Renzi, basta piagnistei sul Sud
IPSE DIXIT 3 Agosto Ago 2015 1551 03 agosto 2015

Saviano, Renzi e la guerra al piagnisteo

Saviano è stato solo l'ultimo. Da quando è premier, Renzi ha attaccato la politica, la cultura e pure Marino. Sicuro che «per tornare leader all'Italia basta crederci».

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C'è un atteggiamento - a dire il vero - molto italico che a Matteo Renzi proprio non va giù: il piagnisteo.
Il «lamento, pianto funebre», nella sua accezione antica, ma anche «il pianto continuato, lamentoso» tipico dei bambini o, nell'uso più ampio, il «discorso pieno di lamentele e deplorazioni prolungate o suppliche insistenti e fastidiose» ed «espressione di rammarico, di recriminazione, di rimpianto» (fonte Treccani), è quanto di più lontano dalla politica dell'hashtag, delle slide e dei 140 caratteri forgiata dal premier.
LA ROTTAMAZIONE DEL PIAGNISTEO. La #voltabuona e il #cambiaverso, nella testa del premier, avrebbero dovuto rottamare le lamentele della vecchia politica, dei gufi fissati nel vedere il bicchiere mezzo vuoto.
E ora anche dei meridionali.
Già perché l'ultimo rapporto Svimez che dipinge un Sud messo peggio della Grecia, con una disoccupazione giovanile al 44,2%, ha spinto qualche commentatore a criticare la politica (inesistente) del governo in questa parte d'Italia.
L'APPELLO DI SAVIANO. Non che gli abitanti del Mezzogiorno non siano frequentatori abituali e cronici del lamento, come ha sottolineato anche un meridionale doc come il sociologo Domenico De Masi, ma quando Roberto Saviano con una lettera aperta a Repubblica ha detto chiaro e tondo al premier che «ha il dovere di intervenire e ancora prima ammettere che nulla è stato fatto»; e ancora: «Faccia presto, caro presidente del Consiglio, ci faccia capire che intenzioni ha: qui ormai nel Mezzogiorno s'è rotto anche il filo della speranza», si è aperto il cielo.
IL SUD DIVENTA UNA EMERGENZA. Prima Renzi ha indetto per il 7 agosto una direzione straordinaria del Pd con all'ordine del giorno l'emergenza Sud (come se per accorgersi della situazione tragica e non da ieri in cui versa il nostro Mezzogiorno fosse necessario l'appello di Saviano), poi da Tokyo ha messo i puntini sulle i.
«Il Giappone è per noi un Paese amico e partner, innamorato dell'Italia e degli italiani», ha scritto il premier su Facebook. «Se ci guardassimo con lo stesso sguardo d'affetto con cui ci guardano i giapponesi avremmo più fiducia nei nostri mezzi: ci servono meno piagnistei è più voglia di rimboccarci le maniche».

Saviano non è certo stato a guardare e ha risposto al premier. Naturalmente via social.
«LA CANTILENA DEL 'VA TUTTO BENE'». «Mi addolora molto che sia definito 'piagnisteo' ricordare che al Sud il numero degli occupati è al livello più basso dal 1977», ha scritto il giornalista su Facebook, «la natalità ai minimi storici dai tempi dell'Unità d'Italia. I meridionali fuggono al Nord e all'estero, i migranti stranieri che arrivano sulle nostre coste mirano a trasferirsi in altri Paesi. Il tutto nella totale assenza di progetti e investimenti. Questo è un urlo di dolore, non un piagnisteo che sembra invece somigliare di più alla cantilena del 'va tutto bene'».

In attesa di capire di cosa abbia bisogno veramente il Sud, se della «cantilena del 'va tutto bene'», del «piagnisteo», o dell'«urlo di dolore», va però preso atto dell'idiosincrasia del presidente del Consiglio per il lamento in generale. E non importa se arriva dalla minoranza Pd, da Saviano o da qualche imprenditore.
Insomma, Renzi, è un piagnisteofobico.
TUTTA COLPA DELLA POLITICA. Solo qualche giorno fa, era il 28 luglio, aveva ribadito il concetto alla Conferenza degli ambasciatori alla Farnesina. «L'Italia ha una sua forza straordinaria che è molto più efficace di quello che ci raccontiamo: ha una capacità di attrazione nel mondo che il piagnisteo costante cui la politica italiana ci ha abituato tende a mettere in secondo piano», ha detto il premier puntando il dito contro la politica nostrana.
Nessuno stupore però, perché Renzi aveva cominciato la sua guerra alla lamentatio appena nominato premier, nel febbraio 2014.
L'ITALIA COME UNA START-UP. Durante la sua prima visita da inquilino di Palazzo Chigi a H-farm, acceleratore d'impresa di Roncade, nel Trevigiano, il segretario piddino non nascose l'entusiasmo: «Credo che questo sia un posto fantastico, uno dei posti che restituisce speranza e allarga il cuore. È il prototipo di un sistema di futuro dell'Italia in cui si dà lavoro e si concretizzano le idee, dove si costruiscono sogni e concretamente si esce dalla cultura del piagnisteo e della retorica del declino».
Lamentarsi, nel corso renziano, è out. E guai a chi ci prova.
QUELLA STRIGLIATA A MARINO. Ne sa qualcosa Ignazio Marino che dopo il decreto salva Roma, ricevette una telefonata gelida dal premier.
«Come ti permetti? Noi siamo qui, tutti a lavorare, per trovare soldi per l’Italia e tu inciti i romani alla rivolta?», attaccò Matteo (secondo quanto ricostruito dal Corriere della Sera). «O minacci le dimissioni per minare subito il lavoro che abbiamo fatto? Io sono stato sindaco come te. E so come funzionano queste cose. Ci vuole coraggio, non ci vogliono i piagnistei. E, soprattutto, bisogna prendersi le proprie responsabilità. Io prenderò le mie, tu prendi le tue, ma smettila di mettere i bastoni tra le ruote a chi si sta ammazzando per rimettere in sesto questo Paese».
Quella del capo del governo è una lotta dura e senza quartiere.
I nemici, infatti, sono ovunque e a volte appoggiano le loro terga sulle comode poltroncine dei salotti tivù.
«LA GENTE VA A LETTO ARRABBIATA». «La gente va a letto dopo i talk show arrabbiata, triste. Noi dobbiamo rendere questo un Paese di chi va a letto, non dico felice, ma smettendo di avere preoccupazioni sul futuro dell’Italia», spiegò Renzi nel settembre 2014 a Bruno Vespa. «Sogno un Paese che alla fine dei mille giorni cede con la cultura del piagnisteo. Ce la facciamo, vedo molta gente che dopo un po' al governo si arrende. Io preferisco correre il rischio di passare per arrogante ma non di arrendermi».
Un sogno che non si è (ancora) realizzato.
«BASTA PIAGNONI CHE SI DEPRIMONO». Il 26 orrobre Renzi riproponeva lo slogan intervenendo alla cerimonia del 150 anni delle Officine Galileo, nello stabilimento Finmeccanica Selex di Campi Bisenzio: «Bisogna toglierci la cultura del piagnisteo, i piagnoni sono anche a casa nostra, quelli che si deprimono. Ci sono tante cose che vano male, ma i vostri babbi non avrebbero salvato il Paese se dopo la guerra non si fossero rimboccati le maniche. L'Italia deve tornare a fare ciò che sa fare».
Del resto, per il capo del governo, è matematico: «Quelli che sono capaci di mettersi in gioco, di ripartire, vincono. Quelli che stanno nel piagnisteo e nelle occasioni perdute non vanno da nessuna parte», disse un mese dopo all'Alcatel Lucent di Vimercate, aggiungendo: «Il nostro tempo è adesso, bisogna aver coraggio».
L'AFFONDO DA SYDNEY: «STOP WHINING». Una campagna la sua senza confini. Da Brisbane e Sydney, in Australia, dove era volato per il G20, riprese il suo adagio anche in inglese: «Stop whining», no al piagnisteo.
«L'Italia è un'esperienza di passione e bellezza che ha saputo scrivere pagine incredibili e persino immeritate di storia e che oggi è a un bivio», dichiarò alla comunità italiana, «c'è chi vuole trasformarla in un ricordo del passato, chi dice che la bellezza sarebbe sprecata se resta nel libro dei ricordi quindi bisogna fare cosa bellissima e arrogante: fare meglio di quelli di prima». Giusto ma come? Semplice: «Eliminando la cultura del piagnisteo e della lamentazione e ritrovando lo spirito del mettersi in gioco. Italy must stop whining and believe».
Per tornare leader, è la sua ricetta, dobbiamo «crederci». «Basta piangersi addosso. Siamo apprezzati nel mondo».
SEMPRE SUL CHI VIVE. Ma mai appoggiarsi sugli allori. Anche quando si vince, come alle Regionali del novembre 2014 in Emilia Romagna e Calabria, bisogna tenere le antenne alzate. Perché il lamento è sempre dietro l'angolo. «Mentre il centrodestra discute della propria situazione noi cambiamo l'Italia», dichiarò Renzi commentando le elezioni di Bonaccini e Oliverio. «Dopo 20 anni di fallimenti, anche della Lega, Noi lavoriamo per il Paese e alle elezioni si vedrà chi è più forte. Avevamo detto che non era un referendum sul governo, ora che il risultato è netto lo diciamo a maggior ragione. L'agenda del governo non muta ma stiamo consapevoli che se usciamo tutti insieme dalla cultura del piagnisteo l'Italia ha un ruolo».
Anche se a dire il vero, in quell'occasione l'Italia più che piangere su se stessa, si astenne: in Calabria votò il 43,8% degli aventi diritto mentre nella rossa Emilia Romagna solo il 38%.

Twitter: @franzic76

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