Secondo Indagine Istat 151016233654
MUM AT WORK 17 Ottobre Ott 2015 1400 17 ottobre 2015

Molestie al lavoro, storie di donne sotto scacco

Le violenze sono all'ordine del giorno. L'obiettivo? Arrivare a non essere più costrette a lasciare il posto.

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Secondo un’indagine Istat il 99,3% dei ricatti sessuali non viene denunciato.

Il porco al lavoro ci prova con tutte, belle e brutte, alte e basse, magre e grasse. Single, sposate, mamme e nonne.
«Basta che respirino», scrive una giovane giornalista sotto lo pseudonimo di Olga Ricci in Toglimi le mani di dosso, da poco pubblicato da Chiarelettere.
Ma il nostro Paese vive una «rimozione collettiva», spiega Olga. In Italia le battutacce, le pacche sul culo e gli inviti a cena - o peggio - sono la norma, non un’anomalia.
IL 99% DEI RICATTI SESSUALI NON VIENE DENUNCIATO. Secondo un’indagine Istat il 99,3% dei ricatti sessuali non viene denunciato. L’unica ricerca che esiste è stata svolta tra il 2008 e il 2009 su un campione di 24 mila donne tra i quattordici e i sessantacinque anni e stima che un milione e 308 mila donne abbiano subito, nell’arco della vita, molestie o ricatti (sempre dati Istat).
«Le più colpite», scrive Olga, «sono le donne tra i venticinque e i quarantaquattro anni, diplomate e laureate, nelle grandi città del Centronord, nei settori dei trasporti, delle comunicazioni e della pubblica amministrazione».
E infatti trovare una mamma che raccontasse la sua esperienza di molestie sul posto di lavoro è stato impossibile.
LA PAURA DI PARLARE. Ci sono, ma non parlano e pochissime si rivolgono ai centri antiviolenze. Olga lo dice subito: «Hai paura di essere considerata la sfigata, che poi è quello che è successo a me».
L’omertà che protegge i vari “porci al lavoro” è un muro di gomma. Le leggi ci sono, ma le donne non si rivolgono agli avvocati. Perché i processi durano troppo e perché dimostrare una molestia è quasi impossibile: le avences e le “pacche” avvengono in assenza di testimoni. Di solito.
Oppure, quei colleghi, o colleghe, sono “immersi” nel sistema machista, come è successo ad Olga.
Le altre giovani giornaliste che, insieme a lei hanno vissuto gli attacchi viscidi del “Direttore”, davano per scontato che fosse «una cosa normale». Salvo poi farsi venire una crisi isterica o un esaurimento nervoso.
UN SISTEMA LAVORATIVO OBSOLETO. Infine, per Olga le donne non denunciano per la piaga sociale che corrode il futuro e la carriera della nostra generazione: la precarietà.
Se sei precario, sei debole. Dipendi dal “porco” per pagare l’affitto, per fare la spesa.
«La nostra generazione invece di andare oltre, cerca di sopravvivere in un sistema lavorativo vecchio e riusciamo solo ad arrancare. E non c’è storia: o sei raccomandato o vai a letto con qualcuno, se no resti ai margini e non riesci a diventare un protagonista», si sfoga Olga.
Ma è la norma, succede a tutte di subire ammiccamenti, battute, avances.

Dai giornali alle amministrazioni: dove sono le quote rosa?

«Dopo che è uscito il libro ho parlato con tante colleghe e quasi tutte mi hanno detto che era successo anche a loro, e mi hanno fatto nomi e cognomi di capi-porci», ammette Olga.
Questo perché il micro-mondo del giornalismo italiano è complementare alla macro-situazione del Paese: gli uomini hanno ruoli di potere, le donne no.
Secondo una ricerca Openpolis fatta per Repubblica nel marzo del 2014, soltanto il 20% dei ruoli elettivi o di nomina è femminile.
I NUMERI DELLO SQUILIBRIO. Su 106 sindaci di capoluogo di provincia, le donne sono solo tre (ad Ancona, Fermo e Alessandria). E i media sono lo specchio di questa rappresentanza politica tutta al maschile: secondo una ricerca dell’Fnsi, il sindacato dei giornalisti, nel 2008 erano cinque le donne a capo di un quotidiano, mentre i direttori uomini 113.
Stessa storia per i vicedirettori (cinque donne e 99 uomini), i caporedattori (67 donne e 477 uomini) e i capiservizio (180 donne e 813 uomini).
Dalla politica, al giornalismo fino alle “persone comuni”: in Italia sono 10 milioni le donne tra i quattordici e i sessantacinque anni, che non hanno un lavoro e hanno smesso di cercarlo. Da noi lavora solo il 46% delle donne in età attiva. Neanche la metà.
Mentre la maternità nel “mondo reale” di fatto è un ostacolo al lavoro - per i dati Istat dell’8 ottobre scorso il 30% delle donne occupate ha lasciato dopo la gravidanza.
LA MATERNITÀ COME RIFUGIO. Nel libro Olga racconta di un episodio ai confini della realtà con un sindacalista.
Disperata, dopo mesi di avances subite dal direttore del giornale per il quale lavorava e dal quale sperava di ottenere un contratto a tempo indeterminato, la giornalista si rivolge ad un amico del sindacato.
La sua soluzione non è “ti difendiamo noi”, oppure “rivolgiti ad un avvocato, ecco il nome giusto” ma: “Quanti anni hai? Trenta? Allora fatti mettere incinta”.
Arrancare e cercare di inserirsi in un mondo del lavoro vecchio e controllato da uomini di troppe generazioni fa, vuol dire anche questo: vedere la maternità come “rifugio”, per un contratto che non esiste.
Olga, poco più di 30 anni, vuole - solo - fare la giornalista. Il lavoro per il quale ha studiato.
DARE UN NOME ALLE COSE AIUTA A CAPIRE. Vuole farlo per davvero: mira a scrivere reportage internazionali. Collaborazioni e contratti di pochi mesi sono la norma.
Ma è in gamba, lavora per giornali nazionali e riviste a grande tiratura. Poi arriva un’opportunità di stabilità: finalmente un contratto. Dopo una serie infinita di molestie, rimane con un pungo di mosche in mano.
Per capire e mettere a fuoco quello che le era successo, Olga è dovuta andata al’estero, studiare su libri inglesi e americani, come quello di Catharine MacKinnon, avvocato e attivista femminista, Sexual Harassment of Working Women (1979, Yale University Press) o sui saggi di Lisa Adkins, Joan Acker, Arlie Russell Hochschild.
Dare un nome, aiuta a capire quello che si vive. Ora che sappiamo che si tratta di violenze, dovremmo capire come fare a cambiare. Senza lasciare il lavoro.

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