Terrorismo, Alfano siamo in trincea
RICOSTRUZIONE 29 Settembre Set 2015 1913 29 settembre 2015

Ponte sullo stretto, una storia tra promesse e stop

Il dossier si riapre? Alfano lo sogna. Ma sono 40 anni che la politica ci scivola sopra.

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Angelino Alfano lo aveva promesso il 10 settembre: «Non vedo ragioni per cui non si debba più parlare del Ponte sullo Stretto di Messina. E noi in parlamento presentiamo una proposta di legge per realizzarlo. So che la sinistra si opporrà, ma accadrà come con la riforma dell’articolo 18: dicevano che avevamo lanciato un dibattito ferragostano, e ora è legge dello Stato».
Perché non è possibile, spiegava il ministro dell'Interno, «che l’Alta velocità arrivi fino a Reggio Calabria (in realtà arriva a Salerno) e poi ci si debba ‘tuffare’ nello Stretto, per poi rincominciare a viaggiare a… bassa velocità. Questo è un progetto che vogliamo rilanciare».
Promessa mantenuta? Ni.
LA MOZIONE DEL NCD. Al momento, infatti, è stata approvata alla Camera una mozione del Nuovo centrodestra sugerita dal sottosegretario ai Trasporti Umberto Del Basso De Caro che si è detto disposto a «valutare l'opportunità di una riconsiderazione del progetto del Ponte sullo Stretto come infrastruttura ferroviaria previa valutazione e analisi rigorosa del rapporto costi-benefici, quale possibile elemento di una strategia di riammagliatura del sistema infrastrutturale del Mezzogiorno».
IL MURO DI DELRIO. Il progetto non è nell'agenda del governo, va detto. Anche perché Graziano Delrio ha immediatamente gelato ogni ardore ingegneristico: «Sul mio tavolo non c'è alcun dossier sul Ponte nello Stretto, se arriveranno proposte le valuteremo».
Ma è bastato questo per riaprire polemiche che vanno avanti da 40 anni. E a fare esultare Angelino in Twitter al grido di «il #Mezzogiorno riparte #unaltrosuccesso #Sud».


Un'opera 'acchiappaconsenso'

Resta il fatto che il Ponte sullo Stretto non solo è una struttura ormai entrata nella mitologia - si cominciò a parlarne nel 1866 quando il ministro Jacini (al governo c'era Ricasoli) incaricò l'ingegner Cottrau di studiarne il progetto - ma è sempre un'arma 'acchiappaconsensi'.
E questo nonostante la madre delle grandi opere sia stata bloccata più volte - da Prodi a Monti e Letta - e bocciata persino dall'Unione europea.
LUPI NOSTALGICO. Anche l'ex ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi sembrava averci messo una pietra sopra, dopo il sospetto rifinanziamento di 1,3 miliardi alla Societa Stretto di Messina Spa da parte dell'esecutivo Renzi che poi si rivelò inesistente.
La realizzazione del ponte, disse durante un question time alle Camere nel novembre 2014, «sarebbe in ogni caso impossibile a meno di rifare programmazione di indirizzo politico». Il governo, infatti, doveva tener conto «di una legge del parlamento precedente» che aveva «eliminato la realizzazione e lo strumento con cui realizzarlo».
Non nascose, però, che sia per lui sia per il suo gruppo si trattava «un'opera strategica».
IL MANTRA DI BERLUSCONI. Di questo era certamente convinto Berlusconi che del Ponte sullo Stretto ha sempre fatto una sua bandiera. Tanto da rilanciarlo pure durante la campagna elettorale del 2013: «Credo che sia folle continuare a porre ostacoli a un'opera che potrebbe cambiare il volto di un'intera Regione», ha detto l'ex premier. «Quando torneremo al governo, l'opera ripartirà». E ancora più enfatico: «Sogno, perché l'ho sempre avuto nel cuore di poter passare, prima di morire, sul ponte sullo Stretto, che farà della Sicilia una terra superitaliana».
E PURE RUTELLI NEL 2001...Ma l'ex Cav non era l'unico fan della grande opera.
«Sì al Ponte sullo Stretto, purché non sia una cattedrale nel deserto», declamava nel 2001 il candidato premier dell'Ulivo Francesco Rutelli, salutandolo come una tappa del «new deal» per il Mezzogiorno. Rutelli aveva già fatto due conti: l'investimento sarebbe dovuto essere di 36 mila miliardi di vecchie lire. «Soldi che ci sono già attraverso fondi europei, nazionali e anche privati», assicurava.
Ma se Berlusconi non arretrava di un passo - nell'ottobre 2005 l'Associazione temporanea di imprese Eurolink, capeggiata da Impregilo, vinse la gara d'appalto con un'offerta di 3,88 miliardi di euro - lui prudentemente era tornato a più miti consigli.
IL PASSO INDIETRO DI PRODI. «Nell'arco di questa legislatura non daremo corso alla realizzazione del Ponte sullo Stretto», disse nel 2006 l'allora vicepremier. «Questa è la linea comune del governo. Il ponte non rappresenta una priorità, in modo ancora più clamoroso a fronte del bilancio delle risorse che ereditiamo dalla passata legislatura. Ci ritroviamo con una mole di promesse fatte agli amministratori, ma con una gigantesca voragine».
Il governo Prodi infatti aveva intenzione di stoppare il progetto. Anche se per evitare il pagamento delle penali - 500 milioni - ci si limitò a razionalizzare le spese. I contratti, però, rimasero validi.
Una buona notizia per Berlusconi che, tornato in sella, tornò all'attacco annunciando il proseguimento dell'opera.
LA GELATA DELL'UE. Tre anni dopo, nel 2011, fu però l'Unione europea a mettere qualche punto interrogativo non includendo il ponte tra le opere pubbliche destinate ai finanziamenti comunitari. Minaccia che non spaventò minimamente l'allora ministro dei Trasporti Matteoli, convinto ad andare avanti «a prescindere».

La cancellazione e il miliardo in penali

Ma le cose cambiano, i governi si dimettono e i soldi come al solito non ci sono. Il governo Monti definanziò l'opera per 1,6 miliardi (su 8,5 previsti) a causa dell'assenza dopo decenni di un progetto definitivo. E, per bocca del ministro all'Ambiente Corrado Clini, assicurò di voler mettere definitivamente una pietra sopra al progetto.
LO SCIOGLIMENTO DELLA STRETTO DI MESSINA SPA. Infatti di lì a poco con un decreto mise in liquidazione la società Stretto di Messina Spa, partecipata da Anas, Rfi, Regione Calabria e Regione Sicilia, creata negli Anni 80 per volere di Francesco Cossiga.
Una pietra tombale che però aveva portato con sé un'eredità pesante: 1 miliardo di debiti in penali, oneri finanziari e risarcimenti alle imprese. Mica spiccioli.
IL «RICATTO» DI IMPREGILO. E lo sa bene anche l'amministratore delegato di Impregilo Pietro Salini che lo scorso anno ha mandato un messaggio chiaro e tondo a Renzi: «Siamo in contenzioso per il risarcimento, su cui abbiamo pienamente ragione», ha detto. «Di fronte a una così importante spesa per le penali non sarebbe più intelligente dire 'perché non lo facciamo?'».
La società, in soldoni, si è detta disposta a rinunciare alle penali in cambio della riapertura dei cantieri.
L'ONDA ANOMALA DI WIKILEAKS. Come se non bastasse sul Ponte che non c'è ma che in parte abbiamo già pagato si è abbattuta l'onda anomala di Wikileaks. In alcuni cablogrammi inviati tra il 2008 e il 2009, J. Patrick Truhn, console generale a Napoli,metteva in guardia sulle possibili infiltrazioni mafiosi in un'opera che, al di là delle dichiarazioni politiche, sarebbe servita «a poco senza massicci investimenti in strade e ferrovie» in Sicilia e Calabria. Il titolo del dispaccio era The Bridge to More Organized Crime, il ponte per il crimine organizzato.
Tra costi, polemiche e critiche, riaprire il dossier ponte non è certo una passeggiata.
Difficile quindi che oltre questo «contentino», Alfano e il suo Ncd riescano a portare a casa qualcosa di più.
Anche se forse bisognerebbe chiedersi se il Ponte val ben la tenuta della maggioranza in questo autunno di riforme.

Twitter: @franzic76

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