Piero Terracina Sopravvissuto 150903180335
TESTIMONIANZE 4 Settembre Set 2015 0800 04 settembre 2015

Migranti e deportati, «un incubo che ritorna»

Treni colmi. Filo spinato. Marchi sulle braccia. Scatti che ricordano il passato. Gibillini e Terracina, sopravvissuti ai lager: «Sì, ci sono punti in comune».

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Con la voce ferma si limita a un commento: «È raccapricciante, siamo davanti a un'apocalisse senza fine».
Le immagini delle donne e bambini ammassati su treni fermi alle stazioni ceche, del filo spinato a difendere i confini e dei numeri identificativi marchiati sulle braccia che passano in televisione non possono riportarlo che indietro nel tempo.
A quando su un convoglio partito da Milano e diretto dopo una sosta a Bolzano verso Dachau c'era lui. Con una differenza, certo: mentre i migranti su quei treni cercano la salvezza dalla guerra, lui andava dritto nella direzione opposta.
QUEL TRENO PER DACHAU. Zenanzio Gibillini ha 91 anni. Fu arrestato a Milano perché si era rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò.
Poi, accusato di atti di sabotaggio compiuti al deposito di Greco, deportato dai nazisti.
«Ad altri miei compagni andò peggio», ricorda a Lettera43.it, «vennero fucilati sul colpo».
Non è l'unico ex deportato a pensarla in questo modo.
L'INDIFFERENZA DI IERI E DI OGGI. «Tra quello che io guardo oggi in televisione e quello che io ho vissuto e subito più di 70 anni fa», ha raccontato in un intervento al Senato Piero Terracina sopravvissuto ad Auschwitz, «vedo, pur con tutte le differenze del caso, dei punti in comune. E questi sono l'indifferenza della maggioranza e l'incapacità delle istituzioni di tutelare il più debole».
Non si tratta solamente di indifferenza, «ma anche di ostilità. Di ignoranza. Di paura del 'diverso'», continuava Terracina. «Di disinteresse verso l'altro. E mi viene in mente il monito di Primo Levi: 'Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici: considerate se questo è un uomo, che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo pane, che muore per un sì o per un no'».
GLI SCAFISTI COME I «TRAGHETTATORI». E ancora: «Considerate voi se questi sono uomini: persone che scappano dalla guerra, dalla malattie, dalla fame, dalle persecuzioni. S'imbarcano, dopo aver pagato i loro 'traghettatori' che mi ricordano tanto quelli che dall'Italia 'aiutavano' gli ebrei a raggiungere la Svizzera, facendosi pagare lautamente e spesso tradendoli e consegnandoli ai nazi-fascisti».
Scafisti senza scrupoli, oggi come allora.

Respinti e abbandonati al loro destino

Piero Terracina, sopravvissuto ad Auschwitz.

Ma i richiami non finiscono qui.
Nel 1939 circa 1.000 ebrei tedeschi lasciarono la Germania di Hitler su un transatlantico del Reich diretti a L'Havana, ricordava Terracina.
Purtroppo Cuba non li accettò tutti, e dal canto loro gli Stati Uniti non fecero troppa pressione per convincere il governo ad accoglierli nonostante fossero a conoscenza dei piani del Führer.
Molti dovettero ritornare indietro, nell'Europa nazista, finendo nei campi di concentramento.
STRAGI E PERSECUZIONI. «Ora, quale confronto è lecito tra i respingimenti e le stragi che accadono sotto i nostri occhi e la persecuzione degli ebrei?», si chiedeva l'ex deportato. «Quale confronto è lecito tra i morti del Mediterraneo e gli ebrei che nel 1939 non furono accolti né da da Cuba né da altri?». Le situazioni sono, indubbiamente, molto diverse.
Ma invece di occuparsi dell'indubbia unicità Auschwitz, Terracini era interessato a «trovare dei punti in comune sulla violenza di oggi e di ieri che meglio ci aiutino a comprendere la natura dell'uomo e, magari, a farci i conti».
Questo perché la storia si ripete. «E si sono accumulate sotto i nostri occhi le immagini di altri genocidi, altri iager, altri massacri, dalla pulizia etnica in Kosovo agli eccidi in Ruanda, dall'uso dei gas contro i curdi in Iraq ai respingimenti nel Mediterraneo», spiegava.
LA STORIA SI RIPETE. Tutto è qui vicino a noi, a volte troppo vicino a noi, «per dirci e ricordarci che non sempre la storia insegna a evitare il ripetersi di ciò che è stato, che non basta ricordare il passato. Né si può cedere all'alternativa terribile di ritenere che la Shoah sia destinata a far parte dell'elenco indicibile dei genocidi, tragica eventualità sempre presente nei geni della modernità, impossibile da evitare come una tara che fa parte dell'uomo».
Insomma, ignorare la memoria delle violenze perpetrate dal nazismo e dal fascismo significa anche «facilitare la giustificazione delle violenze odierne in nome dello 'stato di emergenza', della 'guerra al terrorismo' o della 'crisi economica' e favorire il silenzio e l'indifferenza verso chi oggi chiede asilo e riparo da ingiustizie e discriminazioni».

Gibillini: «L'umanità è capace di adattarsi a tutto»

Zenanzio Gibillini, milanese, ex deportato.

Il risveglio di umori xenofobi e razzisti preoccupa anche Gibillini.
«È dal Dopoguerra che c'è chi prova a risvegliare quei momenti», dice riferendosi a leggi razziali e deportazione. «E ora ci sono riusciti». Per non parlare della 'marchiatura' dei bambini col pennarello che non esita a definire «bestiale».
L'ex deportato non risparmia poi critiche a Matteo Salvini e a chi, come lui, è «diventato famoso proprio per cavalcare l'odio».
CONTRO L'IGNORANZA. La memoria e la testimonianza di ciò che è stato sono necessarie, sì. Ma non sufficienti. «Io racconto la mia storia nelle scuole», insiste. «Ma il fatto è che ci sono ragazzi che sanno o vogliono sapere e altri che ignorano persino l'esistenza dei campi o sono convinti che i forni crematori servissero per spidocchiare i vestiti».
Anche adesso l'ignoranza e la paura la fanno da padrone. Con un'aggravante. «Ormai quelle fotografie e quelle immagini crude, così come quelle dei bambini morti annegati, non fanno più nemmeno effetto: sono diventate routine».
Una sorta di assuefazione all'orrore. «E l'umanità», dice quasi sottovoce, «si sa, è capace di adattarsi a tutto».


Twitter @franzic76

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