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OPINIONI 15 Agosto Ago 2015 1100 15 agosto 2015

Ballata di Ferragosto per anime dimenticate

Sono i vecchi, i malati, i soli, i poveri. Spettri per i quali le ferie sono un giorno qualunque.

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C'è una sola settimana di vacanze ormai. Superate le partenze intelligenti, il mordi e fuggi, il just in time, i weekend garibaldini, il periodo delle ferie-ferie, quelle vere, consacrate, santificate si è circoscritto a cavallo di Ferragosto: tutto il resto o è anticipo o è ritardo, ma mai evasione vera, complici le macchine che ci portiamo addosso e che ci rendono sempre connessi, cioè raggiungibili, cioè disponibili, cioè prigioneri.
A Ferragosto no. Questi pochi giorni sono l'ultima trincea, l'enclave definitiva, il diritto d'asilo residuo, l'ultima spes dei disertori, quando i luoghi di vacanza si gonfiano e fanno dire: «Ma come fanno, con tutta questa crisi?». E le città si svuotano sul serio, una immensa apnea prima che la big city ricominci «a correre e ad urlare», come canta Fabio Concato. Anche l'eterno formicaio metropolitano di umanità che per mille destini, mille rivoli contorti strappa il loro pane, pare farsi un po' meno convulso. È tregua di Dio.
C'È CHI È CONDANNATO A 'RESTARE'. Ma per chi resta? Per chi non è mai andato via, per i marginali, che anche dalle ferie sono esclusi, i vecchi, i malati, i troppo poveri, quelli sotto il radar delle statistiche, delle rilevazioni, che debbono inventarsi un Ferragosto di ringhiera, su un prato d'erba brulla, uno spiazzo condominiale come in un film di Aldo Giovanni e Giacomo?
Diciamo di quelli senza ali almeno di cartone, degli abbonati alla solitudine, di chi non può fuggire neanche un giorno solo.
Sono tanti. Nessuno sa dire davvero quanti. Ci sono e non ci sono, non servono a niente, non fanno più notizia sparpagliati tra ospizi, ospedali, monolocali, stanzette troppo grandi, troppo deserte. Sono quelli che nessuno andrà a trovare, che non ricevono messaggi, che fanno lo stesso niente di sempre, ma in questi giorni più spietato. Subiscono le repliche in televisione, l'immenso caos vuoto di internet, non hanno selfie da fare, da condividere, la loro intera vita è già un selfie senza cornice e a Ferragosto, dentro l'immensa apnea, brucia di più.
I FANTASMI DELL'ESTATE AGOSTANA. Sono assenze. Esistono di ricordi, se ne hanno, custodiscono vecchie mazurke, vacanze remote, in bianco e nero, innocenti. Troppo presto sbiadite. I figli, se ne hanno, se li è portati via il Ferragosto e non c'è telefono, non c'è social network che tenga. Gli altri come loro sono troppo vecchi o troppo soli, proprio come loro, per condividere quella stanchezza relitta. Oppure troppo giovani per difendere memorie ma anche per accettare la condanna di una vita fottuta, che li ha scaricati dove il tempo muore.
Sono fantasmi, e non danzano. È grazie a loro, tanti o pochi, che le città fanno finta di restare aperte, ma se si avventurano in caccia d una bottega, traballanti, svaniti sotto il sole che allunga i loro passi incerti, debbono rinunciare e il centro commerciale è irraggiungibile, figuriamoci i percorsi artistici, turistici. Sono quelli che soffrono in silenzio, perché di silenzio sono fatti, e muoiono di calura o di malinconia, in una pace di girasoli stravolti.
Aspettano passi l'apnea, per tornare anche loro seppure non siano mai andati via; seppure non vadano da nessuna parte. Ma essere soli e avvolti dalla solitudine è peggio.
I Comuni non hanno più tempo né voglia di stanarli, i film hanno smesso di celebrarli, la televisione non trova ispirazione, spariti anche i tassisti impazienti del boom economico che, come raccontava Giorgio Bocca, li fulminavano sulle strisce, “Moeves, giuvinessa!”, niente più titoli dei giornali di indulgente crudeltà, «Vecchione trovato morto», «Vecchione travolto da un tram».
ANIME PIENE DI VITA DISPERATA. Isole, nessuno sa quante, parcheggiate nelle case di cura, nei reparti dai lamenti caduti in terra, nelle case dove si aggirano con fruscio d'ombre. Oppure, piene di vita disperata e furiosa, giocano a palla nei reclusori dove non è mai estate, nei terminai che si svuotano ma non per loro, gli incubi perenni da Scampia di Napoli al Calvairate di Milano, alle mille periferie dove la luce non scalda, non illumina, abbacina e basta, brucia e basta.
E poi scende la notte ed è peggio, notte desolata e carica, che ci vorrebbe Lucio Dalla a cantarla. Tra i deboli, gli sbagliati senza Ferragosto, un ragazzone al quale bastava una panchina. Lo hanno appeso a testa in giù, ammanettato, incaprettato, non si è capito bene, quello che si è capito è che come un animale era considerato da quelli del Tso e come un animale è morto.
Adesso ci si chiede se qualcuno pagherà mai per la fine indegna di Andrea Soldi e già la domanda nasconde lo scetticismo di chi sa come andrà a finire, una ricorrenza, un Ferragosto a lutto per un paio d'anni e poi l'oblio, la domanda di giustizia che si spegne nella sua stessa eco priva di senso e di spazio.
Ferragosto è per chi vive, chi può andare e tornare, non per chi resta e non c'è e si domanda se sia mai esistito.

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