REPORTAGE 17 Settembre Set 2015 0800 17 settembre 2015

Bruxelles, campo profughi nel cuore della capitale Ue

Dormono tra freddo, pioggia, fango. Vicino ai grattacieli delle istituzioni europee. Ma ad aiutarli sono solo i volontari belgi. L43 nella tendopoli di Bruxelles. Foto.

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da Bruxelles

Oltre mille profughi vivono dentro un parco trasformato in un campo.
Circa 350 tende, qualche bagno chimico e un tendone sotto il quale mangiare.
Ogni giorno qui ne arrivano 300, ma lo spazio per accoglierli sta finendo. E l'inverno è alle porte.
La pioggia già non lascia tregua e l'umidità entra nelle ossa.
Bambini, donne, anziani e giovani disperati hanno trascorso gli ultimi mesi della loro vita a cercare di arrivare in un posto dove le bombe non cadessero dal cielo o i miliziani non facessero irruzione nelle casa per massacrare le famiglie.
Vivono qui, da agosto, sotto gli alberi, senza nulla.
ACCANTO AI GRATTACIELI. Ma attorno a loro non c'è il nulla: una distesa di grattacieli si affaccia sul parco, e i vetri multi sfaccettati riflettono ciò che nessuno in Europa, da troppo tempo, non vuole vedere.
Sì perché non siamo ai confini con la Serbia o in un campo in Africa, lontano dall'Ue. Ma a Bruxelles, nel cuore della capitale europea.
Siriani, iracheni, eritrei, afgani, sans papiers. Sono questi i rifugiati che da mesi arrivano qui e aspettano.
Il campo profughi di Bruxelles (il primo di queste dimensioni) è nato spontaneamente a parc Maximilien, cinque minuti a piedi da Gare du Nord.

Le tende sistemate a poca distanza dai grattacieli. © Mohammed Hammad

OGNI GIORNO 150 DOMANDE. È da questa stazione di treni che la maggior parte dei migranti arriva. Prima tappa per tutti, a circa 200 metri, è l'ufficio dell'agenzia federale per la ricezione dei richiedenti asilo.
Da agosto è stato preso d'assalto: file chilometriche sul marciapiede che si è trasformato in un bivacco a cielo aperto.
L'ufficio riesce a prendere in consegna massimo 150 domande al giorno, ma la richiesta quotidiana è di quasi il doppio.
Così si aspetta, anche giorni prima di riuscire a parlare con un impiegato. La Fedasil è proprio davanti al parco, che per la maggior parte delle persone è diventato sala d'attesa, rifugio, casa.

Le istituzioni latitano: sono i comuni cittadini a organizzarsi

Anche sotto la pioggia, i cittadini belgi continuano a portare buste piene di giocattoli, pastelli, merendine.

Non ci sono guardie all'ingresso, né polizia.
Quello di parc Maximilien è un campo autogestito, nato spontaneamente e sostenuto dai cittadini bruxellois che si sono organizzati in comitati per dare un'accoglienza decente a queste persone.
Il Comune latita, la Regione non risponde, lo Stato è assente, l'Unione europea gira la testa, in un rimpallo di responsabilità che nessuno si vuole prendere.
INTERVENGONO I NO PROFIT. Così sono i cittadini comuni, le associazioni no profit come il Cirè, Medici senza frontiere, la Croce rossa, ad aver accolto i rifugiati, dato loro una tenda sotto la quale dormire, un pasto caldo, un sorriso.
Theo Francken, il ministro per l'asilo del governo federale, aveva offerto 500 camere a pochi metri di distanza, dentro un palazzo di uffici, il Wtc, «ma le persone potevano starci solo la notte per dormire. La struttura è vuota, con qualche materasso se va bene e un rotolo di carta igienica. Nessun servizio per loro: così la maggior parte ha deciso di stare dentro una tenda», racconta a Lettera43.it Johan Verhoeven della 'Plateforme citoyenne de soutien aux réfugiés Bruxelles', nata da appena due settimane e seguita da oltre 22 mila persone su Facebook.
ASSEMBLEE CITTADINE. «Il 3 settembre davanti a Gare du Nord abbiamo fatto un'assemblea cittadina, eravamo circa 120, volevamo cercare di renderci utili, aiutare queste persone che dormivano nel parco senza neanche una tenda», dice Johan.
Sono partiti così i gruppi di lavoro: cucina, montaggio tende, corsi di lingua, assistenza legale, cure mediche, scuola, vestiti. Una piccola città senza mura è stata costruita da centinaia di volontari che ogni giorno dedicano qualche ora del proprio tempo ai rifugiati.

Zahiha è scappata da Aleppo con i suoi due figli. © Mohammed Hammad

IL NEMICO È IL TEMPO. Ma il nemico è proprio il tempo: «L'inverno è alle porte», continua Johan, «e qui fa già freddo, serve uno spazio chiuso con tutti i servizi necessari, non solo qualche stanza come al Wtc».
Per fare questo serve però una decisione politica. E in Belgio è più facile non decidere, «è il regno della fantapolitica».
Il campo è nato in completa anarchia proprio perché «ognuno dice che gestire l'emergenza non è una propria responsabilità», spiega John, «il piano di evacuazione per esempio dipende dalla città, ma il Comune di Bruxelles dice che sui rifugiati è il governo federale che decide».
Nessuno agisce e «qui potrebbe succedere qualcosa di grave in qualsiasi momento e noi non sappiamo come gestirla».
DI CORSA NEL FANGO. Per i volontari è già difficile gestire due ore di pioggia torrenziale.
Quando inizia a cadere tutti corrono sotto le tende.
Queria ci va lentamente, come può. Il bordo della galabia (tipica tunica del costume arabo, ndr) striscia nel fango, ma lei non se ne cura. Niente sembra scalfirla a parte le rughe che le segnano il viso e che raccontano non i suoi 60 anni, ma gli ultimi cinque di guerra.
E la fuga dalla sua terra: è partita da Idlib, nel Nord-Ovest della Siria, con i suoi quattro figli, ha attraversato Paesi che neanche si ricorda, sino ad arrivare in Marocco: «A Nador ci sono rimasta due mesi», racconta.

Il disegno di una casa con la scritta 'Un regalo ai bambini dell'Iraq in Belgio'. © Mohammed Hammad

3 MILA EURO PER IL VIAGGIO. Da lì, per raggiungere l'enclave spagnola di Melilla, ad appena 16 chilometri, ha speso 3 mila euro per varcare il confine: «Tutti devono pagare così tanto, anche i bambini, altrimenti rimani lì in mezzo al nulla». In mano alla mafia. «Tutti vogliono soldi».
Grazie all'aiuto di persone incontrate lungo il viaggio, Queria è riuscita ad arrivare a Bruxelles e ora vaga come un fantasma che non sa più dove andare: «Belgio, Turchia, Stati Uniti, per me va bene qualsiasi posto sino a quando la situazione non migliora. A Idlib ci cadeva tutto sulle teste, la mia casa è stata distrutta, ma un giorno è lì che voglio tornare».

In fuga dalle guerre: «Se l'Iraq fosse un posto sicuro non sarei qui»

Hussein, 25 anni, in Iraq lavorava nella sicurezza con gli americani, ma è dovuto scappare con la famiglia.

A lasciare la sua terra, l'Iraq non ci pensava neanche Hussein, 25 anni.
Poi è nato Alì, che ora ha un anno, e tutto è cambiato.
«Dicono che in Iraq non c'è pericolo, ma ogni settimana avviene un'esplosione, un attentato», racconta Hussein che lavorava nella sicurezza con gli americani.
«E proprio per questo per me era ancora più pericoloso». Così ha deciso di scappare e mettere la sua famiglia in salvo.
«COSTRETTI A SCAPPARE». Con lui ora a Bruxelles c'è la moglie Aida, 20 anni, e Alì.
Ma la casa resta l'Iraq: «Se fosse un posto sicuro non sarei mai venuto qui. Il Belgio non è la nostra terra, ma siamo stati costretti a scappare», ripete con insistenza come se avesse la sensazione di non essere creduto.
Lo stesso sentimento che accompagna Maithem, 30 anni, mentre racconta di essere stato obbligato a fuggire: lui a Najaf faceva il poliziotto del corpo anti-terrorismo: «So bene quanto è pericoloso l'Iraq», dice.
NEL MIRINO DEI MILIZIANI. Dopo una missione contro la milizia Mahmoud al-Hassani al-Sarkhi è stato identificato dai miliziani: da allora la sua vita è stata segnata.
Così è scappato: «Al mio posto però hanno ucciso mio fratello, ci assomigliavamo molto», dice con le lacrime agli occhi mentre mostra una foto che ha sul cellulare.
A Parc Maximilien sono soprattutto gli uomini a piangere mentre raccontano le loro storie.
Uomini spaventati, traumatizzati, picchiati, che per arrivare a Bruxelles hanno subito di tutto.

Ara, due anni e mezzo, viene dall'Iraq. © Mohammed Hammad

SEI ORE A MOLLO IN MARE. Come Abbas, 23 anni, che fuma una sigaretta dietro l'altra per trovare la forza di raccontare la sua Odissea: da Bagdad è scappato passando per la Turchia, da Bodrum è salpato via mare sino a Kos, ma il gommone ha ceduto e «per sei ore sono stato in mare a galleggiare e pregare».
Poi è arrivata «la nave dei norvegesi» che li ha tratti in salvo. Da Atene è andato in bus sino al confine con la Macedonia.
Un mese di viaggio e sotterfugi. La polizia macedone gli ha preso 40 euro solo per dargli una mappa. In Serbia è stato in un campo vicino a Belgrado, dove gli hanno rubato tutto.
A PIEDI PER 12 ORE. Poi è entrato in Ungheria, bus e 12 ore a piedi con una famiglia siriana, sino ad arrivare a Budapest.
Qui alla pensione Karkash, una «guida non ufficiale» - così la chiama - li ha messi dentro un camion per arrivare in Austria.
Cinquecento euro a testa, in 50 stipati come bestie, ma dopo due ore e mezzo di viaggio, il blitz. E il ritorno in Ungheria.
Per tre volte ha provato a passare il confine, e ogni volta a riaccoglierlo erano le botte dei poliziotti ungheresi: «Ci hanno umiliati», dice mentre si copre il viso pieno di lacrime.
SOPRUSI IN CARCERE. L'ultima volta Abbas è stato in prigione per due settimane: 15 giorni di violenze e soprusi dai quali è riuscito a sottrarsi fingendosi pazzo.
«Solo allora mi hanno lasciato andare», racconta. Adesso Abbas è al sicuro, mostra la carta arancione che gli hanno dato in Belgio in attesa dell'asilo.

Una tenda-scuola per accogliere tutti i bambini

Mohammed scrive in un foglio un mini dizionario arabo-francese per aiutare a comunicare meglio.

Ad accogliere Ara, due anni e mezzo, è invece un disegno: una casa, un albero e una scritta in arabo 'Un regalo ai bambini dell'Iraq in Belgio'. L'ha fatto un bambino di Bruxelles e sventola dentro la tenda-scuola di Parc Maximilien.
Qui i profughi lasciano i figli mentre vanno a fare la lunga fila agli uffici di Fedasil.
VOLONTARI CHE FANNO I TURNI. Ad accoglierli, farli giocare, disegnare, sorridere sono un gruppo di volontari che ogni giorno si danno i turni per tenere la scuola sempre aperta.
All'ingresso c'è Mohammed che accoglie tutti con un sorriso rassicurante. Marocchino, nato in Algeria, da 40 anni vive a Bruxelles, ma «sono un rifugiato anch'io, tutti siamo rifugiati», racconta mentre scrive su un foglio una serie di parole in arabo e in francese che una fisioterapista volontaria le chiede per poter visitare le donne nella tenda accanto.
Alla “scuola” è un continuo via vai di bambini, volontari, profughi e cittadini che arrivano con buste piene di giocattoli, pastelli, merendine.

Volontarie aiutano dentro i tendoni. © Mohammed Hammad

STUDENTESSE DANNO UNA MANO. Due ragazze entrano tutte bagnate dalla pioggia: «Siamo studentesse universitarie, possiamo dare una mano? Io so cantare», dice una, «io so fare dei giochi per bambini», dice l'altra.
«Il popolo belga è sublime: sono generosi, solidali, meravigliosi», dice Mohammed, «speriamo però che questa gente trovi presto una sistemazione, stare qua è dura».
Sul tavolo svolazza un disegno: una tenda e una bambina. L'ha fatto una piccola afghana, Houda, appena arrivata qui. A casa.
«QUI PER UNA VITA MIGLIORE». Per Zahiha casa è il 116, numero della sua tenda, dove vive con due figli e altri due compagni di viaggio siriani: «Mio figlio era un soldato, è stato ferito dal Daesh, rischiava la vita, siamo scappati», racconta.
Da Aleppo sono andati in Libano, poi via mare, sono passati per l'Algeria, il Marocco e la Spagna. «Ora siamo qui , spero solo in una vita migliore».
Ma per ora a migliorare è solo il tempo. Ha smesso di piovere.

Twitter @antodem

Le fotografie del reportage sono di Mohammed Hammad.

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