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MUM AT WORK 27 Giugno Giu 2015 1100 27 giugno 2015

Madri al lavoro? Lo Stato è il grande assente

Le lacune del welfare ricadono su di noi. Consolidando antiche convinzioni. Come il ruolo preponderante del padre negli equilibri famigliari.

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È passato un anno. Solo e già un anno da quando è nato mio figlio. Un anno lunghissimo, faticosissimo.
Un anno in cui la mia vita è diventata bella. Il bambino è cresciuto, quasi cammina da solo. E io continuo il mio lavoro.
Già, il mio lavoro. Sono una libera professionista e ho lavorato fino alle 12 del giorno in cui è nato mio figlio (alle 22 di sera).
Ho fatto praticamente di tutto per continuare a lavorare e per non “perdere” nessuna chance professionale. Ho lavorato di notte, ho lavorato col bambino attaccato al seno, ho lavorato anche la domenica. Come ho fatto qualunque cosa per provare a essere una buona madre. Niente di diverso da qualsiasi altra #mumatwork, insomma.
MADRI ITALIANE CONDANNATE AL PRECARIATO. È passato un anno e sulla mia pelle non ho vissuto quelle brutte esperienze che toccano a tante #mumatwork italiane: né licenziamenti in bianco, né mobbing, né accantonamenti «perché sei mamma e adesso hai altro da fare».
O meglio: sono andata oltre coloro i quali hanno provato a mettermi da parte. Un po’ perché come ha detto la stilista Frida Giannini a Maria Latella «i bambini non sono una palla al piede. Da quando è nata mia figlia mi sento più forte».
E un po’ perché la penso come Anna Maria Tarantola quando dice che non si deve accettare la frase: «‘Tu sei brava, ma è meglio che a svolgere questo lavoro sia un uomo. Sai, la famiglia...’. Questo non va fatto passare. Devi rispondere: ‘Quel lavoro lo so fare o non lo so fare? Dirmi che sono brava e poi scegliere un altro non fa parte del riconoscimento del merito’».
LE OPPORTUNITÀ NON MANCANO. Ho ricevuto delle proposte, iniziato nuovi lavori, anche se ne ho persi altri. Ho conosciuto persone nuove, ho ripreso a viaggiare. E tanto è stato merito proprio della maternità. Il “mondo mamma/bambino” è sterminato e offre alle donne tante opportunità lavorative.
Come alle blogger, o alle imprenditrici che aprono attività in questo settore. Opportunità per professioniste che cambiano lavoro pur di rimanere in sella, pur di non rinchiudersi in casa o in un parco giochi. Ho conosciuto top manager che hanno lasciato il posto fisso per dare un “Piano C” ad altre mamme.
Ho scoperto che nel nostro Paese le donne sono poco considerate, anche da loro stesse. E che ci vuole una grande forza, una grande maturità e un grande coraggio solo per avere fiducia in se stesse, come mi ha raccontato Paola Marzario. Facciamo fatica a uscire dal tunnel dell’insicurezza.

Non c'è attenzione per la parte più positiva della nostra società

Anche se ogni ricerca e studio ci confermano che non è un Paese per mamme né per bambini, ho conosciuto e mi sono confrontata con una community mammesca molto agguerrita.
L’ultima ricerca, il We World Index 2015, pubblicata martedì scorso, ci dice che l’Italia è al 18esimo posto nel mondo per grado di inclusione di madri e bebé nella società.
Che vuol dire? Che non c’è attenzione, non c’è cura per la parte più positiva e produttiva della nostra società. Per l’Italia di domani, insomma.
MANCA UN WELFARE DEGNO DEL NOME. Se lo Stato offrisse un welfare alle famiglie, probabilmente nel nostro Paese non lavorerebbe solo il 46% delle donne in età attiva (dati Istat). Perché lavorare per una mamma non sarebbe un lusso, ma sarebbe davvero economicamente conveniente. E lo sarebbe anche per tutta la famiglia.
Già perché spesso, nei primi anni di vita, l’aiuto che lo Stato non ci offre, lo dobbiamo pagare noi mamme. E quindi chi di fatto mantiene la famiglia è il papà. Fatto che va a consolidare antiche convinzioni, che con il proprio impegno lavorativo, le mamme vorrebbero provare a scardinare. Noi manteniamo - se tutto va bene, solo - il nostro lavoro. Poi solo spicci. Insomma, si entra in un circolo vizioso. Il guadagno tornerà quando andranno al nido comunale o alla materna. Dobbiamo tenere duro per un anno, alle brutte per tre. Ma perché?
E poi, chi non ha nonni che corrono in aiuto, ha solo una possibilità per continuare ad avere una vita fuori di casa: mettere mano al portafogli e pagare una babysitter.
L'ESEMPIO DEL NORD EUROPA. Perché i posti nei nidi comunali non sono sufficienti e perché le scuole sono pensate per famiglie che hanno almeno un genitore/parente a casa: chiudono alle 16,30. Ma quale lavoro finisce alle 16? Quindi o nido privato o nido+babysitter. E chi paga?
Guardare ai Paesi del Centro e Nord Europa, quelli che arrivano primi in tutte le classifiche di tutte le ricerche di tutto il mondo, da un lato dà speranza, dall’altro la toglie. Perché noi no? E a guardare bene, poi, le leggi qualcuno le ha fatte, le hanno approvate. Ma rimangono sulla carta e non vengono rese strumenti concreti, perché mancano i fondi.
A settembre scorso un ministro e un Presidente lanciarono uno slogan: «Mille asili in mille giorni». Ma di cantieri nemmeno l’ombra, di nuovi posti nemmeno. E in mano ci rimane il decreto conciliazione del Jobs Act, in vigore per soli sei mesi. Ed è decisamente troppo poco.

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