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NUMERI 20 Luglio Lug 2015 1533 20 luglio 2015

Carceri, le cifre dietro l'emergenza suicidi

Due casi nel giro di poche ore. Già 23 casi nel 2015. Il Sappe chiede più agenti. Ma in Italia ce n'è uno ogni 1,1 detenuti. Antigone: «Dai media troppe pressioni».

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L'arresto di Ludovico Caiazza che si è tolto la vita in carcere il 19 luglio.

Due suicidi a Regina Coeli nel giro di 24 ore. Dopo Ludovico Caiazza, 32 anni, il presunto killer di Giancarlo Nocchia, il gioielliere romano ucciso durante una rapina mercoledì scorso nel suo negozio di via dei Gracchi nel quartiere Prati, si è tolto la vita un 18 romeno accusato dell'uccisione di Mario Pegoretti, massacrato di botte nella Pineta Sacchetti per 50 euro e un orologio da 150.
NEL 2015 GIÀ 23 CASI. I casi salgono così a 23. Tanti sono i detenuti che si sono tolti la vita nel 2015, su 58 decessi totali.
Caiazza era stato trovato impiccato a Regina Coeli con un lenzuolo stretto intorno al collo, appeso alla finestra della sua cella, intorno alle 22.45 del 19 luglio. Il decesso è stato dichiarato alle 23.25. Nonostante l'intervento degli agenti di sorveglianza e del personale sanitario per lui non c'è stato nulla da fare.
CONTROLLI OGNI 15 MINUTI. In cella da solo, era stato sottoposto al regime di grande vigilanza che implica controlli ogni 15 minuti, con tanto di firma dell'agente. Si tratta di una misura riservata a individui potenzialmente a rischio (solo l'1,9% dei carcerati è sottoposto a misure di sicurezza). Il passo successivo è il controllo a vista.
«Alle 22.30, ora dell'ultimo controllo», assicura a Lettera43.it Donato Capece, segretario generale del Sappe, il sindacato della polizia penitenziaria, «il detenuto era vivo».
CARENZA DI ORGANICO. L'ennesima morte in cella riapre anche il problema della carenza di organico - «Mancano circa 8 mila agenti», spiega Capece - di fronte al sovraffollamento cronico del sistema carcerario.
Al 30 giugno, i detenuti erano 52.754 (fonte Viminale) per una capienza complessiva di 47.709 posti. «Dobbiamo garantire la sicurezza», aggiunge, «ma con il personale che abbiamo».
SOLO DUE AGENTI ALLA SEZIONE. Nel settimo reparto di Regina Coeli, nella sezione nuovi giunti, domenica si trovavano 120 detenuti ed erano in servizio solo due agenti: uno al piano e l'altro addetto al controllo al cancello di ingresso alla sezione. «Va anche detto», fa notare il numero uno Sappe, «che in questo periodo ci sono le ferie: almeno otto giorni di riposo gli uomini se li potranno prendere...».
IL PERSONALE COSTA 2 MLD ALL'ANNO. Nonostante la mancanza d'organico, vero è che rispetto al 2014 la popolazione carceraria è diminuita di circa 10 mila unità. E che l'Italia è il Paese con il rapporto agente/detenuto tra i più alti d'Europa. Praticamente un agente ogni 1,1 detenuti (per un costo di 2 miliardi di euro all'anno).
Nel 2013, Francia, Germania, Inghilterra avevano una media di un agente ogni 2,7 detenuti.

Le conseguenze della chiusura degli Opg

Il carcere romano di Regina Coeli.

A pesare sulle condizioni carcerarie c'è anche la chiusura, il primo aprile, degli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) che ha riversato nel sistema individui con gravi disturbi.
Le sei strutture presenti in Italia ospitavano 700 pazienti, 450 dei quali hanno avuto accesso alle Rems, le Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza, dove continuare i programmi terapeutici.
Gli altri sono stati destinati alle carceri normali con relativi problemi di sorveglianza.
Non solo. «Prima della chisura degli Opg», sottolinea Alessio Scandurra dell'associazione Antigone, «chi in carcere mostrava segni di squilibrio veniva reindirizzato nelle strutture apposite. Ora questo non è più possibile. Ma che senso ha tenere in carcere una persona che deve essere controllata a vista per evitare che si tolga la vita? Qual è la funzione della sua detenzione?».
«IN ISOLAMENTO PER PROTEGGERLO». Scandurra insiste nel definire il suicidio «un atto assolutamente individuale», Se fosse possibile una generalizzazione, allora «si potrebbe azzerare il fenomeno».
Caiazza tra l'altro si trovava in isolamento. «Avendo precedenti per violenza sessuale e una situazione di forte disagio», ha spiegato Santi Consolo, capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria che ha aperto un'indagine interna sul suicidio, «non era stato messo a contatto con altri detenuti per tutelarlo». Compagni di cella che gli avrebbero potutro impedire di uccidersi. «O che avrebbero potuto picchiarlo», aggiunge Scandurra.
«DESTABILIZZATO DALLE ATTENZIONI DEI MEDIA». Il 32enne nel pomeriggio aveva incontrato l'avvocato di ufficio che probabilmente gli aveva spiegato la gravità del reato commesso e le conseguenze. Successivamente Caiazzo avava avuto un colloquio con la psicologa del carcere che aveva riscontrato un «forte stato di agitazione», che però non lasciava presagire al suicidio.
«Il fatto», spiega ancora Scandurra, «è che nonostante il carcere faccia tutto il possibile per evitare i suicidi, che rappresentano un fallimento e un incubo per ogni struttura, il detenuto è spesso sottoposto a una pressione psicologica tremenda. Vedersi schiaffare in prima pagina dai giornali come il mostro probabilmente lo ha destabilizzato».
OFFESE E INSULTI: L'INCUBO DEI PRIMI GIORNI. La prima settimana di detenzione, poi, è la peggiore per i nuovi arrivati. Offese da parte dei compagni di cella, magari pure dai secondini, creano un clima difficile da gestire.
Una serie di concause che potrebbero avere spinto Caiazza a togliersi la vita. Anche se, tiene a precisare Scandurra, «so che a Regina Coeli è stato fatto tutto il possibile per evitarlo visto che il detenuto era stato sottoposto a un regime di alta vigilanza nonostante il medico avesse escluso di fatto il rischio suicidio».
LE PATOLOGIE DEL SISTEMA ITALIANO. Al di là delle motivazioni e delle eventuali responsabilità, restano però i numeri: dal 2000, i suicidi sono stati 859 su 2.425 decessi. E indicano come quello dei suicidi in carcere sia «una delle principali patologie del sistema penitenziario italiano, legata all'incapacità del sistema di intercettare le singole storie di disperazione e la scarsa attivazione di programmi di prevenzione del rischio, che dovrebbero porre particolare attenzione ai soggetti alla prima carcerazione e nei primi giorni di detenzione», come è scritto nell XI rapporto nazionale sulle condizioni di detenzione di Antigone.

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