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REPORTAGE 13 Luglio Lug 2015 0900 13 luglio 2015

Napoli, così si impara la guerriglia anti-Stato

Nei rioni popolari l'agguato alla polizia è un rito. Che si apprende già da piccoli. Tempi, tecniche, modalità di ritirata: tutto viene insegnato nei minimi dettagli.

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La conferma si è avuta la notte del 3 luglio, quando la polizia ha scoperto in casa di un pregiudicato un arsenale di pistole e mitragliette e sul tetto dell’edificio le postazioni per insegnare ai guaglioni come si spara senza sbagliare.
Il bersaglio erano gli uccellini in transito. Ma soprattutto le antenne paraboliche dei vicini di casa, che gli agenti hanno trovato bucherellate con scientifica precisione.
A scuola di killer, Napoli docet. La dottrina è di sapore coranico, perché i riti, i metodi e le “lezioni” hanno il sapore del terrorismo islamico.
DIMOSTRAZIONI DI EFFICIENZA MILITARE. Una dimostrazione di efficienza militare l’avevano già fornita a settembre 2014 i guaglioni dei gruppi che tifano Napoli: ai funerali di Ciro Esposito, il giovane ammazzato prima della finalissima di coppa Italia a Roma, hanno imposto una sorta di sceneggiata ultras sotto gli occhi impotenti di forze dell’ordine e autorità.
Cori, slogan, saluti romani, mazze nascoste sotto i giubbini, liturgie da curva e Daspo. Prove di guerriglia, che piaccia o no. Ma indispensabili, nella cucina di casa, risultano anche i “servizi” di piatti scheggiati che si vendono per pochi euro ai mercatini rionali.
IL LANCIO DI TAVOLI E SEDIE. Sono impresentabili a tavola, ma - se lanciati “stile discobolo” dalle finestre giù in strada - spediscono al pronto soccorso anche il più palestrato dei “nemici” in divisa.
Graditi ai mastri della guerriglia, che a Napoli “insegnano” ai bambini l’arte della ribellione organizzata un po’ come si fa nelle scuole coraniche, risultano anche i bicchieri (a decine e di ogni bombosità e forma), nonché le vecchie pentole (meglio quelle a base ultra-larga che le nonne utilizzavano per maccheroni destinati al ragù).
Utilissimi - in caso di urgenza - i mobili in disuso, soprattutto tavoli, sedie, comò e “cofanaturi” (ampie casse in cui si conservava la biancheria per il corredo delle signorine da marito) nonché i cessi in porcellana, i lavabi, le vasche da bagno.
UN RITO CHE SI IMPARA DA PICCOLI. La “rivolta” contro le forze dell’ordine, in molti quartieri di Napoli, è un rito che si impara già da piccoli, rubando sguardi, parole e gesti a mammà quando - all’improvviso - si mette a urlare come un ossesso lanciando vettovaglie via dalla finestra insieme con le zie, le nipoti, le altre massaie del vicolo in subbuglio: ogni volta che parte il segnale (è un urlo convenzionale, uno sparo o la sgommata di una moto che “fa il cavallo”) tutti accorrono trafelati ai balconi.
Che sia inverno o agosto inoltrato, notte fonda o mezzodì, la parola d’ordine nei rioni di Napoli in cui comandano i boss è una e una sola: scaraventare nel vicolo tutto quel che si trova a portata di mano, dai piatti scheggiati ai cessi in disuso, mirando dritto addosso ai poliziotti, ai carabinieri, ai finanzieri e a chiunque irrompa ostile allo scopo di stringere le manette ai polsi del “guaglione che smercia un po’ di droga” o del boss latitante.

Regia occulta dietro la guerriglia

Agenti di polizia nelle strade di Napoli.

Napoli, la rivolta è quotidiana. E dietro c’è - sempre - una regìa occulta. Dal rione Pazzigno ai palazzoni di Taverna del Ferro, dal rione Luzzatti al rione De Gasperi, dalle Vele di Secondigliano al parco Verde a Caivano, dal Piano Napoli al Salicelle di Afragola fino ai vicoli di Forcella, Sanità, Quartieri spagnoli: nulla di quel che avviene è spontaneo.
Zone franche, le chiamano. Significa che lì non è più Italia. E che gli uomini in divisa, se si accostano, rischiano davvero la pelle. La notte del 20 giugno, sul lungomare di Pozzuoli, due bande di ragazzini si sono date appuntamento tramite Facebook per picchiarsi senza ritegno. Il motivo? E chi se lo ricorda.
In compenso, quando sul posto è arrivata la polizia, le bande si sono coalizzate e hanno picchiato insieme i “nemici” sbalorditi. Il giorno dopo, quando nel rione Barra a Napoli la polizia ha tentato di arrestare il boss Luigi Cuccaro, a centinaia hanno circondato l’auto degli agenti allo scopo di impedire la cattura del boss.
Era notte fonda, ma è bastato qualche urlo per mobilitare mezzo rione in pochi secondi. «È una tragedia senza sbocco», ha scritto anni fa un visionario di rango come Luigi Compagnone.
CULTURA MAFIOSA RADICATA. Don Aniello Manganiello, prete in prima linea, si chiede oggi amaro: «Perché a Napoli nessuno scende mai in strada per dar fuoco alle auto dei camorristi che ammazzano gli innocenti e invece spesso si incendiano le vetture della polizia se per sbaglio in uno scontro viene colpito un camorrista o qualcuno che delinque?».
E Filippo Beatrice, procuratore aggiunto del pool antimafia, avverte: «Qui la cultura mafiosa è talmente radicata che non basta più la sola azione di contrasto».
Come nelle scuole coraniche di musulmana ispirazione, anche nei rioni a rischio di Napoli i “mastri” della rivolta insegnano ai bambini le tecniche per ribellarsi senza rischio alla polizia.
Davanti a tutti, vanno le donne incinte e i bambini. Ogni bambino, un sasso tra le mani. Ogni donna incinta, una valanga di urla in dotazione. I tempi, gli attacchi, le ritirate strategiche: tutto viene programmato con cura. Sembra caos, invece è sceneggiata.
DA UNA RIVOLTA ALL'ALTRA. Prima regola: dai balconi, vanno lanciati in strada prima i piatti e i bicchieri, poi le sedie e i mobili vecchi, infine gli elettrodomestici e gli altri oggetti più voluminosi. Escalation da professionisti. I più bravi sono assai ricercati. E passano da una rivolta all’altra, contesi dai “comitati” come ballerine da prima fila.
Al rione Traiano, periferia Ovest di Napoli, casermoni e degrado, sull’aiuola in cui un ragazzino di 16 anni morì a settembre colpito dal proiettile sparato per sbaglio da un carabiniere durante un inseguimento notturno, si erge un altarino con maxi-foto della vittima, panchine e fiori sempre freschi.
Chi passa, lo vede. E d’istinto si inchina. Lo ha preteso la famiglia, lo ha ispirato la gente più ascoltata: qui ogni giorno per settimane - dopo il fattaccio - son stati organizzati cortei fin davanti alla caserma, minacciando i carabinieri affinché non si facessero vedere sotto casa. L’altarino è un simbolo. Di sacra memoria o di anti-Stato?

L'assalto ai poliziotti di piazza Ottocalli

Uno scorcio del rione Traiano.

La rivolta del rione Traiano è il più grave tra i più recenti episodi di “guerra alle istituzioni” consumati in terra vesuviana. Ma è solo uno fra i tanti.
Rita, 40 anni, le figlie Maria e Annalisa di 19 e 20 anni, con un’altra figlia di 15 anni, si sono rese protagoniste di un vero e proprio assalto ai poliziotti consumato in piazza Ottocalli a Napoli per impedire la cattura dei presunti autori di una rapina: dal loro appartamento al quarto piano, le donne hanno scaraventato giù sanpietrini, bottiglie colme di acqua ghiacciata, utensili e suppellettili di ogni genere. Il bilancio? Dodici agenti feriti (di cui uno grave), tre auto distrutte.
Ma l’episodio più surreale è avvenuto a Ponticelli, quartiere contiguo a Barra: nel rione De Gasperi, cui si accede solo tramite due stradine contrapposte, in un agguato viene ucciso un esponente del clan Sarno e altri due restano feriti. A sparare sono stati quelli del clan avverso, ma gli agenti - quando arrivano - trovano le strade di accesso bloccate dai cassonetti dell’immondizia.
UNA GRANDINE DI OGGETTI. È un attimo. E sugli uomini in divisa si scatena una vera e propria grandine di sassi, cocci di vetro, sedie e oggetti pesanti lanciati dai balconi. Quando dalla Questura arrivano i rinforzi, gli uomini del quartiere - ligi alle regole della buona guerriglia - scompaiono come per incanto. Al loro posto, più combattivi che mai, spuntano in strada torme di bambini vocianti e una folla di donne di ogni età e corporatura. La “battaglia” ricomincia. E continua inesorabile, fino a notte fonda.
Ma perché la gente di Ponticelli se la prende con la polizia? «Perché», denunciano gli abitanti, «tempo fa è stato vietato ai guaglioni del boss di presidiare armati H24 l’ingresso nel quartiere. Grazie al divieto, per i nemici del clan avverso è stato facile ammazzare uno di noi e ferirne altri due».
PROTESTA STRUMENTALIZZATA. Roberto Esposito, filosofo e napoletano, ha detto che «a Napoli spesso la protesta viene strumentalizzata da chi fiancheggia i poteri criminali». E Raffaele La Capria, scrittore: «A Napoli vige un’antica legge secondo cui lo Stato è oppressore e il camorrista difensore».
Nel 2012 al rione Salicelle ad Afragola lo sgombero forzoso delle case occupate abusivamente è costato un bilancio da zona di guerra: 12 poliziotti feriti, una notte di scontri durissimi, bottiglie molotov e agguati, le strade a scorrimento veloce paralizzate.
Qualche mese prima, al rione Piano Napoli, gli abitanti delle case popolari erano riusciti a suon di sassate a far chiudere l’ambulatorio che era stato appena inaugurato in loco. Il motivo? Di notte, il suono delle sirene delle ambulanze somigliava troppo a quello delle auto della polizia. E ciò “intralciava” il lavoro dei pusher, che si spaventavano trascurando “il lavoro”.

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