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REPORTAGE 28 Settembre Set 2015 0700 28 settembre 2015

Mattarella a Ponticelli, dove i clan fanno scuola

Mattarella inaugura l'anno scolastico a Ponticelli. Il quartiere più giovane di Napoli. Dove lo Stato non c'è. E l'educazione è affidata alla strada. E ai boss.

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Un ragazzo all'opera: graffiti a Napoli Est.

Il suo errore fu di aver guardato dritto negli occhi il balordo che gli stava rubando i soldi e il motorino.
Quello, spaventato, reagì da animale: un colpo di pistola alla tempia, prima di fuggire col malloppo.
Per Davide Sannino, 19 anni, che era stato promosso all’esame per odontotecnico e stava festeggiando il diploma in pizzeria con gli amici, fu straziante agonia. Un altro martire, immolato alla follia di una bravata da scemi. L’ennesima giovane vita spezzata, che amava la musica e si era pure diplomato in pianoforte al Conservatorio.
È intitolato a lui, a quel ragazzo che non piegò lo sguardo alla prepotenza, l’istituto scolastico di Ponticelli, quartiere alla periferia Est di Napoli, in cui il presidente della Repubblica Sergio Mattarella inaugura lunedì 28 settembre l’anno scolastico 2015-2016.
UN QUARTIERE DI MAMME BAMBINE. Una scelta non casuale, che il quartiere - assicura Anna Cozzino, la presidente della municipalità - «accoglie con entusiasmo, sapendo che qui lo Stato è in forte debito con tutti noi». Ponticelli (70 mila abitanti) è il quartiere più giovane di Napoli, affollato di bambini, di adolescenti, di mamme-creature che a 13 anni già sfornano figli e poi non sanno come sfamarli. È il quartiere che ingloba il famigerato rione De Gasperi (Anni 50, baluardo di malavita), quello della dispersione scolastica, dei cosiddetti “cannibali”(cioè i guaglioni più feroci coccolati dai clan), della strage del bar Sayonara (11 novembre 1989) che fece sei vittime di cui quattro innocenti, dei nuovi asili nido strappati coi denti dalle famiglie, delle iniziative per la legalità mortificate dalle liti tra la giunta comunale attuale e quella precedente, degli scarichi abusivi e della monnezza che resta in strada perché in troppi si azzuffano ma nessuno interviene.
Qui, per contrastare le scritte con cui la camorra inneggia ai boss, la municipalità ha affidato i muri del quartiere a gruppi di writers professionisti che hanno provato a cancellare quell’obbrobrio illuminando i palazzi di graffiti multicolori e immagini da sogno.
A Taverna del Ferro, uno dei rioni più a rischio, i più coraggiosi hanno avvicinato i writers chiedendo loro di dipingere anche la saracinesca del negozio. O il muro sotto casa. Giallo, nero, rosso, verde, fucsia. Fettine di territorio sottratte alla malavita. Piccoli segni di ritrovata civiltà. Ma è ancora poco, anzi pochissimo, per poter dire che lo Stato ha vinto sui delinquenti.
«SIAMO TRATTATI COME MONNEZZA». Nel quartiere dove si reca il presidente Mattarella c’è un rione chiamato il Conocal che ospita gli sfollati del centro storico di Napoli targati terremoto 1980.
Carla Melazzini, operatrice sociale che ben li conosceva, ha detto che qui la gente «è trattata come le ecoballe», cioè «come la monnezza che nessuno mai raccoglie», «ammassata lì e basta».
Cortili, torri, cancellate, sterpaglie, cemento, amianto, cubi da sei piani senza dignità. Qui tutto viene occupato, abitato, divorato. Perfino i terranei, destinati ai garage. E la gente - raccontano - «va a bussare alla municipalità per chiedere di pagare le bollette della luce». O «per comprare la merendina ai figli piccoli». Miseria nera. Da dopoguerra. Al Conocal come alle Cinque Torri, da via Malibran a via Papiri ercolanesi. «Siamo soli», dice la presidente Cozzino, «su territori immensi, e afflitti da una marea di problemi».
Alla scuola Bordiga i carabinieri hanno dovuto sistemare telecamere più in alto dei pali della luce per impedire che di notte le rubassero strappando i fili e facendole rotolare giù.
Il Conocal è meglio o è peggio del contiguo Lotto Zero, dove stanno costruendo anche un “Ospedale del Mare”che è beffa di Stato, ingoia montagne di soldi e non finisce mai? I clan dominanti in loco sono due, ma nominarli è quasi inutile: li conoscono tutti a memoria, bambini compresi. Ha scritto Andrea Bottalico: «Il Conocal significa la paura di fare un passo, poi due, poi tre, perché da quando sei nato ti dicono che sei una merda, e alla fine ti ritrovi a crederlo veramente».

Il muro del pianto per celebrare i 'caduti'

Agenti di polizia nelle strade di Napoli.

Quattro giovanotti, età media 22 anni. Arrestati dai carabinieri, hanno tutti un tatuaggio sulla pelle: “Fraulella”, c’è scritto. Fragolina. È il soprannome del boss Giuseppe D’Amico, detenuto per gravi reati. Un omaggio, coniugato col disegno di un proiettile. O degli occhi di una donna. O di una croce.
In un video, i carabinieri hanno filmato un gruppo di guaglioni che in sella alle moto sparano nel rione contro altri coetanei, tra i piedi dei passanti che fuggono e dei bambini che piangono.
LA GUERRA TRA I D'AMICO I DE MICCO. D’Amico da una parte, i De Micco dall’altra. E poi, una folla di mille soldatini, a 1.600 euro al mese di stipendio, assistenza legale e indennità escluse. In caso di bisogno. O di omicidio urgente. I guaglioni del Conocal, per celebrare i loro “caduti”, hanno inventato perfino il “muro del pianto”.
Complice Facebook, di cui sono consumati comunicatori, elaborano vere e proprie “orazioni funebri” in onore del compariello in galera, o ferito in un agguato, o passato a miglior vita durante un conflitto a fuoco. Come a un funerale, ma al posto delle corone di fiori, valanghe di like e di mi piace. Tra i più santificati, tra i guaglioni di Ponticelli, c’è Emanuele Sibillo, baby boss del centro storico di Napoli ammazzato dai rivali il 2 luglio.
Sulla bacheca virtuale di alcuni giovanissimi del clan D’Amico, alleato con i Sibillo, spicca una enorme fotografia della osannatissima vittima: «R.i.p. (riposa in pace, ndr), frate ‘o Sibbì (fratello Sibillo, ndr)», ha scritto il figlio di due noti pregiudicati. Particolarmente attivi on line risultano i nipoti di Antonio e Giuseppe D’Amico, i boss del Conocal: la loro caratteristica è l’ostentazione esasperata dei familiari arrestati, di cui sono evidentemente orgogliosi.
LE MANETTE, MEDAGLIE AL VALORE. Le manette? Medaglie al valore. Da esibire ed esaltare. Come i più alti onori “meritano” i compari morti sul campo. Senza sosta è la pubblicazione sul cimitero virtuale di camorra delle immagini di coloro che nella guerra quotidiana per lo spaccio di droga ci rimettono la pelle: facce di ragazzini, perlopiù. Tatuati e ribelli. Cuori, dediche, annunci di tremende vendette. L’uso dell’italiano fa pena, carico com’è di strafalcioni da terza elementare.
Ma i toni esplodono feroci. E lasciano intendere che alle parole seguiranno i fatti. Dal mensile Monitor al quotidiano Metropolis e ad altri, in molti hanno messo a fuoco l’uso smodato dei social network da parte dei giovani di camorra. «Quello che tanno fatto lo devono pagare quelli bastardi». «Fate voi, che domani facciamo noi». «Sei mio fratello per sempre». «Ho visto amici andar via. Ora brindo per loro». «Tutti ci odiano ma nessuno ci affonda». «Il leone è ferito ma non è morto».
I MITI? I CAMORRISTI DELLE SERIE TIVÙ. Alla fine, è stato scritto, dai post «emerge un vero e proprio diario criminale, un manifesto con cui le giovani leve di camorra annunciano il loro programma di malazione e rinnovano la fede illimitata nei boss in carcere», specie verso Antonio D’Amico, venerato al Conocal come un vero e proprio martire.
Significativa, da tale punto di vista, è la scelta degli emoticon che accompagnano i messaggi: bombe, pistole, pugni, volti truci, croci.
Come ricorrenti appaiono - nella folle sarabanda delle evocazioni - i richiami a personaggi e a episodi delle più popolari fiction televisive che raccontano di camorra: da Il clan dei camorristi a Gomorra, sul Facebook dei bulletti di periferia è tutto un celebrare gesta, frasi cult e modi di dire dei protagonisti in tivù.
Da ‘o Malese a Genny e Ciruzzo, è tutto un brulicare di emulazioni in Hd. «Sparami ma non sbagliare, perché se tocca a me ti faccio male», ha scritto uno dei guaglioni rubando le parole a una canzone rap cliccatissima on line.

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