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PROFILO 29 Settembre Set 2015 1404 29 settembre 2015

Rai, chi è il deputato Pd Michele Anzaldi

Ex portavoce di Rutelli, renziano doc, amico di Sensi. Ora in Vigilanza Rai. Vuol mettere in riga la Terza rete, covo di "gufi". E non solo. Le battaglie di Anzaldi.

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Ah, i bei tempi di TeleKabul. Quando RaiTre era il fortino della sinistra, accanto a TeleNusco (Dc, RaiUno) e TeleBettino (Psi, RaiDue).
La lottizzazione funzionava, i direttori dei Tg ammettevano con candore il proprio editore di riferimento, e tutto filava italianamente liscio.
IL CORTOCIRCUITO RENZIANO. Poi è arrivato Matteo Renzi che ha innescato un cortocircuito in quello che si definisce servizio pubblico. Il potere logora, si diceva una volta. La memoria soprattutto. E così il Matteo rottamatore che prometteva alla Leopolda la cacciata della politica dalla Rai, si è arenato davanti ai cancelli di Viale Mazzini.
«Via i partiti dalla Rai», declamava Renzi.



E, ancora: «Il futuro arriverà anche alla Rai. Senza ordini dei partiti».

A guardar bene, però, Renzi la promessa l'ha mantenuta. I partiti stiano pure fuori, l'importante è che il servizio pubblico rispecchi l'idea di Paese forgiata dal premier e dai suoi. E chi non si adegua, bè è punito dalle repliche di Rambo.
Ballarò invita per due puntate consecutive esponenti M5s del calibro di Di Battista e Di Maio? Il direttore di Rete, Andrea Vianello, è chiamato a risponderne alla commissione di Vigilanza. «A RaiTre», dice al Corriere un senatore dem, «presto entreremo col lanciafiamme».
L'AVVISO A VIANELLO: «NON FACCIA ERRORI». Insomma a TeleKabul «forse non sanno chi ha vinto», spiega il renziano Michele Anzaldi membro della commissione di Vigilanza.
Un clima che non si respirava, ammettono sempre al Corsera da Viale Mazzini, nemmeno ai tempi di Berlusconi e i suoi editti.
«Io mi aspetto che RaiTre faccia servizio pubblico», dice sempre Anzaldi, «e per ora non lo fa. Si sono chiesti perché Renzi è andato due volte da Nicola Porro a Virus su RaiDue? Perché, se dobbiamo spiegare una legge, preferiamo che i nostri parlamentari vadano da Bruno Vespa? Comunque ora l'importante è che Vianello non faccia altri errori...». Direttore avvisato...
LA TIRATA D'ORECCHIE PER I CASAMONICA. Vespa però non gode di immunità totale. Anzaldi infatti lo criticò duramente per la puntata di Porta a Porta sui Casamonica. «Configura», affermò, «una potenziale violazione del contratto di servizio della Rai: non si capisce come quello show possa essere considerato compatibile con il servizio pubblico. I nuovi consiglieri di amministrazione, che hanno anche conoscenze dirette della deontologia giornalistica a partire dalla presidente, si esprimano subito. Chiederò che l'ufficio di presidenza della commissione si occupi della vicenda».

Da Legambiente a Rutelli, fino a Sensi e Renzi

Michele Anzaldi.

Ma chi è Anzaldi, fedelissimo del premier?
Giornalista palermitano, attivo in Legambiente - ha collaborato tra le altre cose con il mensile La Nuova Ecologia sotto la direzione di Paolo Gentiloni - dal 1996 si è fatto le ossa nell'ufficio stampa del Comune di Roma diventando poi portavoce di Rutelli. È lì che ha conosciuto Filippo Sensi, su Twitter noto come @nomfup, il dispensatore del verbo renziano. Colui, per indenderci, che manda ogni sera ai giornalisti le veline Renzi ai suoi col pensiero del fiorentino.
LA DIFESA DI SENSI. Per questo Anzaldi è andato su tutte le furie quando Andrea Scanzi lo ha definito «bizzarro omino sferico» durante il Processo del lunedì, sempre in onda su RaiTre.
«Ciò che sconcerta nell'affondo contro Sensi», ha scritto Anzaldi, «è il bollare il portavoce del premier con un insulto gratuito e incivile. Stupisce che non si suggerisca anche di buttarlo giù dalla rupe. O per ricoprire alcuni incarichi giornalistici o di ufficio stampa bisogna rientrare in alcune taglie, come le modelle? Attaccare qualcuno per il suo aspetto fisico è davvero becero e poco democratico».
Non pago, Anzaldi interrogava pure l'Ordine dei giornalisti che «non ricorda ai suoi iscritti quanto questo sia un comportamento davvero poco deontologico».
DUE PESI DUE MISURE. Peccato che gli sia sfuggita l'uscita poco felice di Sensi su Twitter, in cui paragonava Varoufakis - uscito sconfitto dalle ultime elezioni in Grecia - a Spaak di Star Trek. Non esattamente un esempio di fair play da parte di un portavoce del presidente del Consiglio (che del resto commentò i risultati con un «ce lo semo levati di torno»).
Il motto di Anzaldi insomma pare essere: toccatemi tutto, ma non i miei.
GIÙ LA SATIRA DALLA BOSCHI. Era accaduto anche con Maria Elena Boschi nel 2014 presa di mira dalla comica Virginia Raffaele colpevole di averla imitata, nemmeno dirlo, a Ballarò su RaiTre.
In quell'occasione scrisse all'allora presidente Rai Anna Maria Tarantola.
«Mi chiedo se l’imitazione di Maria Elena Boschi sia da considerare servizio pubblico. Mi permetto di chiederle se condivide l’imitazione e se ritiene opportuno che un ministro giovane che finora ha dimostrato preparazione e capacità, sia ritratta come una scaltra ammaliatrice che conta solo sul suo essere affascinante. È questa l’immagine che il servizio pubblico della Rai, e RaiTre in particolare, vuole dare alla vigilia dell’8 marzo?».

L'eccessiva esposizione di Cgil e Fiom

E come ogni pasdaran renziano che si rispetti come non attaccare i sindacati? Non tutti, si badi.
Troppa Cgil, troppa Fiom nei salotti tivù, aveva sbottato Anzaldi lo scorso febbraio raccogliendo la denuncia di un'altra sigla sindacale e annuciando la presentazione di una interrogazione parlamentare «alla Rai».
NO ALLE VIE PREFERENZIALI. Era poi tornato all'attacco il 22 settembre: «Secondo quanto è possibile appurare», spiegava Anzaldi, «verificando la partecipazione di ospiti sindacali nelle trasmissioni di approfondimento delle reti Rai, sia in prima serata sia nelle altre fasce orarie, sembrerebbe che alcuni rappresentanti sindacali siano ospitati in via preferenziale in un gran numero di puntate, mentre altri di sigle diverse possano contare le loro partecipazioni appena sulle dita di una mano».
I CRITICI DEL JOBS ACT. Anche Presa diretta è entrata nel suo mirino: «Solo alla Cgil è stata data voce per parlare del Jobs Act. Perché gli altri sindacati vengono esclusi quasi sistematicamente?», ha chiesto insieme con altri dem.
E, ancora: «La Cgil, rispetto alla totalità degli iscritti ai sindacati, rappresenta solo una minoranza. Perché il servizio pubblico non dà spazio a tutte le voci? Perché sul Jobs Act non è stato sentito anche il parere di altri, come per esempio la Cisl, unico sindacato a non aver scioperato neanche un’ora contro la Riforma del lavoro del governo?».
La risposta forse è contenuta nella domanda.
Ma i confini di Anzaldi non sono solo quelli del piccolo schermo.
«MARINO È SADICO». Nota infatti è la sua antipatia per il sindaco di Roma. «A Ignazio Marino manca la passione e il buon senso», ha sentenziato lo scorso giugno. «Non si può amministrare Roma senza passione. E dico di più, nei confronti dei romani c’è del sadismo, non ha voglia di aiutarli: e non parlo solo di buche stradali sempre più numerose, ma anche di bus sempre pieni, di erba non tagliata, caditoie otturate, cassonetti strapieni».
CONTRO GILETTI. Va però detto che le sue battaglie - soprattutto in Rai - non sono state tutte caratterizzate da connotazione politica.
Se l'è presa anche con Massimo Giletti quando offese Mario Capanna per la questione vitalizi dalla sua Arena. «La domenica pomeriggio di Raiuno», sottolineava Anzaldi, «rete ammiraglia Rai da sempre demandata a un ruolo di equilibrio adatto alle famiglie, è diventata una arena di nome e di fatto. È opportuno che conduttori strapagati si azzuffino con gli ospiti mentre si parla di super-stipendi?».
Ed è intervenuto per fare chiarezza sulle accuse di Antonella Clerici che aveva raccontato di essere stata 'cacciata' a causa della sua gravidanza. «La conduttrice dice che nel 2009 la sua maternità fu utilizzata dalla Rai per escluderla dalla Prova del cuoco anche dopo la nascita di sua figlia. Perdere il lavoro perché si diventa madre è inaccettabile in qualsiasi situazione, anche se si tratta di conduttori lautamente retribuiti. È opportuno che il nuovo vertice del servizio pubblico avvii subito un’indagine interna per verificare se le parole della Clerici rispondono al vero».

La Rai? Troppo frammentata

La sede romana della Rai di Viale Mazzini.

Ma che Rai sogna Anzaldi?
È presto detto: una Rai che rispetti lo storytelling renziano, del cambiamento e dell'Italia che riparte.
Un'azienda «liberata dal potere dei partiti per renderla in grado di competere a livello internazionale e fornire un vero e proprio servizio ai cittadini italiani».
«NESSUNO HA LA MAGGIORANZA». Perché, diceva a Dagospia, «è che tutti a parole diciamo che la politica deve stare fuori dalla Rai, ma sette membri su nove del cda sono eletti dalla Commissione di vigilanza. E se si guarda la composizione della Commissione oggi, nessuno ha la maggioranza». Mettiamo «che si debba fare una scelta strategica per l’azienda, come la vendita delle torri: una commissione di vigilanza frammentata si riflette in un cda frammentato e questo può portare alla paralisi, mentre i concorrenti prendono rapidamente le loro decisioni. Già oggi l’azienda è difficilmente governabile».
A questo punto però sorge un dubbio: meglio che a gestire l'azienda pubblica sia un solo 'controllore'?
E cioè «chi ha vinto?».


Twitter: @franzic76

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