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CRIMINALITÀ 15 Novembre Nov 2015 1500 15 novembre 2015

Camorra, storia di un sicario mancato

Il passato tra i narcos. La chiamata della cosca. E l'ordine di uccidere un uomo. Domenico racconta il suo rifiuto. «Dissero 'Devi fare il callo', ma io non volevo».

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Una vocina gli consigliò di non premere il grilletto. E lui stette ad ascoltarla. Si fermò e abbassò la canna della pistola pronta a far fuoco.
«Ma io per la verità non lo volevo sparare, perché debbo sparare a quello?», confida candidamente Domenico Esposito al pubblico ministero che lo sta interrogando.
Un nome come tanti nella geografia criminale napoletana. Uno dei pochi che è riuscito a tenere a freno l'irresistibile voglia di sostituirsi a Dio, quando si impugna un revolver.
LA FAIDA DI MICCO-D'AMICO. Esposito è l'ultimo pentito sbucato dal quartiere-bunker di Ponticelli, nell'estrema periferia orientale di Napoli, dove si stanno decimando, in una guerra che non risparmia nemmeno le donne, i clan rivali dei Di Micco e dei D'Amico.
Quella sera, la sera in cui persero la vita Gennaro Castaldi e Antonio Minichini, Domenico si rifiutò di sottoporsi al battesimo del sangue. Il passo finale che lo avrebbe fatto sprofondare all'inferno.
«Dissi io che me ne importa a me?», ripete ossessivamente al magistrato. «Perché sì, tutto a posto, facevo la droga, portavo la droga, però poi a uccidere una persona a me non...».
NARCOTRAFFICANTE SÌ, ASSASSINO NO. Sembra di sentirlo Esposito - cresciuto come staffetta nel rione: portaordini prima, spacciatore poi – che prova a giustificarsi, a fare ammenda per un'esistenza piena di sbagli sì, ma non per questo irrecuperabile.
Meglio narcotrafficante che ammazzacristiani, ammette.
Perché pure quando si sceglie la via sbagliata, si può graduare l'errore. Ed evitare di percorrerla tutta, fino alla fine, segna già una speranza e una possibilità di fare marcia indietro.

Lo scouting della cosca e il rifiuto a sparare

Un ragazzo a Ponticelli, quartiere di Napoli.

Ha deciso di collaborare con la giustizia da qualche settimana. Gli investigatori gli chiedono di illustrare i motivi della mattanza del rione Conocal.
Lui spiega come può. Partendo dalla fine: quand'è esplosa la faida – rivela – la cosca aveva bisogno di sicari. Tutti dovevano essere abili e arruolabili.
I capi gli misero un revolver in mano e gli ordinarono di premere il grilletto. Ma lui disse no.
«SONO UNA BRAVA PERSONA». «Tenevo il rimorso perché, comunque, a finale io sono bravo, non sono cattivo come persona, allora non mi sentivo di fare una cosa di queste, perciò non lo sparai, io lo tenevo davanti agli occhi, figurati», si legge in un verbale che ha portato a un duplice arresto, «che corse Gennarino e lo dovette finire lui di uccidere perché quello se ne voleva scappare, io non volli sparare».
Ripercorre davanti agli inquirenti la scena che poteva cambiare la sua vita per sempre. Soffermandosi sull'istante preciso in cui allentò la presa sull'impugnatura della pistola e lasciò agli altri il compito di finire le vittime.
Un'esitazione che non resterà inosservata. Tant'è che il complice che era con lui gli chiese per due volte: «Ma perché non hai sparato?».
«DEVI FARCI IL CALLO, MA POI...». La scusa del mancato assassino («Dissi: va bene, senza che sporchiamo tutte e tre le pistole... che dovevo dire a quello, che non lo volevo sparare perché sono un bravo ragazzo?») scatenò com'è ovvio il divertito rimbrotto dell'amico camorrista che aveva appena ucciso due persone.
Il quale così lo consolò giocando pure a fare lo psicologo. «Lui disse va bene, non fa niente. Quello è il primo che fai. Devi fare il callo, poi mano mano che vai avanti non ti fa niente più».
Previsione errata. Domenico Esposito eviterà di seguire il consiglio.
«Perché sì, tutto a posto, facevo la droga, portavo la droga però poi a uccidere una persona...».

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