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RIVOLTA 26 Ottobre Ott 2015 1800 26 ottobre 2015

Gerusalemme, la guerra delle donne palestinesi

Le madri e le nonne combatterono nei primi due conflitti. Adesso è il loro turno. Giovani, istruite e arrabbiate: parlano le protagoniste della resistenza femminile.

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Nel 1993 Raja inveiva contro un soldato, con un manico di scopa: «Era in casa mia, gli israeliani rubavano nei raid. L’oro sul comodino era sparito. Ne avevo abbastanza e iniziai a colpirlo. Rivolevo il mio oro, doveva andare via da casa mia».
Nella foto della rivista Rivoluzione palestinese che la riprese in camicia da notte sembrava più grande, ma era poco più che ventenne.
La prima Intifada stava finendo ma Raja era una veterana, lanciava pietre dall’età di 16 anni: «Eravamo in strada, eravamo in tante. Le donne erano come gli uomini. Tutta la mia generazione era arrabbiata», ricorda.
LA STORIA DI MANAL. Manal alla prima rivolta invece non partecipò, aveva 12 anni anche se adesso in strada a Gerusalemme ci sono anche bambini.
Fu ferita al petto a un funerale e allora nel 2000, con un marito a casa e due figli piccoli, agì. «La Seconda Intifada fu davvero dura per le donne», racconta, «armi e gruppi armati ovunque. Combattere per noi era un’eccezione, ma avevamo comunque ruoli importanti, eravamo organizzate».
UN RUOLO IMPORTANTE. Staffette della resistenza, custodi di armi e miliziani. Manal ospitava dei combattenti nella sua casa nel campo profughi, a volte si gettava anche nella folla per disperdere i palestinesi che gli israeliani volevano arrestare.
Donne come Raja e Manal hanno sempre avuto una parte importante nelle sollevazioni popolari in Israele e anche nel 2015 il tasso delle palestinesi che si ribellano è un metro per capire se sta nascendo una Terza Intifada.

Raja, Manal, Nour: una resistenza lunga tre generazioni

Raja adesso è una giovane nonna ed è un po’ preoccupata, «ora è molto più pericoloso di una volta».
Ma è anche contenta di «veder tornare le ragazze in strada», le «ricordano gli anni della giovinezza».
Non è sicura che questa sia una Terza intifada, «nessuno lo sa ancora», invece per le altre due non c’erano dubbi.
Ma a «osservare le donne e altri piccoli cambiamenti potrebbe esserlo benissimo». A volte va guardare gli scontri tra i palestinesi e i soldati israeliani, le sue due figlie sono sposate e hanno dei bambini, non escono alle dimostrazioni.
PARITÀ DI GENERE. Ma i figli di Raja, due ancora adolescenti, sì e hanno ricevuto l’ordine di «trattare alla pari le donne». Il governo israeliano ha comunicato che la metà degli arrestati negli scontri a Gerusalemme Est e nella West Bank ha meno di 18 anni.
Esserci anche stavolta, per le palestinesi, è una volontà e un orgoglio: «La questione non è se una ragazza può aderire o meno, è chiaro che può farlo. Il punto è che le ragazze palestinesi di questa generazione vanno a scuola, l’istruzione è importante, sono sveglie e intelligenti. E sono donne forti», spiega Raja intervistata da al Jazeera, «la Palestina ha sempre cresciuto donne costrette a una vita dura. Per queste due ragioni penso che le nostre giovani abbiano una forza ancora più impetuosa dei ragazzi».
«MIA FIGLIA? NON POSSO FERMARLA». Da ottobre il ministero palestinese della Sanità ha contato 59 morti, tra questi 14 minorenni, una donna incinta e la sua bimba di due anni.
Anche Nour, la figlia 17enne di Manal, è una delle tante minorenni in strada coperte dai veli e dalle kefiah, riprese mentre si scagliano contro i militari. «Non so se lancia pietre. So che è attiva negli scontri e mi preoccupo, la vorrei sicura», racconta, «ma dall’altra parte capisco le sue azioni e non sarei in pace con la coscienza se provassi a fermarla».

Istruite e arrabbiate: le nuove 'guerriere' palestinesi

Come nelle sollevazioni del 1987 e del 2000, a Gerusalemme si lanciano pietre e molotov, e siccome il governo israeliano ha dato carta bianca ad «aprire il fuoco contro sassi e bottiglie», i palestinesi rispondono anche pugnalando agenti e civili.
Tra gli aggressori ci sono 13enni contro coetanei israeliani.
L’età giovane dei palestinesi ha sempre marcato tutte le intifade: la prima esplose dopo l’accoltellamento di un israeliano e l’uccisione di un 18enne palestinese, effetto domino delle rivolte. Alla firma degli accordi di Oslo, nel 1993, i morti palestinesi erano quasi 1.200 (241 i minori) e migliaia di civili, incluse donne e bambini, erano state attive nelle guerriglia.
CENTINAIA DI ARRESTATE. A Ramallah e nei centri più grandi le palestinesi alle manifestazioni arrivavano al migliaio: molte, prima che Hamas facesse il pieno di consensi negli acme di frustrazione, senza velo.
Nella Seconda intifada (2000-2005) c’erano le armi in circolazione ma fu lo stesso una guerra povera di giovani e giovanissimi che scagliavano pietre e rabbia contro i militari: in oltre 30 mila arrivarono a ferirsi, in quasi 4 mila a morire e più di 300 le donne furono arrestate, alcune minorenni.
Durante le rivolte popolari sono nate commissioni di donne, cooperative di mutuo aiuto, associazioni femminili e i nomi e le storie di donne come Raja e Manal vengono ricordati agli anniversari e sui fogli della resistenza.
NATE DURANTE L'INTIFADA. Oggi Nour si considera una delle giovani arrabbiate della terza generazione, la generazione di Oslo.
«Gli israeliani non pensavano saremmo scesi in strada, ci vedevano come i giovani di Internet», racconta, «ma abbiamo anche imparato le contestazioni dai libri di storia e dalle nostre famiglia. Siamo nati durante l’intifada e siamo arrabbiati».
Però la sua non la chiama Terza intifada: «È qualcosa di più grande, qualcosa che non vediamo ancora».

Twitter @BarbaraCiolli

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