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INTERVISTA 14 Agosto Ago 2015 0919 14 agosto 2015

Vittorino Andreoli: «Cambiamo la legge sul Tso»

Il caso di Andrea Soldi riaccende le polemiche. Andreoli a L43: «La contenzione fisica prolungata è vergognosa. La polizia coi malati non serve».

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Andrea Soldi era un malato che aveva bisogno di cure. Anche se non le voleva ricevere. È morto poco dopo essere salito su un'ambulanza con un Tso finito in tragedia, sulle cui dinamiche non è ancora stata fatta luce. Non l'unico o il primo nella storia di una pratica nata nel 1978 per sostituire il ricovero coatto previsto dalla precedente legge.
IL PROBLEMA DELLA PERICOLOSITÀ. «All'epoca i malati di mente erano definiti pericolosi per sé o per gli altri», spiega lo psichiatra Vittorino Andreoli a Lettera43.it. «I 'matti' venivano portati in manicomio dalla polizia. La legge Basaglia ha voluto cancellare il concetto di pericolosità, parlando di disturbo psichico».
È così che è nato il Tso, «una finezza linguistica e la dimostrazione di una contraddizione: si è voluta negare la pericolosità del paziente, ma nella realtà ci si scontra con essa».
«UNO STRUMENTO TROPPO MACCHINOSO». Andreoli precisa: «Io non voglio demolire la legge 180 del 1978. L'ho sempre applicata con convinzione». Ma allo stesso tempo non ha dubbi: così com'è il Tso non funziona, perché «è troppo macchinoso. Impedisce un'azione immediata, fa entrare la burocrazia nella sanità».

Lo psichiatra Vittorino Andreoli (©ImagoEconomica).

DOMANDA. Il Tso quindi è un'anomalia?
RISPOSTA. L'aspirazione della psichiatria attuale è che il ricovero sia solo volontario. Se però il paziente rifiuta, esiste il Tso.
D. Lo considera uno strumento efficace?
R.
È una procedura lenta. Serve un certificato medico, poi la convalida dello psichiatra, quindi la decisione del Comune. Poi il paziente deve essere portato in ospedale anche contro la sua volontà.
D. A chi spetta il trasporto coatto del paziente?
R.
Lo psichiatra non può usare la forza, nemmeno gli infermieri che vanno a casa del paziente.
D. Perché?
R.
Perché non si può dire che la persona sia pericolosa in quanto malata, ma in quanto comune cittadino. Per questo, a obbligarlo, anche mettendogli le manette, possono essere solo le forze di polizia.
D. La cui presenza, però, non è prevista dalle legge 180.
R.
No. E questo richiama una contraddizione: quella di coloro che vogliono negare che nella malattia mentale ci possano essere dei casi in cui è presente la pericolosità, togliendo a medici e infermieri la possibilità di intervenire.
D. La pericolosità invece c'è?
R.
Non sempre, come sosteneva la legge del 1904, ma a volte sì. Negarlo è sciocco. E ne va anche dell'incolumità del paziente. L'unica cosa che si è ottenuta è di impedire che accanto al paziente ci fosse solo personale sanitario, e allungare i tempi del ricovero, rendendo il malato ancora più agitato.
D. Un bel caos.
R.
C'è tanta burocrazia. E quando si tratta di salute la burocrazia non può essere dominante. Altrimenti capitano i casi come quello di Torino, capoluogo di una regione in cui i servizi sanitari sono tra i più attenti ai problemi psichiatrici.
D. E cosa bisognerebbe fare?
R.
Innanzitutto tener conto che la pericolosità, in alcuni casi, è un sintomo della malattia. Negare che una persona col delirio di persecuzione sia pericolosa, anche solo nel tentare di difendersi, è insensato.
D. E poi?
R.
Istituire un pronto intervento psichiatrico. Solo medici e infermieri, senza polizia. E agire subito, non dopo certificati e ordinanze comunali che sarebbero accettabili solo se davvero non ci fossero mai situazioni pericolose. Così si eviterebbe anche la follia di mettere le manette a un malato.
D. Non ci sono alternative al Tso?
R.
Certo che ci sono. Nel dipartimento che io ho diretto non c'erano praticamente Tso. Se si applica una terapia preventiva, sostenendo i malati quando vengono dimessi, se li si segue, si previene il problema e si evita il Tso. Poi, in alcuni casi, resta necessario intervenire immediatamente per arginare le situazioni di pericolo. Non sono molte, ma esistono.
D. La legge 180 non prevede la contenzione fisica. Ma nella pratica si attua. Cosa ne pensa?
R.
Ci tengo a dire che io non ho mai applicato la contenzione fisica in un malato, nemmeno quando dirigevo il manicomio. Ho sempre detto che se, per fare lo psichiatra, devo legare i malati, preferisco cambiare mestiere. Però io sono un farmacologo e so usare bene la contenzione chimica.
D. Altri invece usano le maniere forti.
R.
Sì, ma il problema è chiarissimo: la contenzione fisica non è, in alcun modo, una terapia. Quindi bisogna applicare tutti gli strumenti sanitari per evitare la contenzione fisica.
D. Si sono lette storie di pazienti tenuti legati anche per sette giorni consecutivi.
R.
Questo è vergognoso! Lo dica: vergognoso. Ma bisogna partire dalla base. Finirla di parlare di psichiatria politica, di destra o di sinistra, la legge di quello o la legge di quell'altro. Oggi abbiamo bisogno di una psichiatria scientifica che riconosca la pericolosità come sintomo e così la tratti.
D. Ci sono state denunce anche di pazienti tenuti in isolamento.
R.
Ma come si fa. Questo è ritornare indietro. Siamo una nazione che ha chiuso i manicomi mentre nel resto del mondo venivano ridotti. Non si può ritornare indietro e dare ancora alla psichiatria quel volto disumano che aveva un tempo. Il malato di mente è un uomo che soffre.

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