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INTERVISTA 12 Novembre Nov 2015 1339 12 novembre 2015

Don Vitaliano: «Piazze violente? Pochi mediatori»

Arresti a Milano per gli scontri del primo maggio. Don Vitaliano a Lettera43.it: «Protesta disorganizzata. Sinistra e sindacati erano una guida, ora sono assenti».

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Auto date alle fiamme. Vetrine in frantumi. Arresti e cariche della polizia.
Scene di guerriglia urbana all'ordine del giorno durante le manifestazioni che riempiono le principali piazze italiane.
VIOLENZE IN PRIMO PIANO. Dai tafferugli di Bologna, dove il raduno del centrodestra ha scatenato la rabbia antagonista, agli scontri che lo scorso maggio incendiarono Milano, costati ora l'arresto a 10 giovani anarchici, il fil rouge che accomuna le proteste sembra esser diventato la rivolta violenta.
Un odio anti-sistema che troppe volte finisce per marginalizzare il reale obiettivo dei cortei e porre invece l'accento sui disordini.
PIAZZA COME VALVOLA DI SFOGO. «La piazza è ormai uno sfogatoio», spiega a Lettera43.it don Vitaliano Della Sala, parroco dell'Avellinese storicamente vicino al movimento No global e protagonista in prima persona dei cortei che animarono il G8 di Genova.
«La situazione è preoccupante», confessa don Vitaliano, «anche alla luce del fatto che nessuno muove un dito per distendere i toni. Preferirerei farne a meno, ma volte mi viene da pensar male».

Don Vitaliano Della Sala.

DOMANDA. Trova che le cose siano peggiorate rispetto a 10 anni fa?
RISPOSTA. Certamente. Stiamo assistendo a una fortissima polarizzazione del rapporto tra cittadini e classe politica. C'entra l'arroganza di quest'ultima parte, ma non si può dire sia l'unica causa.
D. Come si è arrivati a quest'esasperazione dei toni?
R. Nell'ultimo decennio siamo stati costretti ad assistere a un progressivo smarrimento della mediazione tra chi comanda e il popolo. Nessuno è più in grado di attenuare la rabbia che trasuda dalle piazze. E così la manifestazione diventa una calamita per il malcontento generalizzato. È da lì che partono gli insulti alla polizia.
D. Se la responsabilità non è solo della classe dirigente, allora dove va cercata?
R. I tradizionali partiti di sinistra che fungevano da riferimento per movimenti come quello No global si sono sgretolati. Le faccio un esempio: Sel. Mi dica lei cosa rappresenta. A me pare una propaggine del Pd.
D. Lo stesso vale per i sindacati?
R. Per la Cgil è la stessa cosa. Stiamo parlando di interpreti che esercitavano un ruolo fondamentale nel 'controllare' che una manifestazione prendesse la giusta direzione.
D. L'impressione è che le piazze siano fuori controllo...
R. Vede, il problema è la disorganizzazione. Le buone idee non mancano. E nemmeno le ragioni per protestare. Ma mancano i luoghi e i gruppi per organizzare questa protesta. E per convogliarla nel modo più giusto. Così la piazza diventa un luogo di scontro tra estremisti.
D. Trova che manchino figure di riferimento? Basti pensare a quello che ha rappresentato Vittorio Agnoletto per il Genoa social forum.
R. Sicuramente. Ma mancano pure i Casarini e i Caruso che lo Stato ha pensato bene di demonizzare. Queste persone erano in grado di isolare le frange violente. Non dico di ricondurle alla ragione, ma perlomeno di smorzarne gli effetti nocivi. Sapevano organizzare una manifestazione come si deve.
D. Eppure a Genova successe il finimondo...
R. Allora i black bloc, che nessuno prima aveva sentito nominare, erano identificabili. Pericolosi sì, ma circorscritti. Ora basta che uno lanci uno sasso contro una vetrina e tutti quanti si sentono legittimati a seguirlo. Il confine da valicare si è fatto sempre più labile. Glielo dice uno che con gli incappucciati ci ha avuto a che fare.
D. In che modo?
R. Dopo Genova mi invitarono a Losanna per parlare. E io ci andai. Non so se mi abbiano dato ascolto, ma basta il fatto che mi abbiano riconosciuto come interlocutore.
D. Come svolgeva questa sua funzione da mediatore?
R. Quante volte prima di una manifestazione sono stato a mediare in questura... Certo, non lo facevo sapere a chi doveva scendere in piazza (sorride, ndr). Ero sempe alla testa dei cortei. E il fatto che portassi un colletto da prete non è mai importato a nessuno.
D. Crede che questo tipo di dialogo non esista più?
R. Mi è capitato di parlare con degli agenti. Loro stessi si sono rassegnati al fatto di essere considerati alla stregua di un nemico. La Chiesa, da parte sua, ha perso un'occasione emarginando persone come il sottoscritto che cercavano di calmare la acque.
D. Possibile che ora la gente vada solo per menare le mani?
R. No, guardi quello che accade in Val di Susa. Si può discutere per ore su alcuni comportamenti, ma la loro è un'azione sensata, organizzata. Porta avanti un messaggio e persegue un obiettivo. Se ne discute e poi si agisce.
D. Ma non sempre è così...
R. Purtoppo no. Guardi questi No Expo, ad esempio. Qualcuno li ha più sentiti dopo gli scontri? Non dico sia semplice, ma avrebbero potuto organizzare qualcosa di parallelo all'Esposizione, proprio come accadde a Genova. Invece nulla.
D. Lei scende ancora in piazza?
R. Di rado, ma non per un scelta personale. La mia parrocchia ha un sacco da fare. I problemi sono altri, la camorra per dirne uno.
D. Quali possono essere le conseguenze di questa crescente tensione sociale?
R. Siamo all'interno di un momento storico controverso, pure i movimenti, ora disorientati, stanno cercando di riassestarsi. Voglio sperare che qualcuno riprenda a esercitare quel ruolo di collante necessario per placare gli animi. Servirebbe almeno una riflessione comune con le forze dell'ordine.

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