Bacio Camorrista Daniele 150825134635
CRIMINALITÀ 30 Agosto Ago 2015 1144 30 agosto 2015

Mafia, 'ndrine, camorra: l'amore al tempo dei boss

Riti, gelosie, sanguinose vendette. E quell'affetto 'speciale' che lega i capiclan. Tra baci omosex e pizzini sdolcinati. Viaggio nella sfera privata delle cosche.

  • ...

Il bacio tra il camorrista Daniele D'Agnese e un conoscente al momento della cattura.

Si baciano sulla bocca. Davanti a tutti, con ostentazione.
Si scrutano occhi negli occhi, come Ciruzzo l’Immortale e Genny Savastano nella serie Gomorra.
Se lo si fa tra maschietti, è un segno di amicizia. O di gioia, devozione, rispetto.
Nel clan le regole sono poche. Ma guai a chi perde la testa, e sgarra. Puniti i tradimenti coniugali. Vietati gli scambi di partner. E il sesso scostumato.
UN AMORE SFRENATO E BIGOTTO. I guaglioni sanno che l’abito bianco significa che la sposa va all’altare illibata. E che, se c’è da ammazzare la propria madre per ordine del boss, si afferra la pistola e bum bum senza fare storie.
L’amore camorrista, mafioso, ‘ndranghetista non conosce galateo, coerenza, misura: è perbenista, bigotto, infantile, egoista. È sfrenato e animale, violento e carnale. È per amore verso il papà - si fa per dire - che Lucia Riina, 35 anni, figlia del capomafia Totò ‘o curtu detto “la belva umana”, dice di sentirsi «orgogliosa di portare il cognome che porto».
È per gelosia d’amore che una donna napoletana ha costretto il suo amante, il boss del Vomero Luigi Cimmino (54 anni, lui fu il bersaglio mancato dell’agguato in cui l’11 giugno 1997 venne uccisa l’innocente Silvia Ruotolo), a tenere acceso il telefonino ogni volta che per motivi di affari si recava in casa di persone di sesso femminile.
Peccato che, così facendo, ha consentito ai carabinieri di intercettare il boss latitante. E addio libertà per don Luigi.
LA SUPPLICA DELLA MADRE DI 'O PAZZO. Di sapore quasi masochista fu ad Ercolano la supplica che la mamma di Antonio Di Giovanni, detto ‘o pazzo, pronunciò a casa del boss Giovanni Birra, capo dell’omonimo clan, che già le aveva ammazzato l’altro figlio Lucio. Gerardo Sannino, un pentito presente a quell’incontro, ha raccontato ai magistrati che la donna, ottenuta la rassicurazione dal boss che alla sua creatura non sarebbe «successo nulla di male», andò via «con la gioia nel cuore».
Tra le manifestazioni “d’amore”, o quantomeno di presunta “misericordia” d’amore, attribuite al boss Giovanni Birra, va annoverata anche la sortita nei confronti del papà di un giovane ammazzato da quelli del suo clan.
Convocato l’uomo, che da giorni girovagava disperato tentando di sapere chi gli avesse ammazzato il figlio, Birra confessò ad alta voce: «Ora basta, rassègnati: a ordinare di uccidere il tuo ragazzo sono stato io. Così è. E vai in pace».

Cutolo alla giovane moglie: «Sarai vedova per l'eternità»

Nato a Ottaviano il 4 novembre 1941, Raffaele Cutolo è fondatore e leader della Nuova camorra organizzata.

Da brividi? Forse. Ma non meno inquietante appare la storia di Francesca Bellocco, che a Rosarno in Calabria pianse e supplicò invano suo figlio Francesco Barone, 23 anni, affinché le risparmiasse la vita sebbene fosse stata scoperta a letto con Domenico Cacciola, un boss notoriamente donnaiolo.
Nessuna pietà. Il suo corpo martoriato venne ritrovato, per caso, dai carabinieri. Una testimonianza di pseudo-amore filiale (senza se e senza ma) è quella che esprime in musica Mary Marino, la figlia adolescente del boss Gaetano, detto “moncherino” perché mentre preparava un attentato aveva perso le mani.
Marino, fratello di Gennaro che diede vita alla scissione del clan Di Lauro a Scampia nel 2004, fu ammazzato sulla spiaggia a Terracina. La giovanissima Mary, che ha una bella voce e canta, è apparsa più volte nei video e sulla tivù nazionale (nel 2010, addirittura in diretta col papà) dedicando al boss morto refrain del tipo «ciao papà, qui la gente ricorda ancora che splendida persona tu sei stato».
GIÙ LE MANI DALLA FEMMINA MIA. Amore cieco. Amore possessivo. E giù le mani dalla femmina mia.
Raffaele Cutolo, il boss di Ottaviano, si sposò in carcere mentre era a regime di 41 bis. Alla sua giovanissima moglie sussurrò rassegnato: «Tu sarai vedova per l’eternità».
Un nipotino della famiglia Giuliano di Forcella, rione casbah di Napoli, ha invece organizzato una vera e propria spedizione punitiva contro un coetaneo che aveva osato corteggiare la sua fidanzata. «Quella è roba mia», ha sibilato mentre gli sparava alle gambe prima di fuggire a bordo di un motorino guidato da un complice.
Lui ha 16 anni, il ferito pure. La ragazzina contesa (13 anni) è una cugina di Annalisa Durante, ammazzata per sbaglio (a 14 anni) il 27 marzo 2004 in uno dei vicoli del rione.
Nell’album di malavita c’è da fare i conti con l’amore verso una donna, ma anche con quello per la propria adorata mamma: come non definire “puro affetto filiale” quello che ha indotto Pasquale Abate, esponente del clan dei Cavallari a san Giorgio a Cremano a Napoli, a voler presenziare a ogni costo al compleanno della madre che compiva 76 anni?
«TONI POCO ETERO». Abate era latitante da due anni, ma non ha resistito alla voglia di torta e al bacetto di auguri. Il risultato? Lo hanno arrestato. Su di lui, una condanna a 22 anni di carcere.
Ed è o non è un esempio di “amore materno” la preoccupazione di donna Imma, alias la signora del boss Savastano nella fiction Giomorra, che strapazza giudizi al veleno sulla ragazzetta di cui si è infatuato il figlio Genny?
Amore malato, a volte sopra le righe. Nel 2014 un pm della procura di Caltanissetta, Lia Sava, ha fatto sapere di aver scoperto numerosi pizzini amorosi tra due giovani boss: «Caro, sei nel mio cuore», c’era scritto. «Tesoro mio, gioia mia», era la risposta. A corredo, romantici fiorellini e cuoricini.
«È la riprova che tra i due capimafia esista un forte legame d’affetto», assicura il magistrato. «Ma sia chiaro: si tratta di due episodi, forse circoscritti».
Eppure, fa notare il pm che sul tema ha prodotto anche un documentario-inchiesta con il mass-mediologo Klaus Davi, «il linguaggio amoroso con cui i boss comunicano assume spesso toni sdolcinati e poco etero».

Il legale dei Provenzano: «Un capomafia iscritto all'Arcigay, perché no?»

L'ex numero uno di Cosa nostra, Bernardo Provenzano.

Sul delicato tema, Rosalba Di Gregorio, avvocato della famiglia del boss Provenzano, ha più volte avvertito: «Non mi stupirei se all’improvviso scoprissimo che un capomafia si è iscritto all’Arcigay».
L’ex magistrato palermitano Antonio Ingroia, dal canto suo, ha raccontato che Johnny detto Boy D’Amato, il boss cui si ispira il personaggio di Vito Spatafore nella fortunata serie I Soprano e vicino al superboss John Gotti, «venne assassinato proprio perché era gay».
Meravigliarsi? Non è il caso, visto che ben 25 pubblici ministeri italiani hanno fatto sapere di «transessuali che hanno avuto relazioni con boss della mafia e della ‘ndrangheta».
E visto che - come ha detto il magistrato Michele Prestipino, ex numero due della Direzione antimafia di Reggio Calabria - «il figlio gay di un boss, scoperto mentre chattava con altri maschietti, è ancora in vita solo grazie all’intervento della madre» che lo sottrasse alla rabbia omicida del papà infuriato.
IL GIALLO DI FORTUNA NEMOLATO. Ai suoi tempi, Matilde Serao si diceva convinta che «la rivoltella è arma da fanfaroni, il coltello implica ardore e coraggio». E che «quando un giovanotto seduce una fanciulla c’è spesso un camorrista che, mosso da un soffio cavalleresco, interviene per fargliela sposare».
In realtà, le cose d’amore tra criminali oggi appaiono assai più crude. E meno romantiche. Ne sa qualcosa chi ha tentato di far luce sulla morte per asfissia di Fortuna Nemolato, 16 anni, di san Giovanni a Teduccio (rione a Est di Napoli), che aveva lasciato la casa di famiglia per vivere con un uomo, un macellaio di 23 anni, dopo aver chiuso una relazione con il cognato di questi che non si era rassegnato all’abbandono.
Nella famiglia di Fortuna risulta più di un affiliato alla camorra. Gli inquirenti stanno cercando di capire chi abbia ucciso la ragazza e perché.
RELAZIONI AD ALTO RISCHIO. Le tragedie, fra relazioni ad alto rischio e inesausti codici d’onore, non si contano: Gelsomina Verde, 22 anni, operaia impegnata nel volontariato, fu uccisa con tre colpi alla nuca e bruciata viva dopo torture nel 2004. La sua colpa? Era stata per un po’ con uno degli scissionisti di rione Scampia.
La paura. Il ricatto. Le gelosie. Le vendette. Gli omicidi. E allora appare più che comprensibile il comportamento di Marco Di Lauro, figlio del boss di Scampia Ciruzzo ‘o milionario, latitante dal 7 dicembre 2004, che per prudenza seleziona con estrema cura le ragazze con cui amoreggiare, scegliendole sempre tra le amiche di più antica data, fidate, discrete, con la bocca cucita.
Per Marco, niente storie importanti: solo una notte, e poi via. Perché nessuno sappia. Nessuno veda. Nessuno parli.
Ma è ancora niente, rispetto allo stile di vita ultra-francescano di Salvatore Conte, il boss rivale di don Pietro Savastano nella fiction Gomorra: lui di vizi, sigarette, alcol e donne ha imparato a fare a meno. «Perché», spiega, «solo chi non ha bisogno di niente e di nessuno diventa davvero invincibile».

Correlati

Potresti esserti perso