustizia, mentre il virus si mangia l’America. Come se la giustizia e il razzismo non avessero un’intima connessione, la prima legata anche alla sconfitta del secondo.
Come se la classe media non fosse sconfitta ogni anno dai suoi lutti famigliari, dai figli che vanno a scuola e non ritornano, da quelli mandati in guerra anche per mantenere viva l’industria delle armi.
Non è dietrologia, e neppure colpa della politica dinastica, a ben vedere: statisticamente, semplicemente il tema non interessa.
La violenza è un incidente di percorso in un Paese troppo grande e diverso per mettere in discussione i propri miti fondativi. Direbbe Fabrizio De André: «Si costerna, s'indigna, s'impegna poi getta la spugna con gran dignità».

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