Marò Greppi 150824171940
ANALISI 24 Agosto Ago 2015 1629 24 agosto 2015

Caso Marò, Greppi sugli errori dell'Italia

La decisione di Amburgo segna l'1 a 1 tra Roma e Delhi. Per Greppi «abbiamo agito in modo contradittorio». E la via diplomatica non ha pagato del tutto.

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Nulla di fatto: «L'Italia e l'India devono sospendere ogni iniziativa giudiziaria in essere e non intraprenderne di nuove che possano aggravare la disputa».
Dopo due mesi, il Tribunale del Mare di Amburgo si è espresso così sulla sorte dei due fucilieri di marina Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, con una sentenza «pilatesca o salomonica, dipende dai punti di vista», spiega a Lettera43.it Edoardo Greppi, professore di Diritto internazionale all'Università di Torino.
UNA SENTENZA CHE NON STUPISCE. Una decisione che però non può stupire, dopo tre anni e mezzo di processi.
«Ora la vicenda», continua Greppi, «sarà decisa da un procedimento arbitrale che richiederà tempi lunghissimi, dai due anni mezzo ai tre».
Il che, nonostante la delusione espressa dal ministro Delrio, non è totalmente negativo, anzi.
È vero, l'Italia si è vista negare la richiesta di misure provvisorie per i due militari, ma Amburgo ha «disconosciuto di fatto la giurisdizione indiana e questo non può essere che un punto a nostro favore».

Edoardo Greppi.


DOMANDA. Quindi professore finisce con un 1 a 1 tra New Dehli e Roma?
RISPOSTA. Il tribunale del Diritto del Mare dà un colpo al cerchio e uno alla botte. Anche se...
D. Anche se?
R. Mi stupisce che l'Italia abbia chiesto solo ora misure provvisorie per i due fucilieri. Avrebbero avuto senso due anni fa, adesso è una scelta quantomeno singolare.
D. Latorre resterà in Italia?
R. Non è chiarissimo. L'India potrebbe richiedere il rispetto dell'impegno di rimandarlo indietro alla scadenza del permesso. Va poi ricordato che i due fucilieri non sono mai stati sottoposti a misure detentive pesanti. Uno si trova in Italia per la convalescenza, l'altro vive in ambasciata.
D. L'Italia ha commesso altri errori?
R. Bisogna premettere che è facile giudicare da qua, senza avere sulle spalle alcuna responsabilità. Detto questo, il nostro comportamento è stato contradittorio.
D. Cioè?
R. Per anni abbiamo disconosciuto la pretesa giurisdizionale dell'India facendo però comparire i due fucilieri davanti a tribunali indiani e presentandoci alle udienze con un team legale locale. Ora è inutile condirla diversamente.
D. Era possibile agire diversamente?
R. Prima ci siamo difesi nel processo poi, attraverso la richiesta di arbitrato, abbiamo cominciato a difenderci dal processo. Avremmo dovuto, e parlo sempre col senno di poi, affrontare il tutto con maggiore fermezza.
D. La via del negoziato diplomatico insomma non ha pagato...
R. Forse abbiamo peccato di ingenuità. L'India giocava in vantaggio perché aveva materialmente in mano Latorre e Girone catturati con un sotterfugio ignobile. Dall'altra parte, il non avere forzato la mano forse ha permesso misure cautelari più morbide.
D. Abbiamo comunque avuto una contropartita.
R. Direi di sì. Ma l'India in vicende simili non si è comportata così con altri Stati della regione.
D. Cosa potevamo fare?
R. Abbiamo perso un'occasione importante quando i due si trovavano entrambi in Italia.
D. Dovevamo trattenerli?
R. Non esattamente. Invece di discutere sulla competenza giurisdizionale, si sarebbe potuto attivare effettivamente un procedimento giudiziario dinnanzi alla magistratura di Roma. A quel punto sarebbero stati ritirati loro i passaporti e addio India.
D. Ma New Delhi come avrebbe reagito?
R. Avrebbe presentato proteste diplomatiche, ma non avrebbe potuto fare nulla: il potere giudiziario è indipendente dall'esecutivo. Se la decisione fosse stata presa da un giudice, il governo non avrebbe avuto voce in capitolo.
D. Uno stratagemma usato anche dagli indiani.
R. Sì, è esattamente quello che hanno fatto loro quando abbiamo sollevato dei dubbi circa il ritorno in India dei due fucilieri perché avrebbero rischiato la pena di morte.
D. Chiedemmo delle rassicurazioni.
R. Che loro non ci hanno potuto dare. Il governo indiano ci rassicurò dicendo che la pena capitale era solo una remota possibilità che però non poteva essere totalmente esclusa perché il governo e il potere giudiziario sono indipendenti l'uno dall'altro.
D. Una sberla dopo l'altra...
R. Sicuramente non avremmo dovuto sempre porgere l'altra guancia. Non è così che si fa politica estera. E lo stesso vale con le Nazioni Unite, quando chiedemmo l'aiuto di Ban-Ki Moon...
D. Che ci rispose picche.
R. Disse solo che l'Onu non si poteva occupare di una vicenda bilaterale. Bene, allora avremmo dovuto ritirare tutte le nostre forze armate impegnate in missioni internazionali per le Nazioni Unite. E non è finita.
D. No?
R. No. Mukul Rohatgi, l'avvocato della Corte Suprema indiana che guidava il pool della difesa, nel 2014 è stato nominato procuratore generale dell'India. Colui che respingeva le accuse nei confronti dei due fucilieri, si trova così in una rilevante posizione istituzionale. Sorge legittima la domanda se tutto questo non potrebbe avere un riscontro positivo per l'Italia in una ripresa del negoziato diplomatico.
D. C'è dell'altro?
R. Sì: dopo tre anni e mezzo non sono stati ancora presentati i capi di imputazione precisi per i due marò. L'Italia ha invece sempre cercato una via d'uscita diplomatica pagando i risarcimenti alle famiglie dei pescatori uccisi e inviando un sottosegretario in India per seguire da vicino la faccenda. Tutte prove di buona fede.
D. E ora che dobbiamo aspettarci?
R. Anni di nuovi processi. Il tribunale arbitrale è ancora in via di formazione e non ha ancora iniziato i lavori. Questa neverending story andrà avanti per almeno un paio d'anni.

Twitter: @franzic76

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