Elgra 151027155753
INTERVISTA 10 Novembre Nov 2015 1747 10 novembre 2015

Elgrably: «La Terza Intifada? Peggio dell'Apartheid»

Le discriminazioni quotidiane. Le intimidazioni. Gli sgomberi legalizzati di case. Lo scrittore Elgrably: «Netanyahu vuole Gerusalemme. Hamas? Mina la pace».

  • ...

Nelle sue vene il sangue arabo e quello ebreo scorrono a braccetto.
Lui si chiama Jordan Elgrably, giornalista e scrittore di origini arabo-ebraiche: nato in Francia, vive da anni negli Usa, dove nel 2001 ha creato il Levantine Cultural Center con l'obiettivo di favorire, attraverso le arti e la cultura, un senso più profondo di comunità pacifica tra mondi spesso in conflitto tra di loro.
Due mondi che, con gli eventi delle ultime settimane, sono tornati a collidere violentemente: tensioni da ambo le parti, accoltellamenti, una lunga scia di sangue che ha già portato i media a parlare di Terza Intifada.
«ALLA BASE DI TUTTO C'È GERUSALEMME». «Sembra dagli ultimi espropri, e quindi de facto dalla colonizzazione a Gerusalemme Est, che esista una determinazione da parte di Netanyahu e il suo entourage estremista di impedire che questa divenga la capitale legittima di un eventuale stato palestinese», dice Elgrably a Lettera43.it. «Ciò sta innescando un circolo vizioso di rabbia».

Nel riquadro, il giornalista e scrittore Jordan Elgrably.

DOMANDA. La situazione in Israele è stata paragonata da alcuni a quella dell’Apartheid in Sud Africa...
RISPOSTA. Sotto certi aspetti è peggiore. Le intimidazioni, le discriminazioni, lo sgombero legalizzato di case e l’arroganza dei coloni ebrei nei territori occupati della Cisgiordania sono cosa di ogni giorno. Un altro fatto gravissimo sono i blocchi stradali.
D. Pochi giorni fa Hashem Azzeh, noto medico pacifista di Hebron, è morto d’infarto proprio a causa di un posto di blocco che ha ritardato il suo arrivo in ospedale.
R.
Non sorprendiamoci. Un mio amico israeliano mi raccontava che passando da un posto di blocco ha chiesto a un soldato: «Cosa succederebbe se tuo padre morisse per un ritardo a un posto di blocco?». Sa cosa gli ha risposto? «Ma con mio padre non ci sarebbero problemi, lui è ebreo».
D. Fino a che punto la responsabilità di questa situazione è di chi governa?
R.
Solo fino a un certo punto. L’odierna cultura politica israeliana è intrisa di discriminazione razzista e disumanizzante nei confronti dei palestinesi, e non solo. Il razzismo può rivelarsi anche nei confronti di chi ha semplicemente la pelle più scura. Certamente quelli che sono al potere non solo non fanno nulla per contrastare questa deriva, ma anzi soffiano sul fuoco.
D. A proposito di ‘soffiare sul fuoco’, cosa pensa della recente dichiarazione di Netanyauh circa la responsabilità dei palestinesi per l’Olocausto?
R.
Un buon numero di accademici israeliani, tra i quali Shlomo Sand nella sua The Invention of the Jewish People, fanno notare che gli israeliani hanno in qualche modo trasferito la loro paura contro i tedeschi/nazisti sui palestinesi, e questa dichiarazione di Netanyahu alimenta la paranoia secondo la quale gli arabi hanno perseguitato gli ebrei, perversamente distorcendo il fatto che sono stati gli ebrei a farlo in Palestina negli ultimi cento anni. Quindi, anche se la narrazione storica di Netanyauh è stata ampiamente ridicolizzata, alimenta i timori dei suoi concittadini, cresciuti sentendosi dire che gli arabi vogliono gettarli in mare o annientarli.
D. Anche Hamas sta soffiando sul fuoco e sembra voler quasi guidare l’Intifada.
R.
Sì, è una tendenza storica in Medio Oriente: ci sono dei movimenti popolari che poi vengono manovrati da una leadership islamista e questo non è un bene nel complicato processo di pace.
D. Si dice che Hamas sia stata una creazione degli israeliani.
R.
Non una creazione diretta, ma senz’altro Israele ha facilitato Hamas in funzione anti-Olp, più moderata e laica. Un nemico estremista aiuta a giustificare il proprio estremismo.
D. E l’opposizione, a cominciare dal Partito Laburista?
R.
L’opposizione dice molto a parole, ma credo che in qualche maniera appartenga a una simile visione del mondo e dei rapporti umani. Non aspettiamoci troppo da loro.
D. Ovviamente ci sono anche delle responsabilità a livello internazionale per il perdurare del conflitto israeliano-palestinese. Come giudica il ruolo degli Usa?
R.
È una vecchia storia e vale la pena di andare indietro nel tempo e ricordare il “mistero” dell’attacco alla nave Uss Liberty da parte di Israele nel 1967, durante la Guerra dei Sei Giorni. Ci furono 34 morti. Gli israeliani insistevano nel dire che fu un errore, ma ci sono altre ipotesi e l’allora presidente americano Johnson insabbiò le indagini.
D. Questo per dire che c’è una collusione di vecchia data tra Israele e i politici americani?
R.
Senz’altro. Non dimentichiamo la riconosciuta influenza dell’Aipac (American Israel Public Affairs Committee, ndr), una lobby potentissima che investe milioni di dollari per assicurarsi l’appoggio di ogni amministrazione Usa alla politica isareliana.
D. Ma nel caso de recente accordo nucleare con l’Iran sembra aver fatto cilecca...
R.
Fortunatamente hanno avuto la meglio molte piccole organizzazioni di base con meno soldi, come la Jews for Peace (Ebrei per la Pace, ndr) e l’American-Arab Anti-Discrimination Committee. Questa è una grossa novità.
D. La maggioranza degli ebrei americani era favorevole all’accordo e anche che due americani sotto i 29 anni su tre si sentono più vicini alla causa palestinese che alla politica d’Israele.
R.
Sì, questo è incoraggiante, ma bisogna ricordare che la maggior parte degli americani sono influenzati dai media che sono tendenzialmente anti-arabi, o che non hanno alcun interesse in ciò che accade al di fuori dei confini Usa. C’è un documentario del 2012, The Gatekeepers, opera di Dror Moreh, un filmmaker israeliano, che evidenzia il ruolo di Shin Bet (l'Fbi israeliana, ndr) nelle vicende del paese. A un certo punto sei ex-direttori di Shin Bet lanciano un grosso warning: se non si risolve in maniera pacifica. e quindi non repressiva, la questione palestinese le cose non potranno che andar peggio.
D. Le vicende di questi ultimi giorni, purtroppo, sembrano confermarlo.
R.
Infatti, ma adesso c’è la novità dell’Isis che ha tutto l’interesse a sobillare e a reclutare i giovani palestinesi arrabbiati. Una situazione potenzialmente esplosiva.
D. La soluzione di due Stati può funzionare?
R.
Non credo. Più per realismo che per pessimismo. Bisogna tener conto della posizione oltranzista dei coloni ebrei nei territori occupati. Già nel 2005 fu durissimo costringere quelli residenti a Gaza a lasciare la Striscia. In Cisgiordania ce ne sono ben 389 mila e quelli non sono i tipi che accetterebbero facilmente ordini da un eventuale Stato palestinese sovrano.
D. Quali alternative vede?
R.
Trovo molto interessante la proposta degli “Stati paralleli” portata avanti da Mark Levine e Mathias Mossberg della University of California nella pubblicazione One Land, Two States (‘Una terra, due Stati’).
D. In cosa consiste?
R. S’ipotizza un'unica terra che vada dal Mediterraneo al fiume Giordano, amministrata parallelamente e armonicamente dalle due comunità. Mi sembra l’alternativa più pratica visto l’impasse che hanno finora prodotto gli altri scenari.
D. Tornando agli Usa: nel recente dibattito alla Democratic Convention di Las Vegas si è parlato di tutto fuorché della questione palestinese. Se il “socialista” Sanders riuscisse a battere Hillary Clinton, ci sarebbe più attenzione alla problematica palestinese?
R. Sanders sembra avere qualche chance contro la Clinton, anche se forse è più facile per gli americani eleggere una presidente donna che un ebreo (sorride). Sanders poi ha un fratello a Londra che è pro-palestinesi. Rimane però un fatto: la popolarità di un presidente Usa si basa più sulla politica interna che su quella estera. Nonostante certe promesse, nessun presidente eletto, Obama incluso, ha introdotto dei cambiamenti radicali a causa di certi interessi forti a livello economico-militare.

Correlati

Potresti esserti perso