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INTERVISTA 7 Ottobre Ott 2015 1500 07 ottobre 2015

Msf: «Le bombe a Kunduz? Mirate sui malati gravi»

Raid Usa su chirurgia e rianimazione. Mentre gli alloggi sono rimasti intatti. Medici Senza Frontiere: «Li abbiamo allertati, ma hanno continuato a colpire».

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Bombe mirate e continue verso il cuore dell’ospedale di Medici senza frontiere di Kunduz, unico centro attrezzato per operare i feriti nella regione afghana sotto l’assedio talebano.
Gli uffici e i dormitori per il personale del perimetro esterno sono rimasti intatti. Le sale centrali per gli interventi chirurgici, la rianimazione e la degenza degli operati, centrate a ripetizione dai caccia Usa e infine distrutte.
«MILITARI INFORMATI». L’ospedale dell’organizzazione internazionale era pieno di feriti, la notte tra il 2 e il 3 ottobre. Quattro giorni prima, le coordinate gps della struttura erano state comunicate a tutte le parti del conflitto, come da procedura. «Quattro giorni, non un anno prima», ripete a Lettera43.it Stefano Zannini, direttore per il supporto alle operazioni di Msf Italia.
Mentre bombardavano, l’ospedale chiamava i comandi militari, a Kabul e a Washington, ma «niente, i raid sono proseguiti per un’altra mezzora. Più di un’ora di bombe in tutto».
TROPPE VERSIONI. L’aggressione, mai capitata prima, per entità e gravità, a Medici senza frontiere in Afghanistan o in altre zone di guerra, e le troppe versioni fornite dalle fonti militari (l’ultima, degli Usa è di un «errore statunitense») spingono ora l’organizzazione umanitaria a «chiedere le indagini di una Commissione indipendente. La prevede la Convenzione di Ginevra per le violazioni di diritto umanitario internazionale umanitario», spiega Zannini, «ma non è mai stata istituita dalla firma del trattato nel 1951».

Zannini, ora direttore per il supporto di Medici senza frontiere in Italia (youtube).

DOMANDA. Chi è morto nei raid degli americani sull’ospedale?
RIPOSTA. Tra le 22 vittime ci sono 12 medici, tutti afghani, e 10 persone, tra le quali sei in terapia intensiva e tre bambini. Non si potevano muovere, sono stati carbonizzati.
D. Nel centro di Msf di Kunduz operavano solo afghani?
R. No, ci lavoravano 80 persone, 12 stranieri e il resto afghani. Una distinzione importante perché, al momento dell’attacco, erano di turno i medici e il personale sanitario afghano. Era notte, alle 2 gli stranieri riposavano nei dormitori negli uffici e nei bunker. Ma l’ospedale era strapieno per l’emergenza, bisognava lavorare 24 ore su 24.
D. Si è colpito il nucleo operativo della struttura.
R. Esattamente. Non il perimetro esterno, ma la parte centrale. Continuamente e miratamente, per oltre un’ora, fino a dopo le 3.
D. La versione del governo afghano è di aver chiesto sostegno agli Usa perché dei talebani erano entrati nell’ospedale e da lì attaccavano l’esercito.
R. Abbiamo sentito i nostri operatori, che negano di aver visto assalti o penetrazioni. Ma anche in tal caso, anziché bombardare la prassi è di telefonare o comunque prendere contatto con i responsabili dell'ospedale, intimando che gli assalitori abbandonino gli edifici.
D. E invece?
R. Niente. Siamo stati noi a chiamare i comandi, per avvisare del bersaglio sbagliato. Ma i raid sono continuati per un’altra mezzora. Possibile? Quattro giorni prima avevano inviato loro le nostre coordinate gps.
D. Medici senza frontiere ha affermato di non aver mai subito nessun attacco simile prima, in nessun Paese. Conferma?
R. Assolutamente. Mai un’aggressione del genere contro i nostri centri in Afghanistan dagli Anni 80, neanche in Yemen o in Africa. Certo, nelle aree di crisi siamo stati vittime di violazioni, ma mai di tale gravità e dimensione.
D. A che episodi si riferisce?
R. A Gaza sono piovuti dei razzi nel cortile del nostro ospedale. Violazione deprecabile, condannabile senza dubbio. Ma nel caso di Kunduz una serie di elementi oggettivi ci spingono a chiedere l’istituzione di una commissione indipendente.

Un membro dello staff di Msf di Kunduz sopravvissuto ai raid Usa (Getty).  

D. Sulla ragione dell’attacco sono circolate versioni discordanti...
R. All’inizio gli Stati Uniti hanno confermato di aver condotto un’operazione militare con «danni collaterali».
D. Poi il governo afghano ha detto che nell’ospedale c’erano dei talebani, che da lì partivano colpi a fuoco e che gli americani li bombardavano su loro richiesta.
R. Sì, e infine il comandante Usa in Afghanistan John Campbell è tornato alla versione iniziale. La decisione sarebbe cioè stata presa «all’interno del comando americano», che per «errore» avrebbe centrato l’ospedale.
D. Lei che idea si è fatto?
R. Mi sembra che si voglia alzare una cortina fumogena, per creare confusione. È una mia impressione, ma di certo non possiamo fidarci delle inchieste americane o del governo afghano.
D. Della Nato è possibile fidarsi?
R. Mi auguro che l’Alleanza atlantica svolga accertamenti approfonditi sull’operato delle forze Usa: è stata l’aviazione americana, non i caccia della Nato, a bombardare.
D. Medici senza frontiere a chi si affiderà?
R. Alla commissione indipendente prevista dalla Convenzione di Ginevra per le violazioni di diritto umanitario. Dalla firma nel 1951 non è mai stata istituita e per farlo serva la firma di almeno uno dei Paesi che aderiscono al trattato internazionale.
D. È possibile che, centrando sale operatorie e sale di rianimazione, si volessero colpire dei talebani feriti?
R. Sarebbe un crimine di guerra. All’interno degli ospedali non si possono colpire neanche i belligeranti, cioè gli individui sani e militarmente attivi. E tutti i malati o i feriti, di qualsiasi schieramento, devono essere curati. Bombardarli con il personale che li cura è una grave violazione del diritto umanitario.
D. A Gaza, Israele sostiene che i leader di Hamas si nascondono tra i feriti degli ospedali.
R. Personalmente, da capo missione in Sud Sudan, mi sono capitati casi di chi cercava di trarre vantaggio dalle nostre strutture. Questi soggetti sono stati allontanati, distanziati anche dall’area del complesso che doveva restare protetta.
D. Riaprirete presto a Kunduz?
R. Vogliamo tornare a curare prima possibile. Abbiamo altri ospedali in Afghanistan, ma lì c’è la guerra. E la nostra struttura era l’unica della regione con apparecchiature e sale per interventi chirurgici e rianimazione, tutti i feriti venivano lì. Ma le bombe hanno distrutto tutto.

Twitter @BarbaraCiolli

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