Azzollini, determinante conoscenza atti
CARRIERE 29 Luglio Lug 2015 1445 29 luglio 2015

Alfano, la fortuna di avere potere senza quid

Ha un partito al 2,5% e 2 ministeri. Almeno 19 dei suoi hanno avuto a che fare con la giustizia. L'ultimo, Azzollini, salvato dall'arresto. Ma Angelino resiste.

  • ...

E chi ha detto che per avere successo nella vita o, quantomeno, per restare a galla occorre un quid?
Angelino Alfano è la prova provata che non è così: si può essere due volte ministro, segretario di diversi partiti, dribblare richieste di dimissioni e sfiducie, salvare i propri uomini, restare al governo con quello che dovrebbe essere un avversario politico con due ministeri e otto tra viceministri e sottosegretari, senza averne la forza politica e senza dimostrare particolari doti da statista. Scivolando tra gaffe ed errori macroscopici. E guidando un partitino che il 28 luglio l'istituto Piepoli dava al 2,5%, considerandolo insieme con l'Udc come Alleanza popolare.
IL SALVATAGGIO DI AZZOLLINI. L'ultimo 'successo' del Nuovo centrodestra è stato il salvataggio di Antonio Azzollini, presidente della commisione Bilancio di palazzo Madama, per il quale la procura di Trani aveva chiesto i domiciliari nell'ambito dell'inchiesta sul crac della casa di cura Divina Provvidenza. Le accuse a suo carico sono di associazione per delinquere, induzione indebita a dare e concorso in bancarotta fraudolenta.
Grazie anche al soccorso dei senatori Pd, ai quali il capogruppo Luigi Zanda con una giravolta ha chiesto di votare «secondo coscienza», colui che secondo le intercettazioni avrebbe minacciato le suore della Casa della divina Provvidenza di «pisciare loro in bocca» se non lo avessero accettato come capo dell'Ente, resta al suo posto senza colpo ferire.

Su 54 parlamentari Ncd, 19 hanno guai con la giustizia

Giuseppe Castiglione, sottosegretario all’Agricoltura, indagato per abuso d’ufficio e turbativa d’asta per gli appalti relativi del Cara di Mineo.

Ma Azzollini, come si sa, non è certo un caso isolato. Su 54 parlamentari (se si considerano solo quelli del Ncd) 19 hanno guai con la giustizia: il 35%. Tanto che i maligni sottolineano come «il Nuovo centrodestra abbia più indagati che voti».
IL CASO CASTIGLIONE. Il prossimo caso potrebbe essere quello di Giovanni Bilardi, senatore calabrese, coinvolto in Rimborsopoli. Invece ha già tirato il suo sospiro di sollievo Giuseppe Castiglione, sottosegretario all'Agricoltura, il cui nome è legato - la procura sta indagando - alla gestione del Cara di Mineo e che ha evitato la sfiducia presentata dalle opposizioni.
Sempre indagata, ma per falso a causa dei favori che avrebbe reso al carcerato Totò Cuffaro, è il sottosegretario allo Sviluppo economico Simona Vicari.
Condannato e dimessosi dalla presidenza della Regione Calabria per gli effetti della legge Severino è Giuseppe Scopelliti, che Alfano candidò senza problemi - e pure inutilmente - alle ultime Europee.
I GUAI DI FORMIGONI. Non si può poi non citare Roberto Formigoni, ex inquilino del Pirellone e principe di Comunione e liberazione, ora sotto processo per associazione a delinquere e corruzione.
E Nunzia De Girolamo, che ha lasciato il ministero dell'Agricoltura perché accusata di abuso d'ufficio, truffa e turbativa d'asta nell'ambito dell'inchiesta sulla Asl di Benevento. Per poi diventare una spina nel fianco per Angelino al quale continua a lanciare ultimatum: «O lasciamo il governo o esco dal partito» (come dire la divisione dell'atomo) dopo aver promosso l'associazione centrodestra unito.
E LE DIMISSIONI DI LUPI. Resta poi la parentesi di Maurizio Lupi che il 20 marzo si è dimesso da ministro dei Trasporti a causa del Rolex regalato a suo figlio da Stefano Perotti, arrestato con Ettore Incalza, nell'ambito dell'inchiesta Grandi Opere.
«Lascio a testa alta», aveva dichiarato con orgoglio Lupi alla Camera. La testa però gli si è abbassata poco dopo, perché è stato indagato per abuso d'ufficio, reato che avrebbe commesso quando era ministro.

Lotta per la legalità, la conversione tardiva di Angelino

Insomma, il Ncd non può fregiarsi della patente di «superiorità morale», nonostante l'impegno profuso da Alfano che lo scorso maggio non aveva esitato a farsi portabandiera della lotta all'autoriciclaggio e al falso in bilancio appoggiando in toto il lavoro di Raffaele Cantone.
LE MISURE DEL GOVERNO BERLUSCONI. Eppure, basta riavvolgere il nastro di qualche anno, per ricordarsi che a depenalizzare il falso in bilancio nel 2002 fu proprio il suo ex partito. Vero è che Angelino, a quel tempo, era da poco approdato a Montecitorio, ma aveva comunque votato quella legge. Un errore di gioventù? Manco per sogno: 10 anni dopo, nel 2012, diede battaglia insieme col Pdl alla legge Severino a suon di ostruzionismo.
Quindi la sua conversione è un fatto abbastanza recente. Un quid ritrovato? Non è dato saperlo.
LE CONSULENZE DELLA MOGLIE. Sicuramente di quid è dotata la moglie del ministro, Tiziana Miceli, titolare dello stidio legale Rm Associati. Come ha raccontato l’Espresso, tra la fine 2014 e l'inizio 2015 Miceli si è accaparrata dalla Consap, la concessionaria dei servizi assicurativi pubblici controllata dal ministero dell’Economia, ben cinque consulenze i cui importi, come ha chiarito l'amministratore delegato Mauro Masi (sì, l'ex direttore generale Rai vicino a Berlusconi) «saranno quantificati all’esito delle attività».
Una coincidenza che in altri Paesi, ad altre latitudini, avrebbe quantomeno indignato l'opinione pubblica e la politica. Ma che in Italia ancora una volta è passata quasi sotto traccia.

Gli scivoloni: dal caso Shalabayeva al tweet su Bossetti

Niente quid, invece, nella gestione disastrosa dell'affaire Shalabayeva con il sequestro e l'espulsione della moglie del dissidente kazako Ablyazov e della figlia ordinati dal Viminale ma di cui lui disse di non averne saputo nulla.
Al governo c'era ancora Enrico Letta. E Renzi, che lo confermò poi agli Interni, attaccò: «Se Alfano sapeva, ha mentito e questo è un piccolo problema. Se non sapeva davvero, è molto peggio».
Il ministro non uscì troppo bene nemmeno con il tweet con cui annunciò tronfio la cattura dell'omicida di Yara Gambirasio dopo l'arresto nel giugno 2014 di Giuseppe Bossetti.


Un eccesso di giustizialismo che venne mal digerito anche dalla procura. Poco male, Alfano il giorno dopo risolse il problema con un nuovo cinguettio, in cui ricordava - per primo forse a se stesso - che «ovviamente la presunzione di innocenza vale per tutti».


Twitter non porta bene ad Angelino. Rimane nelle memorie il suo attacco ai venditori ambulanti. «Gli italiani sono stanchi di essere insolentiti da orde di vu cumpra’», scrisse sul social lanciando la campagna del 2014 Spiagge serene, «dobbiamo radere al suolo la contraffazione».
Immediate le accuse di razzismo per un termine obsoleto e degradante che pareva uscito da un B-movie anni 80.
GLI SCONTRI DI MILANO. L'opera di Alfano non ha brillato nemmeno durante gli atti vandalici di Milano del primo maggio scorso in occasione dell'inaugurazione dell'Expo. Visti gli annunci bellicosi e i precedenti, forse la manifestazione non doveva essere autorizzata nel centro città.
Poco male: il ministro se la cavò anche in questo caso con qualche critica ma niente di più.

Il delfino sfortunato, campione delle occasioni perse

Alfano e l'ex premier Silvio Berlusconi.

Eppure a scorrere il suo curriculum, pareva che Angelino quel quid ce l'avesse proprio.
Figlio di un notabile della Dc siciliana, nel 1994 entrò in Forza Italia e nel 2005 era segretario regionale. Tre anni dopo eccolo ministro della Giustizia dove si fece ricordare per il 'suo' lodo che sospende i processi a carico delle quattro massime cariche dello Stato.
LA NOMINA A SEGRETARIO. Nel 2011 fu 'eletto' per alzata di mano primo e unico segretario nazionale del Pdl annunciando alla folla dell'Auditorium l'avvio di una nuova fase: quella del «partito degli onesti», delle «regole e delle sanzioni».
Il 2011 doveva essere il suo anno: le dimissioni di Berlusconi a seguito della tempesta dello spread gli avrebbero offerto il trampolino giusto per liberare il partito dalla presenza ingombrante dell'ex Cav. Nel frattempo scelse di appoggiare Mario Monti con la coalizione Abc (Alfano-Bersani-Casini).
SILVIO IL NOMOTETA. L'entusiasmo però fu gelato come al solito: Silvio di fatto lo diseredò, denunciando la sua mancanza di quid. A nulla valse la repentina smentita, l'epiteto ormai era stato registrato.
E confermato dalla sua battaglia per le primarie naufragata contro il niet all'ultimo minuto del grande capo che lo aveva persino appoggiato. Anche perché sotto la sua guida il partito era affondato al 16%.
Angelino tornò così a essere il semplice segretario di Silvio che alle Politiche del 2013 tornò in campo in prima persona schiacciandolo e riuscendo a risollevare il Pdl.
LO STRAPPO CON SILVIO. Una sudditanza che durò fino alla decisione di Silvio di togliere la fiducia al governo di larghe intese. Alfano alzò la testa e strappò pensando di dare vita a un nuovo centro. «Siamo il movimento politico del futuro che senza paura e senza nostalgia porterà avanti le proprie idee», ruggì. Senza rendersi conto di ricordare a molti un altro ammutinato poi finito in disgrazia (politica): Gianfranco Fini.
Una maledizione che al momento sembra avverarsi: nonostante l'accordo con l'Udc, il suo progetto non arriverebbe se si votasse oggi nemmeno alla soglia di sbarramento.
Ma Angelino resta in piedi, con la sua compagine. Consapevole che il suo destino è legato a doppio nodo alla sopravvivenza politica di Matteo Renzi. E che in fin dei conti del quid uno può anche infischiarsene.

Twitter: @franzic76

Correlati

Potresti esserti perso