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POLEMICA 7 Ottobre Ott 2015 1200 07 ottobre 2015

La cooperante Silvia Rovelli: «Non chiamateci pacifesse»

Greta e Vanessa nel mirino di Salvini, Feltri e Belpietro. «Ma chi ci attacca non conosce il nostro lavoro», dice a L43 la cooperante Silvia Rovelli.

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L'indiscrezione relativa agli 11 milioni di euro pagati per il rilascio di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, le due cooperanti rapite in Siria nel 2014 e rimaste sei mesi nelle mani dei jihadisti, ha riacceso le polemiche sui riscatti per liberare gli ostaggi.
E nonostante la frettolosa smentita della Farnesina, la notizia ha risvegliato una parte dell'opinione pubblica secondo cui andare nei Paesi colpiti da povertà e guerre, anche se per aiutare la gente del posto, è una follia.
LE ACCUSE DI SALVINI E FELTRI. Per i critici, dal leader della Lega Matteo Salvini all'editorialista de Il Giornale Vittorio Feltri, spesso chi va all'estero con scopi umanitari lo fa con incoscienza e senza curarsi dei rischi sul luogo d'arrivo.
O addirittura per divertirsi e farsi rapire come «pacifesse» (così Libero ha definito Greta e Vanessa) obbligando lo Stato a finanziare il terrorismo attraverso il pagamento di un riscatto.

«Chi ci critica dovrebbe conoscere meglio il nostro lavoro»

Ma Silvia Rovelli, cooperante del Centro orientamento educativo che lavora in Bangladesh in appoggio alla ong locale Dalit, ci tiene a mettere le cose in chiaro: «Chi ci critica dovrebbe capire e conoscere meglio il lavoro che facciamo».
IL COOPERANTE HA ALLE SPALLE UNA PREPARAZIONE. Il cooperante, spiega a Lettera43.it, non è uno sprovveduto ma «lavora con impegno e responsabilità per fare qualcosa di significativo» nel Paese in cui arriva.
«Prima della partenza», aggiunge, «c'è una preparazione riguardo ai luoghi e alle persone con cui si va a lavorare, per capire qual è la realtà del posto, rispettandone la cultura».
LAVORO TRA SODDISFAZIONI E SACRIFICI. L'ong Dalit (il cui nome significa 'oppressi' in lingua hindi) è impegnata negli aiuti ai fuoricasta e ad altre comunità emarginate nel Sud Ovest del Bangladesh con programmi di educazione, formazione e assistenza sanitaria.
Silvia prepara progetti in questi ambiti e ha alle spalle una lunga esperienza lavorativa con l'ong Mani Tese, una laurea in Scienze politiche e corsi specifici nell'ambito della coperazione allo sviluppo.
Nel suo lavoro, spiega, ci sono «sia soddisfazioni, anche se non immediate e legate ai risultati, sia sacrifici e difficoltà».

«È giusto che lo Stato faccia il possibile per salvare i propri connazionali»

Silvia racconta di non essersi mai mossa da sola, appoggiandosi sempre alle organizzazioni competenti.
Greta e Vanessa, col loro progetto Horryaty, forse non avranno preso tutte le contromisure necessarie a evitare il sequestro, ma - spiega - non per questo dovevano essere lasciate in Siria a morire: «Mi sembra normale che lo Stato si preoccupi di un proprio connazionale e faccia il possibile per salvarlo», conclude Silvia.
OLTRE 10 MILA ITALIANI IMPEGNATI ALL'ESTERO. Secondo i dati della Federazione organismi cristiani di servizio internazionale volontario (Focsiv) sono oltre 10 mila gli italiani impegnati all'estero tra volontari, cooperanti, giovani in servizio civile, servizio europeo, religiosi e laici, distribuiti in oltre 100 Paesi, in prevalenza Africa, poi Sud America e Asia.
AIUTARE GLI ALTRI PUÒ ESSERE RISCHIOSO. In questi contesti può succedere che qualcuno di loro (ma anche giornalisti come Domenico Quirico e Giuliana Sgrena o il tecnico piacentino Marco Vallisa) venga rapito o persino ucciso, come il cooperante italiano Cesare Tavella morto in Bangladesh.
Tuttavia, per gli addetti ai lavori, accusare queste persone di essere degli sprovveduti, che costringono lo Stato a finanziare i terroristi con il pagamento dei riscatti, rimane una tesi troppo riduttiva.

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