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INTERVISTA 31 Luglio Lug 2015 0829 31 luglio 2015

Miley: «Podemos deve ridare voce agli indignados»

Consensi in calo. Accuse di favoritismi. Troppo verticalismo. Il sociologo Miley: «Lo spirito movimentista è andato perduto». E sul voto: «Non c'è governabilità».

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Nel dibattito europeo, paiono legati da un filo invisibile.
Come se dalle conquiste dell'uno dipendesse il destino dell'altro.
Loro sono Alexis Tsipras e Pablo Iglesias, leader di Syriza e Podemos, nonché esponenti di primo piano di quell'Europa politica che s'oppone, almeno a parole, all'austerity made in Bruxelles.
L'onda lunga di quel che succede in Grecia arriva in Spagna. E condiziona i sondaggi elettorali nella penisola iberica, già molto considerati in vista del voto di fine anno.
PODEMOS IN CALO AL 15%. Il terzo salvataggio accettato da Atene ha indebolito Tsipras e, allo stesso tempo, rallentato la corsa di Iglesias.
Ma la speranza, per i sostenitori di Syriza e Podemos, è che le elezioni in Spagna possano premiare il movimento nato da una costola degli indignados e, di riflesso, dare nuova energia al partito del premier greco.
«Non è così semplice come vorremmo credere», spiega Thomas Jeffrey Miley, professore di Sociologia politica a Cambridge, a Lettera43.it. «Negli ultimi sondaggi Podemos è al 15% dei voti, dovrebbe allearsi con i socialisti del Psoe, attualmente tra il 20 e il 25%».

Il leader di Podemos Pablo Iglesias. Nel riquadro, Thomas Jeffrey Miley.

D. Podemos con i socialisti: non sarebbe un po’ come mischiare l’acqua con l’olio?
R.
Sì, o come mischiare Syriza con il Pasok (sorride).
D. E c'è nel Psoe chi spinge in questa direzione?
R. Alcuni elementi come Ignacio Sanchez-Cuenca premono per uno spostamento a sinistra essendo vicini a Podemos, ma sono una minoranza. Chi determina la linea politica del partito è l’apparato, che è fondamentalmente conservatore.
D. Il partito socialista, però, a Madrid appoggia il nuovo sindaco candidato da Podemos…
R.
Sì, ma è più un’eccezione che una regola. D’altra parte un’alleanza del Psoe con Ciudadanos o addirittura con il Ppe, già avvenuta a livello locale, a livello nazionale potrebbe essere nociva.
D. Quindi, in generale, si può parlare di un problema di governabilità.
R.
Esattamente.
D. Cosa pensa dell’analogia tra Syriza e Podemos?
R.
Podemos non è ancora riuscito a ottenere quello che ha ottenuto Syriza, ossia unificare tutta la sinistra radicale in una forza elettorale di governo. Syriza è fondamentalmente una coalizione, mentre Podemos si vede come una nuova formazione politica che basa il suo successo sul carisma del leader, ma anche sull’uso dei media, internet in particolare.
D. Quindi Podemos somiglia più al Movimento 5 stelle?
R.
Sì, è una via di mezzo tra Syriza e il Movimento.
D. Podemos nasce con il movimento degli indignados: quanto rimane di quello spirito movimentista?
R.
Non tantissimo. Avevo notato già da un po’ di tempo un fenomeno di crescente verticalismo e ne avevo anche scritto. Si parla ormai di enchufismo (da enchufe, spina, connessione, ndr) nel senso di favoritismo: in pratica, la gestione del potere è organizzata da Iglesias e dal suo circolo ristretto di relazioni.
D. Non è forse un pericolo? Si parla della stessa problematica in Syriza…
R.
È un problema nella misura in cui la legittimazione di Podemos nasce proprio dal movimento 15 Maggio degli indignados. Quindi bisogna raggiungere un equilibrio.
D. Un giornalista greco membro di Syriza ha detto che in Spagna, come anche in Italia, si dovrebbe ottenere una “Pasokizzazione” dei partiti socialisti, ossia ridurne drasticamente il peso elettorale.
R. L’idea è quella giusta, e in effetti dopo le elezioni europee dell’anno scorso sembrava ci si stesse muovendo, in Spagna almeno, in quella direzione. Ora c’è un ridimensionamento.
D. Cosa pensa di un'alleanza tra Podemos e Izquierda Unida? La vede possibile?
R. Forse, ma non sarebbe sufficiente, anche perché è stato proprio Podemos ad attirare i voti persi da Izquierda Unida, scesa ora al 5%.
D. L’entrata in campo di Ciudadanos sta creando dei problemi a Podemos?
R. Sì, anche se è una formazione ibrida. Da un lato prende voti tra coloro che, come i seguaci di Podemos, sono attratti dal messaggio anti-casta. D’altro canto è un partito neo-liberale. Ma, rispetto a Podemos è più nazionalista, mentre quest’ultimo è favorevole a una forma di autonomia per la Catalogna. Ciudadanos ha anche un’immagine più “pulita”. Mi riferisco al leader Alberto Rivera.
D. Niente codino à la Iglesias intende?
R. No, niente codino (sorride). Sembra una stupidaggine, ma purtroppo queste cose contano.
D. Ciudadanos potrebbe appoggiare il Ppe?
R. Perderebbe le sue credenziali di forza anti-casta...
D. A destra c'è anche Convergencia i Unio, il partito autonomista catalano...
R. Sì, decisamente neo-liberale, ma anche estremamente corrotto. Il carismatico leader Jordi Pujol è stato paragonato a una specie di ‘don’ della Mafia siciliana.
D. Però ci sono anche forze autonomiste non di destra in Catalogna?
R. Per cominciare, ci sarebbe la Izquierda Republicana, discendente di quella storica, forza di governo ai tempi della Guerra Civile, ma che di sinistra ha solo il nome, Spesso la troviamo alleata a Convergencia. Più genuinamente di sinistra c’è Candidatura de Unidad Popular, che crede nella democrazia diretta, ma con solo il 5% dei voti.
D. Come si pone in questo scenario la classe operaia, zoccolo duro della sinistra?
R. La maggior parte è de-politicizzata. Non c’è più quell’impeto al cambiamento presente durante la transizione (dal franchismo alla democrazia, ndt) Bisogna anche tener conto che la Spagna è andata attraverso una crescente fase di de-industrializzazione, a partire dagli Anni 80-90.
D. Qual è allora il core business della Spagna d’oggi?
R. Il turismo, l’edilizia e, non dimentichiamo, il settore bancario.
D. Un altro case study di transizione dal capitalismo produttivo a quello finanziario?
R. Assolutamente sì.
D. Quanto può influire la situazione economica sul voto?
R. Ci sono sintomi di ripresa, ma sono in molti a credere che sia un’illusione, o addirittura un miraggio. Potrebbe esserci una qualche forma di maggiore investimento a livello locale, ma potrebbe anche essere l’ennesima mossa per ottenere consensi nell’anno delle elezioni. Quello che conta, comunque, è come viene vista la Spagna dai mercati internazionali, e viene vista tuttora come in uno stato di grossa incertezza.

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