MUM AT WORK 22 Giugno Giu 2015 1525 22 giugno 2015

Mamme e casalinghe, l'Italia faccia chiarezza

Si accende il dibattito su stipendi e pensioni. Dare una risposta è un dovere.

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Fanno le cuoche, le autiste, organizzano “eventi” ai quali partecipano anche 50 persone.
Sono esperte di giardinaggio e di alimentazione equilibrata. A volte fanno le psicologhe, altre le coach motivazionali. Da casa.
Ma non sono retribuite. Perché sono le mamme casalinghe. Quelle che non portano a casa uno stipendio a fine mese, o una fattura a 90 giorni. Per l’Istat le casalinghe italiane sono 4 milioni e 879 mila, più o meno una donna su sei in Italia. E secondo uno studio realizzato negli Usa da Salary.com nel 2014, dovrebbero guadagnare sugli 80 mila euro l’anno.
IL DIBATTITO SU STIPENDI E PENSIONI. Dopo avere intervistato 6 mila donne, i ricercatori americani hanno contato 14 ore in cucina (a 10 euro l’ora), 8 ore da autista (altri 8 euro all’ora). Ai quali si vanno ad aggiungere 13 ore alla settimana di ripetizioni e sette ore nella veste di psicologa, per appianare, chiarire, superare litigi e crisi. Sommando un lavoro di manager e colf si arriva a un fanta-stipendio di 6.971 euro al mese per ben 94 ore di lavoro a settimana. Sugli 83 mila all’anno.
Ma, al di là degli studi (made in Usa), è giusto prevedere uno stipendio o una pensione per le casalinghe? E le mamme che si fanno carico della casa e che hanno anche un lavoro “fuori”, quanto dovrebbero guadagnare in più per le loro virtù di multitasking e pianificazione?
LA PROPOSTA DELL'ASSOCIAZIONE GIOVANNI XXIII. «Gli americani esagerano sempre un po’, ma secondo me è giustissimo prevedere una retribuzione e una pensione per le mamme che lavorano a casa per la famiglia. Ma credo che una proposta di legge di questo tipo, in questo momento, non avrebbe nessun seguito», si sfoga Tina Leonzi, fondatrice del Moica, Movimento italiano casalinghe.
E non è l’unica a pensarla in questo modo: «È di un paio di mesi fa la proposta dell’associazione Giovanni XXIII di prevedere uno stipendio per le mamme casalinghe. Senza di noi chi si occuperebbe dei bambini o degli anziani? Facciamo un lavoro socialmente utile, senza contare quanti soldi facciamo risparmiare allo Stato», continua Leonzi.

Elisabetta Addis: «A casa ci resta poco da fare»

Sul piano opposto Elisabetta Addis, professoressa di Economia politica all’Università di Sassari e di Politica ed economia del welfare alla Luiss: «Nella modernità avanzata, conviene andare tutti sul mercato del lavoro, anche perché, diciamocelo, a casa ci rimane poco da fare. Facciamo meno bambini, ci sono gli elettrodomestici che fanno risparmiare lavoro, il lavoro importantissimo di management emotivo e organizzativo delle madri finisce quando i figli diventano adolescenti».
E poi le casalinghe con i figli di 15 anni, alla fine, che fanno? «Puliscono sul pulito e fanno le lasagne sottilissime, perché una volta che il figlio è cresciuto - e sono passati quei primi anni in cui non si respira - il senso sociale della casalinga è svuotato. Quello che sarebbe importante», sottolinea la studiosa, «sarebbe ridurre e flessibilizzare gli orari di lavoro, in modo che negli anni in cui la famiglia lo richiede si possa lavorare meno, e negli anni in cui la famiglia non lo richiede più ci si trovi comunque con un mestiere e un reddito».
IL WELFARE CHE NON C’È. «É indubbio che si tratta di una “forza lavoro” nascosta», ragiona Alessia Mosca, parlamentare europea. «Questa schiera di italiane in molti casi si sostituisce parzialmente o totalmente al sistema di welfare nazionale per quanto è alto l'impegno quotidiano - senza sconti, senza ferie o malattie - all’interno della famiglia, per la cura dei figli, degli anziani, dei disabili».
Del resto, dice, «con livelli di disoccupazione giovanile e femminile preoccupanti, ormai fermi quando non in crescita, da anni, credo una soluzione di riconoscimento delle attività casalinghe, in moltissimi casi appunto combinate anche alle attività di cura, sia necessaria». Per l’onorevole Mosca non bisogna dimenticare i tanti casi di “finte” casalinghe, occupate a supportare in modo “informale” la gestione di micro imprese famigliari, di partite Iva, di professionisti.
RICONOSCERLE PER AIUTARLE? Per la parlamentare europea «pensare a un qualche tipo di riconoscimento potrebbe aiutare in parte anche ad alleggerire uno che resta un grande tema della situazione occupazionale e contributiva del nostro Paese oltre che rappresentare una chiave - non poi così numericamente irrilevante - nel flusso della ripresa più generale del Paese. Sarebbe utile immaginare il riconoscimento di uno stato, una posizione chiara di questa che è una categoria ben identificata, a tutti gli effetti». Della serie, facciamo chiarezza.

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